Terre emerse

Questo blog è dedicato alla signora Cerrito.

Leggimi adesso se ce la fai.

“Il valzer di Coppelia che per un tempo lunghissimo
suonò solo per me adesso ci porta via entrambi.
Nell’assoluto che ci governa anche contro il nostro
discernimento
c’è la bellezza perfetta e l’impossibilità
di possederla per sempre in questo breve contesto esistenziale.
Io so che non saremo solo così,
l’amore è solo il viatico per una dimensione più alta.
Ci attende. Aspetterà ancora ma ci attende e ci comprende;
non vedi, non senti, nel valzer c’è la storia di questo continente,
la sua pittura e la sua letteratura, i suoi sogni e la filosofia che li sorregge.
Si apre e si sgrana ogni cosa,
poi viene il tempo in cui tutto torna alla sua origine.
Questo spazio e ciò che contiene aveva solo questo scopo:
parlare al tuo spirito e riconoscersi in esso.
Non posso aver sbagliato interlocutore,
non me lo perdonerei mai”.(E.R.)

Non è di alcuna utilità fingere una positività che non mi appartiene da tempo immemorabile o addirittura scriverne: non si deve mai scrivere prostituendosi alla necessità sociale del momento. Così mi rendo conto ogni giorno di più di quanto sia “naturale” e triste questa mia reiterata abitudine sintattica e concettuale, quanto sia limitante ma ineludibile il mio modo di scrivere…o riscrivere. Le pagine sono moltissime e variamente addobbate ma il blog è UNICO! Ancora vi dirò che non riesco più a leggere la blogosfera con la serenità necessaria, fondamentalmente ne provo spesso fastidio; in certi casi carezzo in segreto le pagine dei miei amici di sempre e non riesco a capire il senso dei loro contatti in rete; mi sembra contraddittorio, forzato, una concessione alla umana necessità di piacere e di farsi blandire ogni tanto. In questa incomprensione si trova tutta la mia distanza incolmabile fra il desiderio palese di continuare in modo nuovo e decente e la obiettiva incapacità di farlo il blogger. A mio parere abbiamo già detto tutto , quelli come me possono al massimo ripetersi, passando dal ridicolo all’agiografico o dallo storico appassionato all’incisivo sintetico (vedi twitter); in pratica abbiamo fregato le nuove leve della blogosfera e l’unica cosa che possiamo fare è sparire per dar loro l’illusione che ci sia veramente aria nuova in giro.

I° commento a questo lunghissimo  post

Sono rimasta basita per questa dedica, non è la prima volta che Rasi dedica a qualcuno un suo scritto, ed io ero solo abituata a regali, per cui, tradizionalista ed abitudinaria, mi sono fatta regalare le chiavi, e così ho avuto con gioia e grande onore il terzo blog.

Non dividerò in  più post questo lungo romanzo di sentimenti e vita, ma, man mano, inserirò ad libitum commenti, considerazioni o foto. Se qualcuno passerà da qui, e sarà preso dal fuoco della curiosità, della conoscenza, o più terra  terra dal gossip dovrà pazientemente andare avanti e cercare gli inserimenti. Carissimo amico mio, questa dedica non poteva avere un incipit migliore, era un tuo commento in Forma, a cui poi diedi la veste di poesia.

Lo scritto mi parla del tuo affetto per gli amici della blogsfera e la tua giusta delusione, derivante anche dalla transazione che avviene in cambio di  visibilità, io intanto mi fermo e abbasso il capo. StregaBugiarda

Il blog che leggete continuerà la sua strada pacatamente… oddio talvolta il deficiente di turno riesce a darle una piacevole scossa di gossip virtuale, riesce persino a farmi incazzare come ai vecchi tempi. Ma dura poco, Mozart riprende tutto il suo spazio e io lo ascolto in silenzio scrivendo righe che nessuno di voi leggerà mai. Di tutto il materiale che negli anni avete trovato in rete sto ricavando alcuni blog con relativa dote di immagini ma posso sistemarli solo in “privato”: ciò significa che li leggerete (ma poi mi domando veramente a chi può interessare farlo) solo quando saranno finiti, in pratica saranno blog completi dall’inizio alla fine e la dinamica progressiva in fieri di cui tanto andiamo orgogliosi sarà andata a quel paese! Non voglio essere distratto dal chiacchiericcio un po’ vacuo che ci fa interpreti di questo ambiente virtuale: IL CARTACEO sto provando a farlo diventare realtà, il copyright dei miei testi è adesso così evidente per tale motivo, siete avvisati dunque.
In ogni caso il mio modo di essere nella sostanza non può cambiare, non a questa età e non con stimoli ordinari: il blog scritto da me riflette perfettamente e in toto me stesso. Altrimenti scompare che è poi il giusto destino del virtuale in senso lato: l’ho detto tempo fa, il virtuale non ci sopravviverà, il cartaceo in qualche caso sì, della memoria siamo gli unici custodi personali ed essa va dove solo noi possiamo coglierne il vero frutto. Quello non potrà mai diventare un post. Vi voglio bene almeno quanto non vi sopporti: la storia della mia vita è tutta lì. Non esiste via di mezzo tra un vero blog e un suo succedaneo morto senza relazioni e senza commenti; per rimanere vivo devo uscire dal guscio, aprirmi e aprire. Espormi e dovermi spesso ricredere sull’effettiva possibilità di comunicare. Il desiderio di vedere e conoscere le mille vite pulsanti dietro ogni nome si porta appresso anche l’accidia di restare deluso: è un rapporto di amore – odio.

2° commento al post

la chiave la ho avuta, Mozart è qui

il Requiem non suona per me, e nessuno riuscirà a svilire queste pagine.

Ricordi? è di nuovo primavera ed è ora di uscire dal guscio,

non si pensa alla fine del grigio o all’accidia di restare  deluso

le gemme ci sono, ma solo per chi le vede.

Questo blog non si aggiorna, è trapassato. Vive solo della lettura che lascia chi passa di qua. Il suo desiderio più grande (perchè il blog è tutt’uno col blogger) resta inappagato e stride forte col bianco della pagina uccisa dai segni neri. Non so più scrivere mi dico a volte. Guardo smarrito la tastiera e mi affido al foglio e alla penna. Crollo la testa e mi allontano col pensiero da tutto: la stupidità di vivere arriva subito dopo con i suoi banchetti di roba usata. Mi dice guarda, tocca, compra e, soprattutto fai in fretta, domani non ci sono più, domani non esiste. Non c’è riuscita finora. Non compro nulla ma annuso tutto.

Apro le ali che non ricordavo di avere, il fruscio dell’aria sotto di me è una poesia che mi porta via.

Non è vero che non so più scrivere. Scrivo per questo.

Un giorno come un altro

Sentirselo dire

Anche una sola volta

E precipitare dentro

Un’emozione che non immaginavi

possibile.

Sentirlo e ripeterselo

per il resto della vita

Senza un perché

Senza appigli

Senza niente altro

che questo sogno rivelato.

Scartare le parole

poiché nessuna si avvicina

a quelle

Girare lo sguardo attorno

E trovare solo l’eco

della prima volta.

Questo è un giorno come un altro.

Quando mi resi conto che la costruzione di me era andata avanti senza la coscienza di me, ne rimasi sconvolto. E aprii il mio blog. Era il mio richiamo, il mio nuovo apprendistato da carpentiere in ritardo; bussai a cento porte e diedi del tu a chiunque incontrassi. Scrivevo per non morire, per continuare a credere di aver tempo, anche da sprecare. Incontrarvi è stato il paradigma della mia frattura: troppo lontani, troppe paure in comune. Troppa cultura in comune diversamente digerita. Voi non sapete o fate finta di non sapere quanto feroce e dolcissima assieme sia stata la necessità della vostra presenza. Intellettualmente alcuni di voi sono dei primi violini in grado di reggere da soli un’intera orchestra… l’ho pensato da subito, ve l’ho detto dopo un po’: le primedonne hanno questo difettuccio e se lo coltivano. Il piacere a volte rabbioso della vostra lettura è stato quasi pari al piacere di dissentire da voi. Ma ci sarà un’altra occasione, un altro tempo, un altro luogo della mente in cui potremo ridere quietamente insieme a questo siciliano acceso che non ammette di invecchiare e non si arrende alla malinconia sapendo già quale sarà l’epilogo. Non mi prendo mai troppo sul serio, scrivo di getto ma ci credono in pochi e nonostante questo i post mi escono fuori così: la scrittura reiterata durante questi anni di rete ha messo in luce tutti i miei difetti: per alcuni sembrano pregi. Non sono ne l’uno ne l’altro, dipende dal contesto in cui sono inseriti. Ecco dovrei riuscire finalmente a cambiare radicalmente il contesto…ma Leonardo Sciascia non c’è più e nessuno della mia generazione ne possiede il nerbo. Tuttalpiù ne conserva la residua coscienza. ———————————————————————————————————————– Il testo risale a più di quattro anni fa e purtroppo è ancora valido per me, anzi più di prima. La mia coscienza, il senso della mia vita inserito dentro quello che scrivo urlano a voce alta: FINISCILA! In quasi otto anni di blog non è capitato più di una quindicina di volte di ricevere su un mio post un commento “pulito” cioè attinente all’argomento in questione, senza riferimenti privati fuori luogo alla mia esistenza , senza ammiccamenti, senza pretese di correzioni sintattiche o grammaticali, senza tentativi evidenti di “appropriarsi” in qualche modo del blogger che scriveva, senza pettegolezzi, invidie e discussioni da due soldi sfruttando il mio post. E per favore non venitemi a raccontare la favoletta che dipende da me, dipende da alcuni di voi e dalle “regole” fatiscenti di questo ambiente puerile. Sinceramente mi sono rotto le palle. Chiaro e definitivo . Gli spazi numerosi che ho creato in rete volevo riempirli tutti, impossibile: in tutti volevo chiudere i commenti perchè essi non servono a niente, credetemi, Impossibile. Non avrei voluto usare nemmeno la moderazione perchè non desideravo sapere più nulla di chi mi legge: con la moderazione io le scempiaggini o gli insulti o quella pletora di strane cose che con un vero commento non hanno nulla a che fare io lo leggo ugualmente! E mi fa star male. Non ho firmato alcun contratto per avere ogni settimana una dose massiva di malessere ma non riesco a fidarmi dell’opzione più corretta, i commenti liberi, la mia scelta cade infine sulla moderazione.

Probabilmente sarei giunto a tale decisione tra qualche tempo perchè essa è legata al mio carattere e ai miei chiamiamoli gesti virtuali che nel virtuale appunto non hanno cittadinanza. Il colpo di grazia è arrivato però in questi ultimi 2 o 3 mesi e ha segnato una cifra di disamore, fastidio e insofferenza non più sopportabili. Enzo Rasi chiude qua con la vita da blogger attivo. Sa perfettamente qual’è il destino delle sue cose lasciate così in rete senza interrelazioni dinamiche, non sa fare altrimenti e non può nemmeno dire che sia contento della sua decisione: essa è e resta forzata e ciò ha una pregnanza difficilmente camuffabile.  I testi sono di tre tipi, il primo quello che trovate qui, rappresenta gli articoli classici così come vennero ideati nella prima stagione quella della fede e dell’entusiasmo per questo mezzo e questo ambiente, alcuni furono scritti una quantità di anni fa in un contesto cartaceo. I secondi sono una variazione particolare dei primi, post o parte di post legati gli uni agli altri in modo diverso secondo una logica sintattica e concettuale mia propria: in realtà un gioco serissimo nato dalla noia e dall’insoddisfazione che già da tre anni faceva capolino. Questo gioco mi è costata una fatica immensa della cui utilità non sono più così sicuro, ma ormai il gioco era fatto. Il terzo tipo di post infine è stato l’esercizio più semplice e immediato di tutti. Ho considerato l’andazzo degli ultimi anni in rete, il mio e il vostro atteggiamento nei confronti della parola scritta ( almeno quello della maggioranza di voi) e ho frammentato i miei testi in micropost veloci e spero immediati. E’ stata anche la scusa per mostrare una lunga serie di immagini diverse, un blog si può fare anche con quelle …e con altre varie cose. Tutto questo insieme di idee, scelte, desideri, speranze, certezze e delusioni adesso è qui davanti a voi e a me, non sono sicuro di chi sarà il giudice più severo e il blogger più disincantato.

