terre svanite

Questo blog è dedicato alla signora Cerrito.

UN UOMO

Un uomo è quello che ha amato: scrive di arte, politica, natura, musica e motori ma in verità scrive sempre e solo della stessa identica cosa: dell’altra metà del cielo. E, mentre scrive e descrive, quell’altra parte si fa beffe di lui e si allontana in un crudele gioco di Tantalo. Fine della corrente, il senso è tornato a passeggiare dove i commenti non lo possono agguantare e le parole restano vuote. La sensazione di fine corsa non si spiega, si sente; eppure c’è qualcosa dentro le mie righe che secondo me non è stato letto. Qualcosa che in mancanza di lettura e comprensione ( che non è assuefazione e adeguamento ma solo COMPRENSIONE) illanguidisce scioccamente dentro.
Leggo i tuoi versi per esempio e la prima volta non è mai come la seconda o la terza o come quando ci arrivo partendo da lontano…da testi tuoi apparentemente distanti secoli. Evidentemente c’è altro, c’è un senso profondo che sfugge al primo incontro, che sta sotto o sopra. Il mio nulla da dire è il reale concreto, la sensazione di una stagione che appare finita a tutti persino a me, ma non basta. E’ finito così il guscio, la tenerezza antica, il sorriso restato a metà, persino il desiderio di scriverlo meglio urge ancora e se ne frega del virtuale e di molte altre cose ancora.

Chi era l’autore dei “tuoi versi”? Evidentemente una blogger ma questo post non diventò mai un commento alla sua opera, restò presso di me. Ed è meglio così

PARLARE DEL SUD –

Parlare del Sud è facilissimo: il Meridione d’Italia è pieno di luoghi comuni cui appoggiarsi senza grossi problemi. Tutti media ufficiali, il cinema e il teatro sono talmente coperti da questo genere di comunicazione da sembrare che tutto sia reale e veritiero. Solo la letteratura ha mostrato qualche crepa, qualche dubbio e la storiografia comune dal canto suo suona da sempre in un unico modo.
Parlare del Sud è difficilissimo: troppi controsensi, troppi equivoci e troppe bugie organizzatesi nel tempo come unica traccia da seguire. Dentro la corrente cui è stata assegnata la patente di serietà documentata e storica diventa complicata inserirne un’altra, io desidero soltanto dare un contributo, piccolo ma sincero, alla ricerca di una verità storica che i testi avuti fra le mani negli anni della scuola e quelli, più nobili e altisonanti, che compongono la storiografia ufficiale del Risorgimento italiano, non hanno mai raccontato in modo serio. I fatti storici e soprattutto gli antefatti, i protagonisti, le mille storie segrete formicolanti sotto le evidenze vissute come assiomi senza mai un attimo di riflessione… o almeno di buon senso, tutto questo grande insieme di cose adesso, trascorso il primo centenario dell’unità, appare fatiscente. Riprenderlo in mano, analizzarlo studiarlo con animo obiettivo, senza ideologie pelose a guidare la mente è fondamentale. A molti potrebbe sembrare un’operazione dissacratoria, un atteggiamento revisionistico da quattro soldi, legato evidentemente ad una sorta di anacronistico campanilismo meridionalista. Non è così. Un’analisi più seria sulle vicende che hanno portato dal 1860 in poi all’unificazione della penisola italiana vede sicuramente in primo piano e ai primi posti la Sicilia e siciliani; il processo unitario italiano ha avuto sia dal punto di vista morale che geografico che umano il contributo determinante della Sicilia.
L’analisi quindi non è tanto dissacratoria ma necessaria: non è un vezzo ma un dovere. Chiedersi come, perché e quanto è fondamentale per potersi finalmente guardare in faccia tutti senza ipocrisie. Le vignette che da tempo disegnano uno stivale che prende a calci la sua appendice meridionale non sono il prodotto di un ubriaco di poco conto: riflettono purtroppo la realtà dei fatti. Certo la geografia e alcune difficoltà obiettive non possono essere facilmente modificate ma la storia degli uomini ha il diritto-dovere di essere declinata in modo diverso.
Dico qui una cosa che avrei dovuto scrivere in coda a questo testo: la Sicilia e siciliani sono creditori di questa nazione (o pseudo tale), l’isola ha risorse e potenzialità grandi ma inespresse. Dal 1860 in poi si è pervicacemente voluto, anche col contributo di siciliani non meritevoli di essere chiamati tali, che rimanessero inespresse per favorire in un modo o nell’altro lo sviluppo dell’economia settentrionale. Sviluppo del turismo, valorizzazione dei beni culturali (un patrimonio immenso che tutto il mondo ci invidia), trasformazione dell’agricoltura e della pesca, sfruttamento delle risorse del sottosuolo sono tutti punti di partenza di una ricchezza potenziale che potrebbe sicuramente consentire lo sviluppo autonomo della Sicilia. Ma in realtà se c’è un popolo legato al concetto di unità nazionale sono proprio i siciliani: l’idea del federalismo estremo, praticabile oltre lo stretto ben più chiaramente e facilmente di quello padano, non ha mai attecchito in Sicilia. Eppure solo su una crescita economica e sociale e sulla presa di coscienza delle proprie forze e delle proprie risorse si può costruire una Sicilia diversa e si può finalmente pensare di accorciare il divario profondo tra Nord e sud. Sono la coscienza delle proprie luminose radici, della propria forza e del proprio valore possono vincere l’atavico sospetto della latitanza cronica dello Stato verso la soluzione dei problemi isolani. Io credo che solo i siciliani siano in grado di liberarsi dall’abbraccio mortale della mafia, Falcone e borsellino lo hanno dimostrato ampiamente, solo la Sicilia può scrollarsi di dosso questo marchio di infamia che ci opprime ogni giorno di più.
Nel settembre del 1982, in via Carini a Palermo, furono uccisi brutalmente Carlo Alberto dalla Chiesa e la moglie; dopo l’omicidio su un muro un siciliano anonimo scrisse “qui è morta la speranza dei siciliani onesti”. Tremendamente vero, vergognosamente vero ma finché ci sarà l’altra faccia della Sicilia pronta a contrastare la prevaricazione la violenza mafiosa, la Sicilia che prende il testimone degli uomini coraggiosi che hanno dato la vita per la dignità di questa isola, la speranza non morirà. Non ci sono alternative per la costruzione di un futuro decente ogni popolo deve avere coscienza delle proprie radici storiche e della propria cultura. Dovremmo quindi parlare o riparlare di storia e io vorrei cominciare con una frase di Jean Cocteau “Che cos’è la storia dopotutto? La storia è fatta da avvenimenti che finiscono per divenire leggende e le leggende, bugie e falsità, che finiscono per diventare storia”. Non riesco a trovare niente di più calzante con l’unità d’Italia e gli avvenimenti che ne sono seguiti, niente di più adeguato ai fatti celebrati dalla storiografia ufficiale a partire dalla spedizione dei 1000 e che portarono poi a questa Italia che abbiamo davanti. E vorrei chiedervi seriamente c’è tra di voi un cretino che veramente crede che 1089 uomini sbarcati a Marsala abbiano potuto aver ragione di un esercito di 20.000 uomini perfettamente equipaggiati? Nasce tutto da qui, inizia tutto da questa menzogna così grande, così ridicola eppure così radicata nei libri della nostra scuola. Non sembra possibile ma nell’anno di grazia 2016 discutiamo ancora, perché vi siamo dentro, di una mai risolta “questione meridionale”. Riparliamone dunque proprio in occasione dei primi 100 sessant’anni da quel maggio 1860: facciamolo con obiettività storica e serenità di giudizio, rivediamo gli avvenimenti che tra luci e ombre portarono a un processo unitario fondato per i siciliani soprattutto sulle illusioni create da Garibaldi e sulle mancate promesse del re piemontese seguite poi dalla sanguinosa repressione dello stato sabaudo negli anni fra il 1865 e il 1870. Riconoscere infine che il processo unitario fu forzatoe segnato da profonde ombre significa rendere finalmente un buon servizio a una realtà storica bistrattata e rendere giustizia alle popolazioni meridionali e alla Sicilia che all’unità hanno sempre dato un contributo importante. Vogliamo parlare della biblica emigrazione verso i paesi dell’America settentrionale e meridionale? Vogliamo chiederci perché iniziò dopo le annessioni al Piemonte e non prima? Vogliamo pensare a quanto peso hanno avuto il lavoro e le rimesse di denaro fatte dagli emigranti? Possiamo ricordare il contributo di sangue meridionale durante la grande guerra? E per chi lo ha vissuto di persona non credo sia giusto dimenticare i meridionali degli anni 50 con le valigie legate dallo spago scendere nelle stazioni di Milano e Torino e produrre ricchezza per il Nord e per le sue industrie… Pensando di farlo per l’Italia intera. Ma l’Italia si era già fermata da tempo molto prima di Eboli.
È a persone come queste che ci si deve rivolgere per restituire il maltolto e la dignità, ai siciliani e ai meridionali che l’Italia l’hanno fatta davvero col sudore della fronte e con uno sforzo intellettuale che non si può negare. E a questi italiani che bisogna raccontare la storia vera di una nazione nata per interessi di altre nazioni, fondata su menzogne risibili e che anno dopo anno continua a partorire sciocchezze di valore assoluto. Siamo ancora in tempo per sfatare quella storia propagandistica per raccontare il vero aspetto dei protagonisti di quel tempo, a partire da Giuseppe Garibaldi, proseguendo con Cavour e re Vittorio Emanuele II, dicendo senza fronzoli che tipo di criminale abbia gestito la questione “brigantaggio” e cioè il Generale Cialdini? Non sono più sicuro di molte cose perchè certe bugie si sono incancrenite, organizzate in assiomi difficilmente scardinabili. Non voglio cambiare la storia, voglio leggerla con animo sincero