Nella Milano del 1970 io camminavo su un’asse di equilibrio sottilissima: al di qua e al di là non c’era nulla che io amassi veramente, nulla di cui potermi fidare ciecamente, c’ero solo io e la mia asse di equilibrio. Dei miei compagni di strada sta svanendo anche il nome: dalla primavera del 59 ad ora delle loro traettorie è restata solo una scia indistinta Ne scrivo per questo, per fare la differenza. Ma allora e per un po’ di anni ancora io parlavo e basta, scrivere era solo un voto alto in pagella. Mia madre conservava i temi che facevo: li metteva in una cartelletta verde che nascondeva gelosamente.
Le chiesi un giorno perchè lo facesse e mi rispose: “ Perchè ciò che si scrive è una persona, è il suo spirito”, poi mi baciò e tanto mi bastò. Per lungo tempo. Fu Tiziana dai capelli rossi a spiegarmi la differenza…e la sua spiegazione mi parve molto diversa da quella di mia madre e mi piacque di più.
Oggi so che erano la medesima cosa… Poca gente nella biblioteca d’istituto. Meglio, questa non sarà mai un’alcova però una stanza larga e quasi vuota è un buon palcoscenico. Oggi glielo dico, oggi o mai più. Chi se ne frega della ricerca di storia…è bellissima, la gonna a quadri chiusa da una enorme spilla d’oro e le sue gambe e il suo profumo leggermente speziato. Invade i miei sogni da mesi, non ho più una notte ristoratrice da quando la testa si è inceppata su di lei: quindi oggi glielo dico per non impazzire e non dichiararmi sconfitto davanti alle masturbazioni mentali e non. Ha già preso i testi e mi guarda, io sto fermo come un cretino a osservarla come un’opera d’arte.
– Enzo me la dai una mano a portare questi libroni sulla scrivania o devo fare tutto da sola?
– Eh…certo. Scusa Li prendo in fretta tutti, manco fossi un fusto da olimpiadi del sollevamento pesi…e cascano tutti fragorosamente a terra. Inevitabile, un classico che si ripete. Ma come faccio ad essere così? -Madonna che casino…si sono rovinati?
– No, non mi sembra. Dai tiriamoli su e basta. E’ mentre li posiamo sulla scrivania che sei troppo vicina per respirare, è adesso che ti prendo la mano e ti dico: “Tiziana ti amo”. La voce non sembra la mia eppure l’ho usata senza pensarci; è una voce da uomo che stona nel mio corpo da adolescente affannato. Ti giri, non parli. Mi guardi senza fretta. Qui niente e nessuno ha fretta. Mi guardi e io non riesco a smettere di bere i tuoi occhi… Era il primo anno di liceo classico quando una ragazza mi rivelò il mistero del parlare e dello scrivere: io le dissi ti amo, lei si avvicinò e si mise un po’ di sbieco affinché potessi ammirare la lunghezza delle sue ciglia e mi rispose: “Scrivilo, non dirmelo perché lo dimenticherai, scrivilo con un bacio.”
Ho parlato con migliaia di persone ed erano tutte chiacchere importanti, l’unico ricordo che conservo di esse è un’eco lontana. Scrivo da quel pomeriggio in cui Enzo scrisse a Tiziana con un bacio lento e pieno d’aria che era innamorato di lei. Così Tizzy c’è ancora, con la gonna a quadri e lo spillone dorato e la camicia chiara sopra il seno ansimante. C’è perché ne ho scritto. Allora come adesso, scrivo per pesare di più sulla bilancia della vita o per continuare a crederlo. Ognuno di voi ha la sua ricetta e relativa posologia dentro la tastiera…miliardi di battiti e di baci, un firmamento di astri luminosi che contengono le nostre vite che continueranno a riflettere sulla terra anche quando i proprietari saranno volati via.

Tu sai perfettamente come compiacere un uomo ed io come fare lo stesso con una donna: che l’omologazione sia ancestrale o meno non ci tocca poiché sappiamo denudarci benissimo ugualmente. E mentiamo spudoratamente mentre lo facciamo. Voglio dirti una cosa: ci fu un tempo lunghissimo in cui mi piaceva molto essere amabile, sapevo ritrovarmi in un attimo ed ero estremamente determinato nel mio progetto seduttivo. Ah, quanto duravano le mie stagioni, le estati infinite a divorare il sole e la luce e quanta crudeltà c’era nello scivolare tra le pieghe della carne e sentirsi in armonia sempre, senza mai un ripensamento che non fosse una nuova strategia, un’onda nuova che mi portava in cresta a mostrarmi il tuo corpo nudo e acceso. Un giorno ti dirò come e quando mi accorsi del progetto infondato e dell’altra verità, più profonda, di quando mi accorsi che la condivisione non appartiene all’amore e quanto esso sia intimamente, visceralmente nostro. Indivisibile da noi stessi, solitario. Fu uno squarcio nell’orizzonte del mio equilibrio sentimentale e tutto il resto che ne discese fu una rivelazione dolorosa, perché analizzare prima e racchiudere poi in una consapevolezza totale chi sei e come sei non ti aiuta. L’ignoranza vera o presunta ti aiuta a vivere e a morire con sublime leggerezza. Non altro. Col tempo navigai sempre più lontano dalla costa fino a distinguere con sorpresa che c’era una sola cosa ad attrarmi del sesso: l’ossessione del desiderio. Ho imparato quindi a cercare e a trattenere il desiderio, a riconoscerlo quando l’ho addosso. Ma dura così poco: mi abbandona facilmente e mi lascia vuoto ad osservare gli altri agitarsi per comunicarmi il loro struggimento. Ma io non li sento, sono gusci vuoti, sprecano il loro tempo e non riescono a parlarmi. Cosa pensi sia la solitudine? E’ questa attesa fra uno sprazzo e l’altro, fra un’errore e l’altro. Non è vero che questo sia il solo, l’unico sistema di confrontarsi col desiderio sessuale, ci sono persone che scelgono più o meno deliberatamente di amare sempre sé stessi in molte donne o uomini, di consumare compulsivamente il rapporto fisico , di mettere l’ennesima tacca sulla canna del fucile. Io attendo che il desiderio mi appartenga altrimenti è inutile, non voglio partecipare all’amore come ad un evento mirabolante in cui compari per dovere d’esistere. Scelgo con un’attenzione estrema e sottile perché lo so bene che chi seduce in fondo perde spazio e diventa prigioniero di sé stesso e nonostante tutto mi annoio.

Ho imparato da ragazzo a percepire l’artefatto, la malizia ed ho conosciuto un sentimento mondato da questi orpelli solo due volte nella mia vita. Me li tengo stretti al corpo quegli odori e quei momenti quando la seduzione si svolgeva in un canto libero e senza necessità di presentarsi in un modo piuttosto che in un altro. Non mi è restato altro, non vedo altro. Non avrò altro.

Al di qua di questo blog c’è una stanza abbastanza grande che vive in un’apparente quieta penombra. I mobili hanno tutto il sapore e il colore che solo un certo tempo può regalare loro, gli oggetti posati su di essi raccontano la mia vita: spesso sono un racconto anche per me che credo di conoscerli bene. Al di qua di questo grande paravento informatico i bites svaniscono, perdono dignità, resta solo la scrittura; il nero su bianco scorre per me immutabile e vivo, mi prende quando sto per cedere all’accidia di vivere senza un senso, mi ama anche se io ho detto in giro di non amarlo più.

Non riuscirò mai a trasmettervi il brivido dolce e fermo della mia prima lettura di Svevo, il sogno un po’perverso e liquido del primo Dannunzio, la pienezza ferma e riflessiva di alcune novelle pirandelliane…la mia Adriana Braggi che scopre l’eternità sulle soglie di una morte annunciata, il desiderio di vita che si accompagna alla fine del mio Pavese del 1967. Nella penombra la luce si dispone in modo teatrale, regala un’apparenza diversa in base ad un gioco che, nuovo ogni volta, esalta o annulla quello che mi sembrava fondamentale un attimo prima. La mia letteratura vive un’ipnosi eterna che io ho in parte regalato all’amore e alla passione: non torna mai indietro dai suoi viaggi senza portare con sè una nuova morte, un nuovo disagio e una nuova vita; fuori da queste stanze l’ordine e l’armonia con cui fisiologiche si dispongono le righe si trasformerebbero nel più bieco teatrino della poesia di tendenza e del mellifluo d’alta classe. Qui dentro sono un lampo accecante, un brivido e la consapevolezza crudele e fiera di esserci e aver vissuto; qui i miei amori sono confluiti nell’unico amore che mi farà compagnia quando la luce si spegnerà, le mie idee non avranno il tanfo dell’ideologia ma il sorriso sereno dell’aver capito. Al di qua del blog che voi leggete c’è un mondo che lascia di sè soltanto un riflesso lontanissimo di me e di voi; solo la musica che siede in un angolo della stanza quando si alza maestosa può regalare almeno un’idea di quanto è accaduto qua dentro. Ma molti di voi non l’ascoltano e non sapranno mai dove è andato a riposare per sempre il pensiero di me che scrivo. Nessuno riuscirà a immiserire queste pagine e il loro autore, non perchè egli meriti più degli altri ma solo perchè custodisce la propria piccola parte di luce che altri hanno buttato via. Se scrivo vi amo, se vi rispondo cambio le note in cacofonia, se vi leggo cresciamo, se accetto il confronto come un obbligo ci sviliamo tutti. Quando arriva puntuale la sera io sfioro le superfici dei miei pensieri ad occhi chiusi per riconoscerli al tatto, per sentirli fluire, riconoscermi in essi e capire dove li ho traditi; non esiste palcoscenico adeguato a questo dietro le quinte, solo sussurri che giungono deformati dall’attesa e dal bisogno. Non vi serve, non mi aiuta, non fa scrivere. Il vetro opaco che divide il mio mondo dalla immaginazione che chiunque di voi, senza colpe, se ne è fatto, rimarrà la dove è sempre stato, la responsabilità terribile di raccontarvi volute bugie o più che dignitose mezze verità ricadrà esclusivamente su di me: non vi dirò dove e se c’è il trucco, non vi chiederò nulla ma pretenderò molto. Quando le prove d’orchestra saranno terminate, nessuno di noi riterrà queste questioni importanti. Volgeremo tutti il volto verso l’origine della musica e sorrideremo finalmente riconoscendoci dentro il suo divenire.

 3° Commento al post

ma certo che ce la faccio a leggere, a scrivere e a ricordare.

Adesso i cervelloni hanno scoperto che gli intelligenti hanno

poca memoria, ed io allora sono completamente stupida…

RICORDI?

Qui dentro sono un lampo accecante, un brivido e la consapevolezza crudele e fiera di esserci e aver vissuto; qui i miei amori sono confluiti nell’unico amore che mi farà compagnia quando la luce si spegnerà, le mie idee non avranno il tanfo dell’ideologia ma il sorriso sereno dell’aver capito.

StregaBugiarda

Parlare del Sud è facilissimo: il Meridione d’Italia è pieno di luoghi comuni cui appoggiarsi senza grossi problemi. Tutti media ufficiali, il cinema e il teatro sono talmente coperti da questo genere di comunicazione da sembrare che tutto sia reale e veritiero. Solo la letteratura ha mostrato qualche crepa, qualche dubbio e la storiografia comune dal canto suo suona da sempre in un unico modo.