Libero

Esco di casa presto al mattino. Libero, sono libero, metto in moto e parto: percorso diverso stavolta. Scendo in studio dall’alto, così ad un certo punto si apre tutto il panorama del golfo.
Apro il finestrino, l’aria è bellissima: libero sono libero mi ripeto. Ah… me lo voglio godere questo senso di vento e di cielo. Guardo più in là, verso sud.
La costa si perde in un orizzonte sfumato ma io socchiudo gli occhi e lo vedo perfettamente cosa c’è più in là: vedo l’altra città, antica, e il suo porto e poi, più giù le lunghe spiagge che portano sino alle soglie dell’eden. Volendo domani posso tirare dritto e posso arrivarci: libero sono libero. Potrei anche fare tutto il giro di quest’isola, fermarmi dove capita per mangiare qualcosa in assoluto silenzio guardando il mare d’autunno e i suoi colori pastello. Montalbano sarebbe d’accordo. Perchè questa sensazione di leggera follia che un tempo contagiò Battisti non resta sempre con me? Dove se ne va quando mi tradisce con altre spiagge, altri amanti?
Non sono libero! So che esiste la libertà ma ci gioco pericolosamente; la palpeggio e lei ride compiaciuta, carnale…poi scappa perchè il prezzo del suo amore è troppo alto. Per ora. Domani scappiamo insieme e, chissà, forse non torniamo più. Ci stabiliamo in uno di quei paesotti placidi sul mare, quelli carezzati dai gabbiani, dove non accade mai nulla e un Pc serve solo a commiserare il resto dell’umanità sciocca che non vede e non capisce. Lì persino Giulia e le altre avrebbero un senso diverso. Montalbano sarebbe d’accordo. Mi accendo una sigaretta, si è acceso il giorno.

VALENTINA. OGNI BLOGGER HA UN’ANIMA E LA NASCONDE

C’era un capello a falde larghe, era ampio e copriva il tuo profilo virtuale. Quello che diciamo di essere
quello che scriviamo o immaginiamo di aver detto.
Poteva essere mio il grande cappello ma non ha impedito al vento ultimo d’estate di carezzarmi il viso.
Scrivo cose che non hanno entrata nè uscita:
stanno lì eterne come certi pensieri sospesi sull’età e il tempo.
Inutili.
Mi è già capitato altre volte: distendermi sull’amaca che dondola lieve nella stanza dei sogni non sopiti, un libro, e trascorrere così i miei fantasmi.
Il vecchio professore aveva ragione Valentina e io attenderò l’altra rivelazione tra 11 anni.
Se non saremo più più qui così, promettimi comunque che ci ritroveremo e tu mi dirai della donna dagli occhi azzurri in piazza del Popolo.
Promettilo.
Chi ricorda un blog che si chiamava “ TIPI D’AMARE? E la sua autrice, Valentina Calzia: scrittura elegante raffinata, trasgressiva talvolta. Un blog sparito per sempre qualche anno fa, non è rimasto più nulla, i testi che lo componevano svaniti anch’essi per fare post a un orribile blog di compravendita di oggetti.
La morte virtuale di una pagina è, per certi versi, peggiore di quella consumata sul cartaceo.

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