Parlare del Sud è difficilissimo: troppi controsensi, troppi equivoci e troppe bugie organizzatesi nel tempo come unica traccia da seguire. Dentro la corrente cui è stata assegnata la patente di serietà documentata e storica diventa complicata inserirne un’altra, io desidero soltanto dare un contributo, piccolo ma sincero, alla ricerca di una verità storica che i testi avuti fra le mani negli anni della scuola e quelli, più nobili e altisonanti, che compongono la storiografia ufficiale del Risorgimento italiano, non hanno mai raccontato in modo serio. I fatti storici e soprattutto gli antefatti, i protagonisti, le mille storie segrete formicolanti sotto le evidenze vissute come assiomi senza mai un attimo di riflessione… o almeno di buon senso, tutto questo grande insieme di cose adesso, trascorso il primo centenario dell’unità, appare fatiscente. Riprenderlo in mano, analizzarlo studiarlo con animo obiettivo, senza ideologie pelose a guidare la mente è fondamentale. A molti potrebbe sembrare un’operazione dissacratoria, un atteggiamento revisionistico da quattro soldi, legato evidentemente ad una sorta di anacronistico campanilismo meridionalista. Non è così. Un’analisi più seria sulle vicende che hanno portato dal 1860 in poi all’unificazione della penisola italiana vede sicuramente in primo piano e ai primi posti la Sicilia e siciliani; il processo unitario italiano ha avuto sia dal punto di vista morale che geografico che umano il contributo determinante della Sicilia.

L’analisi quindi non è tanto dissacratoria ma necessaria: non è un vezzo ma un dovere. Chiedersi come, perché e quanto è fondamentale per potersi finalmente guardare in faccia tutti senza ipocrisie. Le vignette che da tempo disegnano uno stivale che prende a calci la sua appendice meridionale non sono il prodotto di un ubriaco di poco conto: riflettono purtroppo la realtà dei fatti. Certo la geografia e alcune difficoltà obiettive non possono essere facilmente modificate ma la storia degli uomini ha il diritto-dovere di essere declinata in modo diverso.

Dico qui una cosa che avrei dovuto scrivere in coda a questo testo: la Sicilia e siciliani sono creditori di questa nazione (o pseudo tale), l’isola ha risorse e potenzialità grandi ma inespresse. Dal 1860 in poi si è pervicacemente voluto, anche col contributo di siciliani non meritevoli di essere chiamati tali, che rimanessero inespresse per favorire in un modo o nell’altro lo sviluppo dell’economia settentrionale. Sviluppo del turismo, valorizzazione dei beni culturali (un patrimonio immenso che tutto il mondo ci invidia), trasformazione dell’agricoltura e della pesca, sfruttamento delle risorse del sottosuolo sono tutti punti di partenza di una ricchezza potenziale che potrebbe sicuramente consentire lo sviluppo autonomo della Sicilia. Ma in realtà se c’è un popolo legato al concetto di unità nazionale sono proprio i siciliani: l’idea del federalismo estremo, praticabile oltre lo stretto ben più chiaramente e facilmente di quello padano, non ha mai attecchito in Sicilia. Eppure solo su una crescita economica e sociale e sulla presa di coscienza delle proprie forze e delle proprie risorse si può costruire una Sicilia diversa e si può finalmente pensare di accorciare il divario profondo tra Nord e sud. Sono la coscienza delle proprie luminose radici, della propria forza e del proprio valore possono vincere l’atavico sospetto della latitanza cronica dello Stato verso la soluzione dei problemi isolani. Io credo che solo i siciliani siano in grado di liberarsi dall’abbraccio mortale della mafia, Falcone e borsellino lo hanno dimostrato ampiamente, solo la Sicilia può scrollarsi di dosso questo marchio di infamia che ci opprime ogni giorno di più.

Nel settembre del 1982, in via Carini a Palermo, furono uccisi brutalmente Carlo Alberto dalla Chiesa e la moglie; dopo l’omicidio su un muro un siciliano anonimo scrisse “qui è morta la speranza dei siciliani onesti”. Tremendamente vero, vergognosamente vero ma finché ci sarà l’altra faccia della Sicilia pronta a contrastare la prevaricazione la violenza mafiosa, la Sicilia che prende il testimone degli uomini coraggiosi che hanno dato la vita per la dignità di questa isola, la speranza non morirà. Non ci sono alternative per la costruzione di un futuro decente ogni popolo deve avere coscienza delle proprie radici storiche e della propria cultura. Dovremmo quindi parlare o riparlare di storia e io vorrei cominciare con una frase di Jean Cocteau “Che cos’è la storia dopotutto? La storia è fatta da avvenimenti che finiscono per divenire leggende e le leggende, bugie e falsità, che finiscono per diventare storia”. Non riesco a trovare niente di più calzante con l’unità d’Italia e gli avvenimenti che ne sono seguiti, niente di più adeguato ai fatti celebrati dalla storiografia ufficiale a partire dalla spedizione dei 1000 e che portarono poi a questa Italia che abbiamo davanti. E vorrei chiedervi seriamente c’è tra di voi un cretino che veramente crede che 1089 uomini sbarcati a Marsala abbiano potuto aver ragione di un esercito di 20.000 uomini perfettamente equipaggiati? Nasce tutto da qui, inizia tutto da questa menzogna così grande, così ridicola eppure così radicata nei libri della nostra scuola. Non sembra possibile ma nell’anno di grazia 2016 discutiamo ancora, perché vi siamo dentro, di una mai risolta “questione meridionale”. Riparliamone dunque proprio in occasione dei primi 100 sessant’anni da quel maggio 1860: facciamolo con obiettività storica e serenità di giudizio, rivediamo gli avvenimenti che tra luci e ombre portarono a un processo unitario fondato per i siciliani soprattutto sulle illusioni create da Garibaldi e sulle mancate promesse del re piemontese seguite poi dalla sanguinosa repressione dello stato sabaudo negli anni fra il 1865 e il 1870. Riconoscere infine che il processo unitario fu forzato e segnato da profonde ombre significa rendere finalmente un buon servizio a una realtà storica bistrattata e rendere giustizia alle popolazioni meridionali e alla Sicilia che all’unità hanno sempre dato un contributo importante. Vogliamo parlare della biblica emigrazione verso i paesi dell’America settentrionale e meridionale? Vogliamo chiederci perché iniziò dopo le annessioni al Piemonte e non prima? Vogliamo pensare a quanto peso hanno avuto il lavoro e le rimesse di denaro fatte dagli emigranti? Possiamo ricordare il contributo di sangue meridionale durante la grande guerra? E per chi lo ha vissuto di persona non credo sia giusto dimenticare i meridionali degli anni 50 con le valigie legate dallo spago scendere nelle stazioni di Milano e Torino e produrre ricchezza per il Nord e per le sue industrie… Pensando di farlo per l’Italia intera. Ma l’Italia si era già fermata da tempo molto prima di Eboli.

È a persone come queste che ci si deve rivolgere per restituire il maltolto e la dignità, ai siciliani e ai meridionali che l’Italia l’hanno fatta davvero col sudore della fronte e con uno sforzo intellettuale che non si può negare. E a questi italiani che bisogna raccontare la storia vera di una nazione nata per interessi di altre nazioni, fondata su menzogne risibili e che anno dopo anno continua a partorire sciocchezze di valore assoluto. Siamo ancora in tempo per sfatare quella storia propagandistica per raccontare il vero aspetto dei protagonisti di quel tempo, a partire da Giuseppe Garibaldi, proseguendo con Cavour e re Vittorio Emanuele II, dicendo senza fronzoli che tipo di criminale abbia gestito la questione “brigantaggio” e cioè il Generale Cialdini? Non sono più sicuro di molte cose perchè certe bugie si sono incancrenite, organizzate in assiomi difficilmente scardinabili. Non voglio cambiare la storia, voglio leggerla con animo sincero.

E’ difficile per me spiegare a parole la sensazione che mi accompagna da tantissimi anni, E’ vero soffro di solitudine ma è altrettanto vero che fin dall’adolescenza c’è una parte della mia vita che io non posso che viver da solo. Intellettualmente nella sfera di certe emozioni e di certe riflessioni IO SONO SEMPRE STATO SOLO, ogni volta che ho tentato di uscire dal guscio mi sono sentito a disagio come se fossi forzato in una veste che non mi apparteneva. Anche qui nei blog il distacco tra la mia dimensione intima e l’espressione scritta che ne ho prodotto non mi ha mai del tutto soddisfatto: forse i continui aggiustamenti, gli abbandoni e i ritorni hanno la loro origine dentro la segreta consapevolezza della mia personale solitudine. Ad un certo punto della mia vita ho capito che era inutile produrre tentativi di condivisione, erano sterili e per certi versi controproducenti: ho aperto i blog per provare ad essere diverso e vero, per svelarmi senza finzioni. Non funziona! O almeno funziona solo in parte, poi arrivano come sempre gli equivoci, le risse, le incomprensioni e nel frattempo si perde il tempo prezioso dell’intuizione concettuale, quella che ti fulmina in mezzo secondo e che non riuscirai a comunicare mai a nessuno se non seguendo la stessa via e la medesima intuizione. Ho scritto miliardi di righe nella mia vita, milioni da quando frequento il web. Mi pongo il problema di cosa esse siano e dove vadano, mi pongo anche un’infinità di questioni che dalla scrittura partono e alla scrittura ritornano. Devo confessare che abbastanza spesso sono soddisfatto di ciò che scrivo ma capisco che il significato vero è troppo spesso relegato alla MIA dimensione intellettuale: nonostante la mia arroganza lo ritengo un difetto. Credo che resterà tale. Ho riempito negli anni la rete di miei blog che adesso dormono “spenti” in qualche angolo, posso risvegliarli quando voglio per scherzo, per noia, per diletto o per curiosità, penso che sia affar mio. Ultimamente ho trovato più utile scrivere all’interno dei commenti e i miei scritti “nuovi” si trovano quasi tutti lì; il blog è una strana creatura molto più duttile di quanto si possa pensare, nel contesto personale, che resta intonso se lo vogliamo, si inserisce quello pubblico, croce e delizia di noi tutti, pietra di paragone culturale ostica e micidiale in certi suoi risvolti. Sarà su quel terreno che si giocherà la vera partita di un blog, nel guardarsi in faccia, migliorare la forma del nostro pensiero e la sua espressività, confrontarla con gli altri, accettarne la diversità e difendere la dignità del NOSTRO sentire. In questo, specificatamente, io mostro spesso la corda e lo scrivo.

Qui scrivo anche delle mie sconfitte anzi a ben guardare sono esse le vere protagoniste di questo blog; la non riuscita, i tentativi a metà e, infine, la grande malinconia dei sogni solo sfiorati ma mai stretti tra le mani. In certi casi ho pensato, prima di mettermi alla tastiera, di provare a fingermi un’altra esistenza e altre dinamiche: chi potrebbe mai sapere veramente di me? La rete è piena di falsi narrativi e intellettuali, di castelli incantati pronti a crollare al primo alito di concretezza vitale. Ma non ci riesco, scrivo della mia mediocrità immaginando l’assoluto: se non potessi farlo più sarei privato di uno dei pochi sfoghi esistenziali che mi sono rimasti. Tutti post che ho scritto negli anni parlano di questo, sono io, credo che voi mi leggiate per questo.

Filosofia era la materia che scelsi per il mio orale alla maturità classica del 1969; Heidegger fu l’argomento di una mezzora memorabile, esplosiva con il menbro esterno di commissione che evidentemente odiava il filosofo tedesco. “Il modo di essere della verità e la presupposizione della verità” diventò il campo di scontro: ricordo bene… Nel cielo stanno cominciando a passare con imbarazzante frequenza meteoriti come frammenti di vite in comune. Io adesso mi sento smarrito. Nella seconda di copertina del testo di Pirandello UNO NESSUNO E CENTOMILA scrissi 39 anni fa: “Noi presupponiamo la verità non come qualcosa che stia al di fuori e al di sopra di noi e a cui noi ci rapporteremmo come ci rapportiamo ad altri valori. Non siamo noi a presupporre la verità, ma essa è ciò che rende ontologicamente possibile che noi possiamo esser siffatti da “presupporre” qualcosa. E’ la verità che rende possibile qualcosa come il presupporre.M.HEIDEGGER-ESSERE E TEMPO. Il libro si trova nella biblioteca di casa a Palermo, lo custodisce mia madre. Giochiamo quindi e allontaniamo la morte da noi, rimandiamola ad occasioni più serie, a quando non tireremo più voluminosi testi di greco sulla testa dei nostri interlocutori. Mentre leggevo pensavo al mio vocabolario di greco: un ponderoso Rocci che probabilmente ti avrei tirato dietro di rimando se fossi stato un altro ragazzo e non il silenzioso sognatore che ero. Mi viene da ridere e dura poco però perchè io in quella soffitta mi ci sono accomodato, i gradini li ho saliti tutti e mi sono accorto che nemmeno così si chiude il cerchio della vita. Che gli estremi, dopo essersi toccati, rimbalzano via lontano, l’intelligenza non paga, non abbastanza da modificare il tratto col quale tracciamo il cerchio. “La cura delle emozioni sfibrate e logore è solo nei gesti precisi e senza scampo” dici tu ma sono sicuro che quei gesti non li fai o almeno non con precisione, è un gioco anche quello, una cosa seria. E’ già la seconda volta che ti cito, la situazione sta trascendendo: dovrò preparare un piccolo prezioso libro di massime e citazioni tratte dal tuo testo base? Vado spesso il libreria, è una sensazione orgiastica, ma tra le tanti amanti che sono entrate e uscite dalle loro soffitte nessuna ha la tua “sfibrante” verità ( terza citazione). Fermo così.

Ci stai provando anche tu? Siamo in molti a chiedere, cercare di capire ( dopo quando tutto è finito) cos’è l’amore. Ho la netta sensazione che mentre scrivevi e citavi un attento e illuminato Bauman, sapevi perfettamente di non dire, non dirci tutto! Lo fai spesso: uno spiraglio aperto per un istante su panorami vertiginosi e poi…tac, ti rivesti in uno striptease al contrario eccitante e nervoso. Non fai così per incapacità o impotenza letteraria ma perchè sai di sfiorare il vero mostrandoci il suo simulacro vuoto.

Io mi sono innamorato due volte in tutta la vita e non potrò mai dire compiutamente ma solo disquisire con acrobazie intellettuali del mio essere di allora. Posso solo affermare che, innamorato, stavo seduto in cima al mondo…anche se poi rotoli giù quella prospettiva non la dimentichi mai.

La Sicilia in innumerevoli libri, come sfondo o palcoscenico di film o opere televisive: ovunque e in mille modi l’isola dove sono nato si presenta in scena. Ed esce spesso bastonata. E’ la sensazione fastidiosa della mancanza nonostante tutto, dell’assenza soprattutto di una misura seria che gestisca l’arbitrio percettivo che si ha di quest’isola. Anche del mio s’intende. Se arrivate in fondo al tacco di questa nazione e guardate i tre chilometri d’azzurro che fanno da confine fra il Sud e il sud del sud dovreste sentire l’aria inconfondibile della frontiera: alcuni di voi sanno per aver letto o studiato, altri non hanno alcun interesse di sapere. Informarsi e riflettere fuori dai pregiudizi è terribilmente scomodo, meglio imbarcarsi con le certezze già acquisite, quelle di cui fanno parte le date sui biglietti di ritorno. Basta leggere con onesta attenzione quello che della Sicilia è stato scritto, dipinto, suonato…filmato, basta ascoltare per qualche minuto una discussione qualsiasi su di essa per capire che si parla e si ragiona su un falso evidente: una Sicilia unica. Riconoscibile e trasmettibile secondo stereotipi universali e scontati, per questo inossidabili; non è così.

Chi in un modo o nell’altro ha attraversato quest’isola, qualunque sia il suo grado di cultura e gli inevitabili preconcetti che condiscono la sua vita, sa bene che la mia terra ha decine di facce. E’ una metafora lucida, perfettamente pirandelliana: cento, mille sicilie, quindi nessuna realmente adeguata ad un riconoscimento significativo. Dentro ogni sfaccettatura si viene risucchiati verso una logica elementare, quella che recita uno storico deprofundis sociale e economico, l’unico apparentemente percepibile. Io l’ho vissuta sulla mia pelle questa impossibile oggettività che per vie traverse si coagula in un insieme di verità inconfutabili. Conosco quel tipo di smarrimento appena ci si avventura oltre i confini del già detto, so cosa significhi essere soli intellettualmente davanti al consesso di evidenti mancanze ingigantite e pasciute da analisi scontate. E’ anche vero che chiunque viaggi, anche se inconsciamente, vive del pregiudizio e del comodo luogo comune che ci fa vedere e visitare proprio quello che avevamo in testa prima di partire; è difficile partire nudi e tornare vestiti e , in fondo, non è questo quello che voglio. Anzi desidero il contrario perché la Sicilia è veramente un luogo dell’anima e non puoi giudicarla se non ne conosci la storia e la cultura che la permea da cima a fondo in modo totale. Sono nato qui e cammino qui, vedo ogni giorno facce diverse del mio osservare, di una diversità poco gestibile e scomoda.

”Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato, cangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. […] Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre la Sicilia, di un eccesso di identità, né so se sia un bene o un male. […] “ GESUALDO BUFALINO in L’isola plurale. 

La stessa qualità e quantità di contrasti e opposti che sono gran parte del fascino dell’isola e anche la sua “insopportabilità”; lo stesso misterioso incantamento che fin da bambino mi riempiva gli occhi di stupore quando vedevo apparire il tempio di Segesta nella campagna severa dell’interno o il panorama immenso e aperto sul mare e le Egadi da Erice. Anche adesso mentre ne scrivo capisco di non poter essere obiettivo: il mito, l’apparizione e non l’essenza sono contesti che non possono produrre altro che ambiguità e incertezze.

La Sicilia è un continente sia in senso stretto che in quello lato, potrei dire che possiede in massimo grado una bellezza paradossale, eccessiva e discontinua: quella propria di ogni frontiera, scomoda e sfuggente al dettato razionale dell’Europa che volendosene liberare cade ogni volta in un turbine di sensi ipnotico appena si lascia da essa sedurrre. Della Sicilia non ci si libera facilmente, anche se si tratta di un fascino pericoloso e incoerente: vorrei chiedervi però se avete mai amato facilmente l’assoluto, se vi siete mai confrontati con la serietà millenaria di uno sguardo di pietra o di una curva marina che si perde all’orizzonte. La posizione di arrogante centralità, conficcata in mezzo ad un mare antico e stratificato di genti e culture ha segnato il destino dell’isola, oggi come ieri. I migranti dall’Africa che approdano sulle coste di Lampedusa, gli uomini del Nord i cui sovrani riposano nella cattedrale di Palermo, i greci col nostro stesso sangue da sempre ospiti delle sue coste, e poi i turchi pirati e l’islam che ancora canta fra le sue strade e nelle sue architetture, e l’Europa nobile e colta con la sua letteratura percorsa dall’humus siciliano oltre ogni ammissibile limite…i liberatori di sempre, infine, più o meno smentiti dagli esiti delle loro migliori intenzioni. E’ lì l’origine della qualità speciale della narrativa e della letteratura siciliana: dentro il deficit e l’insicurezza, dentro il disagio di chi vive ogni ora sulla frontiera di un possibile e definitivo collasso. Lo scrivere è la nostra redenzione, l’unica possibile e, come tale, portata ai massimi livelli ; Federico de Roberto, Sciascia, Verga, Lampedusa, Pirandello, Piccolo, Brancati, Bufalino…Camilleri e ne lascio fuori un numero troppo elevato, sono il messaggio lanciato nello spazio sociale e umano di un’altra realtà che ci è ostile, incredula e vigliacca, che non vuol credere ad un’esistenza ai limiti della decenza, che irride il sogno perfetto di chi supera perché ha compreso per caso o sa troppo per studio. Non mi pongo il problema di chi voglia credermi oppure no, la storia scuote da millenni coi suoi marosi la Sicilia e noi senza un perché decifrabile siamo ancora qui in eterna attesa di una nuova legge, un nuovo segno che spiegherà alfine questo lungo e fantastico sonno della ragione. Nostro che di molti altri non c’è materiale.

Lei vive raccolta dentro un silenzio che è il passaggio per la metafisica della vita di tutti noi: ci penso di tanto in tanto. Mi fisso e mi perdo seguendo sentieri estranei al comune sentirsi vivi….capisco molte cose per poi dimenticarle volutamente. Non potrei vivere nel mondo, non con quei pensieri in testa. Io credo che siamo solo nostri, che ciò che condividiamo con un sorriso di piacere resti nostro per sempre. Ci credo fermamente e se racchiudo in un solo fardello questi anni di scritture non c’è niente di cui riesca a vergognarmi, nessuna parola che non vorrei aver detto. Presentarmi degnamente davanti alla mia Signora è l’unico scopo adesso. Di sera, tutte le sere della mia vita, la chiamo per dirle che quando verrà non avrò nessun timore, le scoprirò il viso e la bacerò sulla bocca, sentirò il suo seno contro di me e sarò libero, finalmente libero…

L’ho capito. Ma non ci voleva poi molto però. Le mie festività, quelle natalizie in particolare, sono diventate un guscio vuoto perchè non ho più punti di riferimento affettivi. Sono nato in una famiglia, la mia,  e ci stavo con tutti gli annessi e connessi; avrò mandato affanculo mio padre un centinaio di volte negli anni fra il 1971 e il 76. Tutto in regola, avevo una famiglia e quando ci si vedeva, quanto arrivavano le cornamuse e il presepe, l’albero con la neve e gli odori di cucina ( non posso dirvi come si mangia a casa mia) io ero in festa. C’erano le feste altro che storie, regalucci compresi.

Non è più così: non lo è più da almeno sedici anni, da quando ho spaccato il matrimonio e lei ha fatto una figlia con un altro, da quando Natale arrivava mentre io non dormivo più nella stanza accanto a quella dei miei ragazzi. Da quando io arrivavo in una casa che non era più mia per fare gli auguri

… Auguri papà, un bacio papà, dove sei più tardi papà? 

Che me ne frega del Natale? Lo vivo da solo il Natale…. La parte etico- religiosa son fatti miei, quella umana affettiva pure ma non funziona e tutto crolla e le mie feste sono una tragedia. Prima finiscono e meglio è.

Le altre donne, gli altri tempi e le mie altre vite hanno tutte questo buco nero che io scioccamente pensavo di coprire con la cultura, la famiglia alternativa, con pensieri e riflessioni profonde sull’umanità. Non funziona! Dove sei più tardi papà? Dire sono qua da voi non serve se per una vita sei stato lì accanto ma non dentro e adesso che l’ho capito me lo dico, lo scrivo su questo blog che tanto siamo 2 gatti a leggerci e la tristezza fa male alla salute. Ma adesso lo so: è una variabile personale il tempo, il mio tempo diverso dal tuo; in verità non è nemmeno mio, con me scherza, ogni tanto discute…poi mi volta le spalle e se ne va per la sua strada.

Così anche questo Natale, l’ennesimo, giunto puntuale per sé ma non per le mie aspettative. Ho dovuto lavorarci sopra nelle ultime ore, mi sono guardato intorno e ho visto il mio identico smarrimento, mascherato meglio però. La luce di cui parlarono i profeti galleggia nel cielo solo per chi sa e vuole vederla, per tantissimi altri è una fiction ben orchestrata. Ho trascorso alcuni Natale al buio ma ho letto a lungo che la Luce esiste essa è, siamo noi a colorarla e a chiamarla coi nomi più svariati: per chi ha fede essa è il soprannaturale che incrocia il cammino dell’uomo, per chi guarda solo alla realtà concreta è un obiettivo di riflessione ed umana solidarietà. Per me, bambino, fu neve e meraviglia, concerti di Natale e mia nonna col naso freddo in Piazza Duomo a Milano. Poi, negli anni, velocemente non fu più nulla, solo il venticinquesimo giorno dell’ultimo mese dell’anno. Ora è quasi silenzio e parole bisbigliate per destare il ragazzino che fui con una dolcezza che avevo scordato. Quanto mi piacerebbe regalarvene un po’…Auguri.

Cambierà qualcosa da stamattina? I colori e poi la grafica, le immagini forse…un gioco nuovo ma serio. Così serio da essere testimone di una chiusura definitiva e di un’improbabile inizio. Chi vorrà potrà leggermi qui o altrove, ho sempre avuto i miei dubbi sulla consistenza numerica dei miei lettori: non è una questione qualitativa ( non ho alcun diritto per affrontarla) ma attiene alle caratteristiche proprie del Blog, alla sua voracità, ai suoi equilibri virtuali ,e soprattutto ai suoi continui equivoci. Per certi versi lo stesso discorso si potrebbe fare sui luoghi della cosiddetta “democrazia virtuale” (Grillo docet) e sulla subdola e terribile menzogna che si cela dietro ad essa. Non so se cambierà qualcosa, non ho idea se il sottoscritto avrà ancora voglia di trastullarsi con i suoi vecchi post o si rimetterà in rete con scritti nuovi e contemporanei.

Ma questa novità è reale? Ne siete convinti? Da come molti di voi ne scrivono sembrerebbe di no ma, dietro, fra le quinte di un blog o l’altro formicola la speranza di dire e fare sempre qualcosa di nuovo: bene fatemelo leggere! Uccidete la noia terribile dei partito preso, delle tendenze al ribasso, dell’ideologie concentrate, della cattiva letteratura o di quella tanto bella e perfetta da non poter essere buona.

Per quanto mi riguarda la prova più pesante è stata per me spogliarmi dalle remore, anche culturali, e scrivere o riscrivere con quell’immediatezza che sola ti libera l’animo e la mente; sto ripubblicando tutto con il MIO TUTTO, con il mio mondo e la mia generazione tra i denti, la vecchia e nuova Europa, quella che ho amato sui libri, la mia Patria inutile e vituperata. Il mio Sud trafitto dal sole e dall’oblio, la mia educazione sentimentale sempre a metà…la musica, le immagini e infine il sogno di cui nessuno potrà dire perchè resterà un segreto per sempre. Da molti anni a cicli, penso di aver compiuto una lunga traversata: i miei pensieri spettinati e costretti poi ad un educandato severo. Un supplizio!

Scrivere è una liberazione, la mia: mi inchioda su un pensiero, mi addensa , finalmente, per un lungo e interminabile attimo è lei la mia padrona assoluta ed io il suo amante totale! Scrivere diventa la mia vita perenne, il senso definitivo che mi assolve dal peccato di fornicare coi giudizi altrui. E’ una mistificazione, ovviamente, un gioco degli specchi; nessuna traversata riesce ad allontanarmi dalla sensazione di colorati dejavù, il web è stracolmo di essi… così dopo aver scritto penso sempre che a queste righe non ne potranno seguire altre, che queste righe siano totali e intoccabili, sintesi perfetta della fine e del nuovo inizio: una clessidra e noi polvere là dentro. Questo mi uccide, questo è appunto l’ombra del silenzio per il quale non c’è descrizione possibile. Qui o altrove le sillabe separate le une dalle altre in una scansione crudele gridano il loro bisogno disperato di tornare alla loro unità originaria: perfetta e unica. Senza sbavature, senza una dimensione temporale definita, le parole e le cose si raggrumano nella realtà, nell’ indecifrabile perfezione dell’imperfetto, io lo guardo, lo respiro e lo scrivo. Non è un gesto triste o funereo è un divenire silenzioso che mi sgrava da un compito morale che non amo: in qualche altro posto sarà mattino o notte e qualcuno come me sta già scrivendo un’altra poesia. Altri tratti, altri amori… e a me pare consolante. La logica che mi ha guidato in tutti questi anni di blog e prima ancora non è così difficile da intendere: quando ho iniziato avevo già un buon patrimonio di scritti risalente a 30 e più anni prima, non ho dovuto far altro che adattarli al nuovo ambiente. Da lì, spinto da stimoli provenienti dalla vostra scrittura e dalle dinamiche che incontravo, sono poi nati i testi “nuovi”: il corpo principale dei “nuovi” blog è fatto quasi tutto così e, immagino, si noti chiaramente. Dal 2010 in poi sono state le nefandezze altrui e gli errori personali a influenzare progressivamente la mia chiamiamola produzione: il difficile rapporto con il mondo dei blog mi ha convinto a dire la mia su qualcosa che sentivo e sento ostile e sciocco e a costruire l’Arca che mi avrebbe traghettato fuori da questi mari e riportato alle acque che amo, quelle del cartaceo. Ho cucito tra loro un buon numero di post che a mio parere avevano un senso comune, l’idea era quello di un libro, ne ho fatto un blog particolare e l’ho pubblicato in rete. Idea fallimentare, non lo legge praticamente nessuno ma io lo amo molto.

Il principio di legare in maniera diversa post tra loro non è poi molto diverso da quello di scomporli in testi molto più brevi e pubblicare gli uni e gli altri; c’è una forte componente ludica in tutto questo, in mancanza di essa sarei uscito molto prima dalla blogosfera inseguito dai denti di un malessere profondo. Da stamattina si scrive sul serio: senza assilli legati al dovere-necessità di rispondere ai commenti o presunti tali.  Il mio tempo è a scadenza ravvicinata, scrivere sul serio me lo devo e ve lo devo. Forse qualche riga di me resterà ed io là dentro: mi chiamo Enzo e sono troppo vecchio per sciupare il tempo.

T’inventerai un’altra vita per pensare a questa vita

costruirai la tenacia con cui inafferrabili

sprofondano le cose.

Continui a dirti che se solo lo volessi

se solo ci credessi

potresti farle vere e ferme

potresti liberare l’anima del mondo.

Ma non puoi, ci sono io col mio affetto

asimmetrico

col mio cuore che batte

con i miei abusati candori.

Voilà! Dovrai inventarti una vita diversa

per ripensare a questa che stai consumando

tra noi.

Ma è irreparabile la sconfitta delle cose passate

il senso sottile che  ti stia spogliando di tutto

del tuo ultimo sguardo per me

della mia residua frase d’amore

che ti attende alla fine di questo buio.

E infine dimenticherai che nella prossima occasione

volevi essere felice.
Tramortito sulla via di Damasco ho seguito per molte settimane gli aquiloni del mio pensiero: colorati e bellissimi mi hanno ingannato sui molti aspetti della mia personalità, poi si sono sostituiti ad essa e mi hanno regalato l’assenza. Un blog può essere molte cose, mi domando quante riesca a contenerne. Siamo già un po’ più in là o sono io ad avere le allucinazioni. Ho voglia di ripercorrere le strade che sembrano le solite , di sentire scorrere via le vostre parole. Quando l’assenza si ripresenterà sarò più pronto, o la fine o la guarigione. Mi sembra evidente: non cerco contatti a qualunque costo, sono selettivo in modo esagerato, collerico, snob e fondamentalmente quindi UN SOLITARIO. L’ho detto in questi anni centinaia di volte, l’audience mi solletica ma non mi possiede, è un obiettivo che importa solo a coloro che usano il web come passerelle per secondi o terzi o quarti fini Lo so, lo so bene, vi sento mentre dite con fastidio ma chi diavolo vuole ascoltarti vecchio rimbambito! Vuoi star solo? Crepaci in solitudine! BENISSIMO, PER ME VA BENISSIMO. In questa casa entra e colloquia solo chi ritengo per civiltà ( prima) e per cultura ( dopo) degno di entrare, sedersi e parlare. SONO POCHISSIMI E se fossero ancora meno? Se non ce ne fosse uno? PECCATO, SCRIVEREI LO STESSO PER UN CERTO TEMPO E DOPO…..DOPO SI VEDREBBE. Non ero partito così. Mi piaceva lo scambio, il mezzo, la gente, veder fluire le idee, conoscere anime. Mi piaceva ma non sono cieco o sordo e non ho mandato il cervello in ferie. Mi sono reso conto a poco a poco che questa dimensione virtuale era il succedaneo di quella reale, peggiorata da molti fattori. Ho cominciato a dirlo, a scriverlo….senza peli sulla lingua perchè non ne ho e molti in rete invece li hanno, e sono peli lunghi… Sfoglio con attenzione le pagine di questo blog, ne studio le righe e resto silenzioso ad ascoltare l’eco di parole ormai lontanissime: in fondo non mi dispiace sia così. Ho una lucida coscienza di me stesso, non crediate sia privo di capacità di auto valutazione: un blog gestito dal sottoscritto non poteva essere diverso nè poteva aspirare a simpatiche levità sociali. Lo dico senza orgoglio ma con pacata rassegnazione, ho piena coscienza dei miei limiti. Resterebbero tali anche se venissi colonizzato da una febbre nuova e trascinante. Giungere alla conclusione che è impossibile salvarsi, ecco il concetto primordiale che si stampa alla fine della risma di fogli che la mia mente ha prodotto in questi anni.

APRIRSI

Quando esci dal portone sei una lama di colore rosso: ti guardo con la consapevolezza della prima volta; vorrei rallentare i tuoi movimenti però mi sei già davanti e io vorrei allontanarti un po’ da me per guardarti meglio a figura intera. Tu mi aliti un ciao a 2 millimetri dalle labbra…ti prendo le braccia e porto il tuo seno a un attimo dal perdersi contro il mio. Andiamo via da qui, lontano dai due gusci vuoti che siamo l’uno senza l’altro. Perché ridi ? Oggi parleremo in modo assolutamente consono a ciò che siamo. Hai paura ? No, ridi, sei un’onda di piacere puro, non c’è nessun’altra sensazione che possa inficiare il senso di questo giorno. Luce a picco fra le palme ad anfiteatro, luce ovunque e mare: una danza di azzurri e le tue gambe a dettare il ritmo delle onde. Ti ho mai detto che hai le caviglie più musicali che abbia mai visto ? Ti volti di scatto e mi butti in faccia i tuoi occhi.

-Basta, Enzo, guardami bene, sono una vecchia signora – mi prendi la mano – tocca il mio seno, guarda da vicino la mia pelle, sfiorami i capelli. Sono una donna anziana e tu un vecchio e impenitente libertino.

Io non bado alle lacrime che ora puliscono i tuoi occhi, mi avvicino fino a bruciare la mia anima dentro le mille pagliuzze delle tue iridi e ti bacio facendo sbattere i denti contro i tuoi. E abbiamo di nuovo 16 anni e dell’amore non sappiamo nulla e il sesso è l’unica cosa che vogliamo, l’unica che riusciamo a capire. Siamo tornati le rollingstones pericolose dell’altro ieri e mi metto a singhiozzare senza freni, senza tempo, senza pietà…voglio le altre tue labbra e disintegrarmi dentro il tuo utero. Che la notte rovini su questo giorno luminoso e aperto. Ci siamo amati di più lungo questo periplo marino che in mille giorni di coiti sfrenati, ci siamo sfiorati le vite per gridare che non potrà mai più esserci una prossima volta. E anche questa è una menzogna: la volta è una sola, apparecchiamo il desco a questo miracolo, parlami delle tue poesie e delle tue paure, delle nostre canzoni e di quel giorno sotto la pioggia quando ti dissi – I tuoi capelli sono almeno la metà dei motivi per cui ti amo-

Piove sempre ma è bellissimo quando butti indietro la testa e ti lasci baciare il collo senza pudore, tra un po’ uscirà il sole su questa antica città e ci fulminerà qui, davanti alla fonte Aretusa come due amanti pietrificati dallo sguardo di una Medusa invidiosa. Siamo osservati da decine di persone, giro turistico con spettacolo fuori programma: assistere ad una fiction vera… Andiamo via amore mio, andiamo a indossare nuovamente i gusci lasciati al parcheggio sotto casa. Non siamo noi è il mondo che si agita per la nostra assenza, adesso abbiamo riempito il vuoto ma lui ci aspetta negli altri amori, quelli riusciti male, non amati, sciupati. Non siamo noi, troppo leggeri e perfetti per far vela al vento che sale dal mare. Non siamo noi, la nostra ombra si aggira ancora qua mentre andiamo via.

SCRUTARE IL TEMPO

E’ una tersa mattina di fine estate che si è fatta attendere a lungo, capricciosa e vanesia, come una star ad un ricevimento in suo onore prima di comparire davanti ai suoi ammiratori. Però ora ogni cosa è al suo posto, perfetta. Non attendo te occhi azzurri, attendo il passato. Quel passato che mi appartiene più d’ogni altra cosa perché possiede ancora una carica vitale profonda, un desiderio non sedato. Il sole, tiepido quanto basta, mi scalda il viso: ho voglia di caffè e placida tenerezza. E’ bellissimo muoversi mollemente con gesti risaputi e familiari: una solare intimità dei luoghi che si riflette dentro il mio spirito. Galleggio con naturalezza… per il principio d’Archimede evidentemente possiedo un peso specifico inferiore ai pensieri nei quali sono immerso. Lo stare bene assoluto. Quanta della mia passione cammina ancora da queste parti? Ho proiettato me stesso sul selciato del Passeggio Adorno e l’immagine è arrivata sino alle acque del Porto Grande, i miei occhi sono ancora fissati su un mattino di molti anni fa, quando tutto era ancora di là da venire…così una parte di me si è irrimediabilmente persa da queste parti. Giro intorno lo sguardo verso il Plemmirio punteggiato di case per ricordarne una, situata un po’ più in là, sul deserto di pietre aspre del Capo con il faro. La casa c’è ancora, occhi azzurri, ma non ci appartiene più perché, violentata dagli anni, non sente le nostre voci né quelle degli amici di allora. Adesso solo il vento salmastro del mare l’accarezza, col sentimento un po’ esclusivo di chi non ammette altre condivisioni affettive se non quelle del mirto e degli olivastri selvatici. E già lo sappiamo entrambi che non c’è bontà nell’amore, che non c’è pace, oppure siamo noi che non abbiamo trovato altre vie alternative ad un principio assoluto e beffardo che ci insulta ogni giorno. Da questa ringhiera placida e sonnolenta il mare e il vento mi fanno da anfitrioni, pronti a sorreggermi con garbo in una giornata difficile dentro la quale mi son voluto adagiare con voluttà e senza speranze. Ho lasciato l’auto e scendo lentamente verso la marina, c’è solo il rumore dei miei passi e il tenue sciabordio dell’onda breve che la brezza leggera spinge su questo baluardo della Fonte Aretusa.

Tornare qui in assenza di te, nell’amnesia di ogni pensiero precedente a questo…eppure vederti ad ogni passo, sei un tutt’uno con questi palazzi che si specchiano luminosi sull’acqua immobile della rada. Ti somigliano allo stesso modo queste strade con i piccoli portoni segreti, aperti su antichi silenzi e la passeggiata dignitosa con gli alberi curati che guarda l’altra riva un po’ confusa nella caligine estiva.

-Enzo, per favore non baciarmi… -Non lo farò ma lasciati guardare.

E’ accaduto qui e io non ho alternative: preferisco elidere tutto ciò che è incongruo, stonato e difforme dall’immagine che conservo nella testa. Così, lentamente la fonte rivive, si riappropria dei suoi colori e dei suoi rumori: non più anatre starnazzanti, solo il fruscio dell’acqua dolce che scivola piano nel mare. Nessuna parete, nessuna ringhiera a far da confine. Solo il senso di un tempo immemore, sospeso come il miracolo della vita, dell’acqua, della frescura. Io sono abbastanza sciocco da credere ai miraggi, da perdere la mia identità in questo gioco astruso; sto qui ad aspettarti per un ultimo appuntamento a cui tu non verrai. Io dovevo esserci perché, nonostante tutto, m’illudo che per certe cose non possa esserci una fine. E’ in questo modo che i luoghi e gli oggetti costruiti dall’uomo ti legano il cuore: assorbendo le tue emozioni e le parole pronunciate in loro presenza. Cammini lungo una strada, svolti un angolo, ti siedi su una panchina, guardi l’ingresso di un giardino pubblico…ogni luogo ti ricorda qualcosa o qualcuno, anzi diventa quella cosa o quella persona. – Mi piace parlare con te. Mi è sempre piaciuto – E’ lo stesso per me , ma se io ti chiedessi ora , qui, se c’è mai stato un momento in cui mi hai amato ? Sii sincera, per favore-

Un breve silenzio,come se ti raccogliessi in te stessa.

-Sì certo, in molte cose ti ho amato. Posso dire di averti amato. Ma io non voglio stare con te, non posso stare con te, rovineremmo tutto.

Dieci anni fa inghiottii il rospo: che fosse tanto indigesto lo capii solo all’atto della deglutizione, ma lo inghiottii lo stesso. Mentre ti allontanavi pensai che era un atto , un momento della nostra vita, che avremmo avuto altre occasioni. Eri assolutamente bella, assolutamente lontana, assolutamente sola; totalmente tua. Il demone era ancora vivo. Allontanandoti lui cresceva a dismisura, si dispiegava in tutta la sua infernale grazia e il tempo trascorso è, banalmente, il mio esercizio di riparazione, una lucida considerazione affinché io capisca di essere stato sempre una strada parallela alla tua, vicina a sufficienza da poterci guardare dentro ma non da camminarci assieme. Oggi il sole è chiaro, un’armonia perfetta che monda il paesaggio da ogni imperfezione e io sono un uomo fortunato, non allegro né soddisfatto, ma cosciente della sua vita questo sì. Non è poco. L’unico rimprovero che mi faccio è che dovrei stare più attento quando dico o penso certe cose: i mai, i per sempre non sono materiale da maneggiare con disinvoltura alla mia età. Si tratta di frutti proibiti. Per me sono stati l’anticamera dell’impotenza, monoliti eretti nelle praterie della mia vita. Per quanto mi sia allontanato, nonostante l’infinità di stagioni trascorse, infine mi ritrovo sempre di fronte ad essi: o sono la verità assoluta o il vicolo cieco in cui mi sono cacciato da ragazzo, e il demone ride.

DARE AL TRAMONTO IL TEMPO CHE GLI SPETTA

Non ti bacerò più occhi azzurri, il pericolo è scongiurato; ascolteremo la musica a basso volume come piaceva a te vent’anni fa. Ti racconterò per l’ultima volta sottovoce la storia comune di quelli che, impauriti da certi sentimenti, li precludono al proprio spirito e, a forza di camminare ogni giorno nella polvere delle piccole miserie, dei sorrisi ipocriti e delle carezze interessate, hanno visto sparire dai loro orizzonti la gioia di un’emozione vera.

Fammi dire, non parlo di te, non obbligatoriamente, non solo di te: ho lasciato sparsi in giro per l’Italia e la Sicilia molti brandelli di me: qui come a Palermo o Milano o Trapani, essi hanno fatto il nido e sono prosperati. Adesso mi stanno davanti per un ultimo commiato. La lealtà non esiste. E’un surrogato delle menzogne che ci raccontiamo ogni giorno e te lo dico a capo chino. Poi alzo gli occhi e li fisso nei tuoi. Sei sincera, assolutamente sincera: il fatto è che siamo arrivati in ritardo anche per lasciarci. – E’ vero, sai essere leale e ti odio. Adesso avrò bisogno di un po’ di tempo, devo trovare un equilibrio nuovo – Dovrei dirti questo ed invece ti bacio e nulla si può dire di più perché non è una storia d’amore. E’ una storia e basta. Di tempo n’è trascorso a sufficienza. Io non sono guarito perché non sono mai stato malato; l’ho capito qualche secondo fa guardando il mare. Stronzi come me si nasce e ci si rafforza crescendo, è una modulazione diversa dell’anima, un’indole elastica che, piegata ad altri fini, torna naturalmente su se stessa. Non me ne sono accorto: un piccolo drappello di turisti è arrivato da queste parti. La fonte è di nuovo un fenomeno da baraccone, troppe fotocamere, troppi gelati, troppi calzoni corti e sandali di cuoio. Nemmeno qui c’è più spazio per me, la misantropia mi spinge a cercare un altro rifugio. In fondo basta svoltare al primo angolo nella prima stradina per ritrovarsi solo.

– Spesso mi sento sola, sai. Con nessuno mi riesce di parlare come faccio con te, se ti parlo si sciolgono i nodi, quasi tutti- E sorridi mentre le tue parole m’inseguono ovunque: in un modo o nell’altro sei venuta all’appuntamento.

– Quando ero bambina non uccidevo nemmeno le formiche…

– Ormai è tardi per pensare ad un figlio

– Se avessimo messo al mondo una creatura, sarebbe stata femmina. Una bellissima bambina…una bambina…

Sono sbucato da un’altra parte, in vista del Castello Maniace, qui di turisti neanche l’ombra. Poggio le spalle contro un muro e giro lo sguardo intorno lungo tutta la marina piena di sole: non sto male anzi mi ha preso una sottile e dolcissima euforia. Nella memoria si è acceso un altro lungomare, opposto e uguale a questo, un’altra acqua fatta di sale e di mulini a vento. Là c’è un paese bianco sotto il monte che guarda lontano le Egadi: un’illusione d’azzurro. Là vagabonda ancora, stordita, la mia fiducia nella vita e nell’amore. Mi fa una tenerezza infinita, ha i capelli bianchi come i miei ed è ancora molto bella. Sono prigioniero di me stesso, mentre l’accarezzo con gli occhi, lei continua nel suo incedere lento e leggero, io la guardo mentre si allontana sempre più…potrei perderla per sempre o per sempre rimpiangere di non averla fermata, di non averle detto che non mi è costata fatica rincorrerla fino a dimenticarmi di me.

 – Aspetta! E’ questo il luogo e il momento, non ce ne saranno mai altri, fermati! Lei si volta… e non c’è più nulla fra la mia idea e il sogno, nemmeno questi veli che stanno scivolando sui suoi fianchi. Sei tu! Proprio tu!

E’ questo dunque ciò che si prova davanti ad un fantasma: non è uno stare bene o male, è una marea di sensazioni e di parole quella che mi travolge. Anni d’idee e di sogni trattenuti a stento stanno qui, sul ciglio di questa baia, in bilico tra la sorpresa e il rammarico di non saper fermare per sempre tutto questo. Immobile non so che fare. E’ la stessa sensazione di trent’anni fa ed io non credevo che potesse raggiungermi ancora, eppure è accaduto. Perché sei venuta? Perché ora? Vuoi stabilire, in modo definitivo, una priorità, un possesso che t’appartiene? Te lo domandai chiaramente, ed era inverno – Ma tu mi ami?- – Non lo so…-

Eri pallida, quasi rassegnata e mi guardasti andar via. Guarda ora, principessa, che magnifico palcoscenico c’è toccato stamattina. Io non ho più alcuna malinconia da raccontarti, nessun bacio da chiederti che tu non mi abbia già dato. Credevo d’esser arrivato fin qui per un commiato finale all’altra metà del mondo, mi ero già scritto il discorso senza considerare la disponibilità dell’uditorio. Ma adesso che siete ferme, intorno a me, e mi osservate attente, donne, bambine, ragazze di un tempo, madri di oggi, fidanzate e amanti, appassionate o disilluse, abbandonate o perse, non mi lascerò sfuggire l’occasione. Ho molte cose da dirvi…non riuscirò a dirvene compiutamente nessuna! Spero che, per intuito, capirete ugualmente, se così non fosse non ditemelo, vi prego, lasciatemi l’illusione che ci siamo compresi. Mi aiuterete ad andare lontano. Il sole è salito quasi allo zenit e questa terra è trasfigurata dal caldo. Ho le mani pulite finalmente e completamente vuote, come le strade d’Ortigia a quest’ora. Forse oggi che l’armonia ci possiede potreste seguirmi, almeno una volta, sul filo della vita che ci corre incontro.

– Non baciarmi- – Ti amo.

-Non voglio, non posso, stare con te.

– Lasciami in pace!

– In qualche modo ti ho amato, sì ti ho amato.

– Non lo so.

– Buonanotte mio sogno proibito.

– Mi piace parlare con te, mi è sempre piaciuto.

Guardate, le parole trascolorano: è rimasto il vostro sorriso, una pausa breve prima dell’ultimo salto. Ora tocca a voi: conquistate almeno una volta la mia solitudine. La luna liquida e le stelle fitte nel nero della notte ansiosa sono storie passate, parole vuote, di plastica, ma il silenzio del cuore nei giorni in cui il riso c’era compagno spietato e beffardo è un racconto molto vicino. Vi prenderò, un giorno, in una prossima vita, in una città diversa, dietro un altro angolo; nella danza che avete lungamente negato sarete travolte anche voi. Non potrò riderne e non vi darò il veleno acuto che ha gonfiato i miei giorni. L’orologio sta girando in fretta, troppo in fretta, non è più il momento di stupide ripicche. Le ombre si stanno allungando, io con esse e finalmente non è più tempo di demoni, né di angeli. Fra poco sarà la fine del giorno e io voglio che la sera mi trovi ancora una volta, come sempre: aggrappato al cielo.


Stasera esco, la città è in festa: Catania si mette in mostra come tutte le città del sud appena può. Stasera esco ma sono pieno di malinconia, faccio fatica a rimandare indietro le lacrime. Ma uscirò ugualmente per le strade, tra la gente, il chiasso, gli odori…in attesa dei fuochi nel cielo stanotte. Ho la testa piena di niente e di tutto, di passato e presente, il futuro è prossimo, troppo vicino. Forse non fa per me ed è questo ad uccidermi. Le lacrime appartengono ad un altro piano e non hanno ideologie. S. Agata è una festa pagana, enorme, in cui confluiscono spirito e sangue, devozione e follia, speranze e delusioni. Per cinque giorni Catania si ferma e vive in un’altra dimensione, un altro tempo in cui tutto può accadere o è accaduto e ogni cosa ha una prospettiva adatta a chi la immagina: E’ solo un sogno, come l’amore o la delicatezza delle minne. Molto tempo fa c’era un altro tempo: e questa parola riempiva lo spazio esattamente come fa adesso. E’ molto più di un’idea, è la nostra evidente realtà organica che trascende nel metafisico.

Il tempo lascia aperta la porta affinchè noi si possa intendere il percorso seguito e quello a venire. Ci ni voli tempu ppì livarimi du menzu…ed è essenziale che alla sintassi linguistica si associ quella topografica e esistenziale del luogo. Vincenzo Spampinato lo conoscono in pochi, peccato. La canzone che ha più di ventanni è tratta da un album che si chiama “Antico suono degli dei”: dentro la sua stoffa ci sono alcune cose che solo un catanese e un siciliano possono intendere e non è solo il senso nostro del tempo.  La traduzione è visibile nei video ma

– l’albero grosso è quello all’angolo sud est del cimitero di Catania lungo la strada che porta verso Siracusa: ci passano davanti da sempre tutti i mercanti e gli operai che lavorano a sud della città

– Santa Agatuzza col suo fercolo passa sotto gli archi della marina il quarto giorno della festa, quella del giro esterno, la calata della marina è un momento suggestivo e pericoloso se è piovuto.

– Giammona è un chiosco storico di Catania a piazza Umberto, aperto fino all’alba e il “completo” è una della sue mitiche bevande ( orzata, succo fresco di limone, anice e seltz)

– Il ferro è l’arma da fuoco

Il resto, l’anima di certe notti infinite, il siciliano asciutto di questa parte d’isola, il senso del mare a due passi e la malinconia feroce e segreta di una conquista femminile improvvisa, per tutto questo ” Ci ni voli tempu”

Di cosa possiamo aver memoria? In genere, se non colpiti da demenza senile, di ciò che abbiamo vissuto in prima persona. Naturalmente non può bastare ma per millenni e in alcune popolazioni del pianeta è bastato e continua a bastare. Se non abbiamo esperienza diretta e personale l’unica via che possiamo percorrere per capire il mondo in cui viviamo è lo studio della Storia attraverso le scritture e le testimonianze altrui perchè se non si scrive di un fatto c’è il fondato rischio che il fatto semplicemente non esista. La tragedia dell’olocausto è diventata tale dopo la fine della seconda guerra mondiale quando nell’aprile del 1945 le truppe russe e angloamericane cominciarono a varcare i cancelli dei campi di concentramento nazisti e, appresso ad esse, entrarono anche fotografi e cine operatori. Il giorno della memoria inizia ufficialmente lì. Ma è sbagliato è una menzogna, un comodo alibi. I fatti erano precedenti e non vi era bisogno di alcuna memoria, solo di normale consapevolezza. I ragazzi tedeschi che oggi hanno 18-20 anni sono i figli di coloro che avevano la stessa età 5-6-7 anni dopo la caduta del nazismo. I padri di questi ultimi a loro volta erano nati da coiti avvenuti presumibilmente da coppie che negli anni trenta avevano raggiunto la maturità sessuale. Solo quella? Dove erano i nonni e le nonne della signora Merkel & co. all’epoca delle elezioni federali tedesche del luglio 1932? Vi parteciparono? Presumo che da bravi e disciplinati tedeschi lo fecero. Nessuno di essi è responsabile dell’aver fatto diventare i nazisti la seconda forza del Parlamento (Reichstag)?

Io chiedo ai tedeschi di oggi di informarsi finalmente, di ricercare nelle pieghe della loro memoria dove fosse il loro seme Il 30 gennaio 1933 quando il presidente Paul von Hindenburg nominò Adolf Hitler Cancelliere della Germania. Le stesse domande dovrebbe porle l’Europa intera anche a noi che siamo usciti dal Fascismo e non sono quesiti da poco, dovrebbero bruciarci la pelle e farci chinare la testa. I nonni dei burocrati tedeschi, dei cittadini tedeschi, i padri che dopo il disastro bellico da essi provocato, ricostruirono in tempi record il loro paese, gli uomini che hanno fatto della Germania un pilastro ( anzi IL pilastro) della nuova Europa…tutti i 20 milioni circa di tedeschi che la notte del 27 febbraio 1933 videro bruciare il Palazzo del Reichstag o ne ebbero sicuramente notizia i giorni dopo, che seppero delle accuse contro Marinus van der Lubbe e dei fatti immediatamente conseguenti. I tedeschi che si trovarono sulle spalle il Decreto dell’incendio del Reichstag e le successive eliminazioni dei diritti democratici e civili da cui fisiologicamente scaturì nel marzo 1933, il Decreto con cui il Reichstag conferì poteri dittatoriali al cancelliere Adolf Hitler, dov’erano? Che facevano? Per chi votarono? La shoah anzi la soluzione finale della questione ebraica (Endlösung der Judenfrage) iniziò lì, in quel periodo fino ad arrivare alla trionfalistica ufficializzazione congressuale della Conferenza di Wannsee del 1942. Io ripeto la domanda che tutti dovremmo fare: dov’erano i tedeschi allora?

Ogni cittadino tedesco negli anni tra il 1933 e il 1939 aveva almeno un paio di vicini ebrei

la lattaia

il calzolaio

il commerciante di frutta e verdura,

il professore di scuola

lo scienziato

la casalinga

il compagno/a di scuola

la cameriera

il cuoco/a

il manovratore del tram

la puttana e i suoi frequentatori…………… Tutto un mondo civile accanto al proprio, ed io ripeto la domanda: signori, quando in breve tempo avete visto scomparire questi cittadini che vi vivevano accanto, possibile che non vi siate posti nessun interrogativo? E’ mai possibile? Come è possibile! In quegli anni non avete mai visto stazionare nelle vostre stazioni un treno strano, blindato? Mai una voce, un gemito…mai un dubbio? Non avete mai osservato da lontano una zona come quella di Dachau ? E nessuna domanda vi è sorta spontanea? Nessuno dei vostri parenti militari o altro vi disse mai, magari di nascosto, che… Il mio giorno della memoria è un atto di accusa contro tutti coloro che pensarono e oggi ancora pensano di non essere coinvolti, di non avere e non aver avuto responsabilità perchè ” non c’erano”. Non è vero! Voi c’eravate perchè c’erano i vostri padri e i padri dei vostri padri; sulla eliminazione delle vostre coscienze pavide è stato costruito il vostro benessere quello stesso che oggi ci sbattete in faccia con il tono dei professori cui dare conto dei nostri compiti. Conto di che? A chi? L’europa dopo il massacro della guerra avrebbe dovuto tenervi in quarantena per un secolo. I vostri padri, i vostri docenti avrebbero dovuto mettervi sotto il naso per decenni le foto orribili che i primi reporter scattarono entrando ad Auschwitz, Chełmno, Bełżec, Chełmno, Sobibór etc etc. Chissà se fin da allora avreste avuto la stessa arroganza etica di dire – ma noi che cosa centriamo? Perchè il problema vero di un giorno come questo non è quello di aver memoria, ricordare, ma di capire e avere la forza etica di dire, mettendosi la testa fra le mani, Dio mio cosa abbiamo fatto! Ed espiare a lungo senza dare lezioni a nessuno, tantomeno di economia politica e ordine sociale.

Non v’è memoria senza conoscenza e non può esserci sapere senza analisi. Senza lo studio di quelli che furono le premesse ideologiche della superiorità della razza, senza la conoscenza della storia tra il 1919 e il 1945 in Europa non ha senso nessun giorno della memoria. Esiste un’etica profonda e generale che l’umanità sconfessa con vergognosa noncuranza, un termine di confronto che attraversa intere generazioni e che viene rimpallato tra di esse come una pietra incandescente: brucia tra le mani e fa male, meglio dimenticare e dire io non c’ero, io non ne ho colpa. E’ il sistema con il quale, nei decenni posteriori a quello orribile del secondo conflitto mondiale, milioni di esseri umani hanno “ricordato” la Shoah e dimenticato i Gulag, le prigioni dei vietcong, Guantanamo, le carceri cinesi o quelle turche e ad altri innumerevoli campi di concentramento senza svastica. Altro che giornata della memoria, non abbiamo altro che complesse operazioni di cancellazione radicale.

Scrissi anni fa un post su questo stesso argomento, fu valutato positivamente ma non diceva nulla! Non serviva a nulla, come a nulla serviranno adesso le manifestazioni e i discorsi ufficiali; quel post è un guscio vuoto. Allo stesso modo è questa ridicola comunicazione tra sordi nella blogosfera, mielosa e ideologica ad oltranza e priva soprattutto di conoscenze storiche adeguate. Invece di leggere queste mie sciocchezze più o meno auliche, di complimentarsi più o meno dolorosamente tra noi ( o parte di noi) per la nostra coscienza rivoltata come un calzino per l’occasione, invece di ricordare la memoria, sarebbe più etico perdere un po’ di tempo e leggere …leggere dell’avvento del nazismo, dei suoi epigoni, delle sue basi ideologiche, delle dinamiche che portarono Adolf Hitler da piccolo e furioso politicante a unico profeta del terzo Reich passando attraverso il suo disgustoso Mein Kampf. Ma non siete stanchi di gusci vuoti? La giornata della memoria si onora studiando con attenzione come l’uomo si può trasformare in un escremento in divisa con buona pace di molti culi puliti e candidi.Non le si fa nessun buon servizio dicendo -orrore, mi dispiace, non accadrà più- Perchè accade, è accaduto sta accadendo e noi siamo coinvolti sempre. E la storia dei culi che bisogna studiare per evitare ulteriori “inconsapevoli” defecazioni. Chiudete i blog e aprite un libro, anzi i libri.

Questa dicotomia maledetta, questa impossibilità di abbracciare alcunché in toto: il bisogno o forse l’istinto di scendere nei dettagli di comprendere il prima e il dopo di ogni dettato intellettuale, questo mi ha impedito di sedere con placida convinzione in qualsiasi consesso umano. Non è stato sempre legato ad argomentazioni esclusivamente politiche o sociali, mi succedeva anche con la musica o l’arte; c’è stato un tempo in cui essere un “bastian contrario” pareva connaturato al mio viso. Non è così, io mi devo convincere, devo capire e non riesco a sorvolare con noncuranza sui mille compromessi che assillano la nostra vita. Non ho mai visto la schiera dei buoni assembrata solo da una parte del territorio, ho incontrato angeli all’inferno e vergini nei prostriboli.

La loro presenza non cambiava la natura dei luoghi, non cambiava allo stesso tempo la mia valutazione su di essi, mi impediva, allora come oggi, di ergerli a campioni del mio panorama spirituale. In rete dove il massimalismo e il bisogno quasi disperato di appartenenza è così diffuso che il mio modo di pensare trova sempre meno cittadinanza; c’è sempre qualcuno che “completa” il mio ragionamento e resta deluso o infastidito quando intervengo a chiarire o modificare l’altrui conclusione. I molteplici – non capisco- e gli insulti più o meno velati nascono da questa sragionevolezza congenita che mi impedisce di essere un uomo per tutte le stagioni. E adesso la sera è tracimata in fretta su di me e sulla mia città appoggiata sul mare. Guarda che lunghissima notte, senti come si allarga su di me, come giudica e stronca, rappacifica e abbandona: era da molto tempo che non avevo una notte così. Non so perché scrivo: mi sono inventato tante ragioni ma erano altri giorni. Questa notte non posso e non so. Il narcisismo non basta, la cultura non serve, restano solo i desideri ma sono contorti e senza parole: situazione paradossale, ho un bisogno disperato di parole ed esse si annullano ma mano che nascono. La mia bacheca esistenziale è qui la vedete, non chiedetemi perché vi scrivo sopra o per chi: voi forse lo sapete? Quanto sappiamo di noi? Quanto veramente riusciamo a scrivere di noi? Dove si è fermata la nostra vita l’ultima volta e ci ha dato l’opportunità di inchiodarla sulla pagina? A me è successo pochi minuti fa: davanti al golfo di questa mia città che dorme nel buio della notte…qualche nave alla fonda coi segnali luminosi regolamentari, i due fari di diverso colore all’imboccatura del porto, la grande luce più lontana sulla gru dei cantieri navali. Dorme Palermo o almeno pare dormire, senza sussiego e fondamentalmente indifferente alla mia veglia senza speranza. Non c’è alcun senso visibile a questo battere sui tasti, è solo un’estroflessione in cui io o te che leggi aggiungiamo la storia che vogliamo o che ci siamo trovata fra le mani; ti avrei detto di più qualche anno fa, ti avrei raccontato bugie coloratissime e godibili, ti avrei significato la gioia e l’allegria posticce di raccontarsi in rete. Stanotte la notte è seria: niente storie, fa quel che vuoi, scrivi se ne sei capace e non chiederti nulla. Si scrive per camuffare o vestire di sé l’altra scrittura, quella che ci portiamo dentro, quella che non lascia spazio a svolazzi sintattici e che non degna nessuno di benevolenze temporali.

Se stanotte non mi fossi messo alla tastiera non sarebbe cambiato nulla, il mistero di questa veglia gonfia di attese e ricordi si sarebbe spiegato in maniera diversa, non potrò mai sapere dove e come sarebbe giunto ad altri da me. Non contiamo niente, non conto niente, non significa niente quello che ci facciamo scorrere tra le dita dicendoci l’un l’altro che siamo e dobbiamo stare attenti ai nostri personali confini esistenziali; è tutto altrove e non so dirvi dove ma lo vedo, posato un po’ più in là sul mio orizzonte. Una beffa, l’ennesima o sempre la stessa? Scrivi Enzo, lascia una traccia, questa notte che ci sei, domani potrebbe restare solo chi ti legge le carte, senza il tuo intervento a correggere l’inutilità del vivere così. Senza il tuo commiato.

La notte è bellissima, la pagina non è più bianca e i pescatori tra qualche ora torneranno a riva: avranno una stanchezza meritata e non scritta, migliore di questa tua accidiosa e mentale. Dormiranno poi e non ci sarà nulla da leggere o commentare. Solo un buon sonno e un sorriso al risveglio.

Ho scritto per lunghi anni sino allo sfinimento, spinto da una febbre in cui il compiacimento era solo una piccola parte e il bisogno di verità e assoluto la segreta richiesta. Ne sono uscite cose come quelle che leggete: sono la mia verità? Sì lo sono e possono essere tenute in mano liberamente. Non rappresentano dogmi intoccabili, esprimono solo il mio desiderio di restare, il bisogno di non morire all’oblio delle emozioni e dei sentimenti che mi hanno sorretto nella mia vita. Sono la mia testimonianza, curata, levigata…amata. Io veramente non ho altro e non so scrivere di altro. Non so come ci stia riuscendo ma il tempo, frantumato in mille cocci, si sta assommando qui. Questa casa sull’acqua raccoglie molte delle mie stagioni e il passato rientra a cavallo del presente, il futuro che verrà si nasconde con malizia tra le pieghe di una metafisica provvisoria. Non ho alcun progetto.

Non mi liberai ieri

dello scandalo d’esistere.

Non lo farò nemmeno oggi

preferendo la leggerezza di

pensare

ai giorni in cui pesavo

poco

e il viso avevo di lentiggini

pieno

come di papaveri in estate un

campo di grano.

Quel che fui mi trasfigura

ogni giorno,

quel che sono non riesce nemmeno

ad ingannarmi.

Sono stanco e stufo, il web ribadisce la stessa uniformità di atteggiamenti culturali e mentali dei media ufficiali
e il medesimo ostracismo per coloro che sono fuori da QUEL CORO in specie. Non leggo mai un’analisi seria sulle differenze culturali in divenire tra islam e cristianesimo per esempio. Non leggo mai un riflessione attenta sulla condizione femminile nella gran parte dei paesi musulmani riguardo a istruzione, sanità, diritti civili, famiglia etc etc. Non leggo mai di attentati o cose simili a causa di blogger che mettono il Papa all’indice in prima pagina sui loro blog, di prese di posizioni dure e violente per le centinaia di fedeli cristiani massacrati in Africa o di buddisti uccisi dal governo cinese in Tibet.
Un regista in Olanda ( la civilissima e libera Olanda ) può essere scannato per strada a causa di un film sulla schiavitù femminile nell’islam e un giornale satirico non può pubblicare vignette che sfottono Maometto in Francia! Tutti zitti, defilati e silenziosi oppure pronti a giustificare in mille modi questo tipo di situazioni. Tutti e tutti i più intelligenti e progressisti, tutti quelli e quelle che per decenni hanno fatto in Europa un casino inimmaginabile contro il Vaticano, i preti, il cattolicesimo, la Fallaci. Un rogo è un rogo stop! La libertà di leggere e informarsi senza rischi per la propria incolumità non ha un colore politico. Una donna occidentale non può in alcun modo favorire il diffondersi della cultura islamica sulla sua terra ma può benissimo criticare aspramente i libri della Fallaci. Mi sembra un discorso di una chiarezza disarmante…evidentemente mi sbaglio. Per certi versi credo che la mia possa ritenersi un’idiosincrasia o un blocco mentale. Ma devo sempre tenerne conto. L’atteggiamento dell‘islam nei confronti della cultura generalmente intesa ( letteratura – musica – pittura – etcetc) non l’ho mai digerito. Lo stesso dicasi per quello sul mondo femminile. Non sono mai stato l’uomo che è capace di sorvolare nell’ambito di “più ampie e nobili prospettive”, nelle assemblee e nelle discussioni di una vita non digerisco la propaganda, l’ideologia pelosa e fine a se stessa, le adunate oceaniche e i trend di stagione.
Amo il confronto senza remore e LA RECIPROCITA’. Quest’ultima alla fine è diventata un handicap insormontabile per abbracciare in toto le idee che la sinistra in generale porta avanti da 30 anni nel mondo.
Non mi è possibile leggere o ascoltare discorsi sul confronto o scontro di civiltà provenire da pulpiti capziosi e scorretti intellettualmente; non posso più ascoltare la negazione di fatti evidenti o della logica più banale. Io NON amo la cultura occidentale che mi ha generato con i paraocchi e so bene quanti roghi si sono accesi nel vecchio continente dal medioevo in poi: io non voglio ritornare a quella stagione dell’umanità, voglio leggere tutto e di tutto, voglio continuare ad ascoltare la musica del vecchio e del nuovo continente, voglio ammirare senza vergogna i maestri del rinascimento italiano, commuovermi davanti ad un Tiziano o un Raffaello o un Caravaggio o davanti ad un cupola del Bernini. Voglio che il frutto dell’intelletto umano che ha prosperato e si è diffuso su questo mondo continui ad illuminarlo e non accetterò mai per convenienza politica o ideologica il mercimonio e la sudditanza nei confronti di altre culture. Io rispetto non per patito preso ma per analisi e riflessione. La convenienza non ha mai fatto per me sui blog e fuori.

Sono un marinaio che ha bruciato tutte e carte nautiche preso dal folle convincimento che i mari siano tutti uguali e identiche le rotte che lo attraversano. Ma io muoio ogni volta… quello che c’è prima, tutto il territorio che precede il momento clou è ciò che amo, la vera spinta ad una penetrazione che, a quel punto, diventa quasi ineluttabile. Il collo nudo di una donna girato di fianco, la zona di confine tra la pelle delle sue cosce e le autoreggenti (odio i collant), mi eccita il probabile e lo avverto da lontano. Molto di più e al di là di quanto dicano i miei genitali o queste stupide parole. Il tallone di un piede uscito per metà da una scarpa o la cupola dei seni messi a respirare da una scollatura; questo è solo l’inizio e vorrei durasse all’infinito. Se guardo una vagina mezzo nascosta da un paio di mutandine la disegno con la mente: mi piace vederla semisocchiusa e in attesa di richiudersi sulla mia verga. Muoio ogni volta mentre faccio sesso questa è la verità. Consumo il mio vigore e disperdo con lo sperma la mia energia profonda e adesso comincio a sentire la fine sempre più vicina.

Muoio sì, muoio, chi lo ha detto che il sesso è vita. Io muoio perché cerco l’altro sesso, l’altro pianeta quello di cui mi sento cittadino ma senza più il passaporto per tornarci. Parlo per questo scrivo per l’identico motivo. Ti sfioro i seni come se scalassi un monte ma mi hai dato solo la vagina e adesso ridi perché quella parte apparentemente non ti si guasta mai mentre il mio bastone scivola veloce sulle sabbie mobili di una ricerca impossibile. Ti avverto… verrò da te ancora per dimostrarti che le grandi labbra non sono tutte uguali e ognuna parla una lingua diversa: proverai a nasconderti dietro qualche parola usata per stimolare la mia erezione, così la componente genitale della mia anima ti seguirà come un cagnolino. Poi la soffocherai tenendola lungamente in bocca ma aspetterai invano la mia gelatina vischiosa: dobbiamo fare un patto non scritto noi due: io ti do la mia metà di vita e tu mi apri la porta del tuo intelletto che io possa scoparlo e morirci finalmente dentro. –

A LUNGO QUESTE RIGHE SONO RIMASTE NASCOSTE, MI SEMBRAVA POCO CONVENIENTE RENDERLE PUBBLICHE. QUI VISTO IL CONTESTO E IL TEMPO VIRTUALE TRASCORSO POSSONO RESTARE CON DIGNITA’. NON SONO MENO MIE DELLE ALTRE.

Stasera sono arrivato nella città dove sono nato: dovevate esserci, Palermo tagliata da una luce di sbieco era perfetta! Le cupole delle chiese illuminate dall’oro del sole che tramontava, le ville liberty e il mare come seta grigia distesa sul golfo, ogni cosa al suo posto ed io con loro. Senza se e senza ma, senza rimpianti e con qualche malinconia, leggera però come la soddisfazione di esserci e di pensarmi qui dopo altre vite trascorse altrove. Guardando fuori da qui verso il golfo aperto della mia città la cosa che mi viene più facile da pensare è un’estate infinita, stile vecchi tempi. Dilatata e sensuale ma lenta, lentissima, piena di me e della mia vita, dei miei segni e dei miei stupidi assiomi. E’ esattamente ciò che voglio, l’unica cosa che comprendo. Non è amore, è l’orgasmo che viene dopo e che nessuno vuole gestire perchè è meno romantico. Non so più scrivere mi dico a volte. Guardo smarrito la tastiera e mi affido al foglio e alla penna. Crollo la testa e mi allontano col pensiero da tutto: la stupidità di vivere arriva subito dopo con i suoi banchetti di roba usata. Mi dice guarda, tocca, compra e, soprattutto fai in fretta, domani non ci sono più, domani non esiste. Non c’è riuscita finora. Non compro nulla ma annuso tutto. Apro le ali che non ricordavo di avere, il fruscio dell’aria sotto di me è una poesia che mi porta via. Non è vero che non so più scrivere. Scrivo per questo.

Questa è una storia vera di un vero mistero. Negli anni a cavallo tra la fine dell’ottocento e gli inizi del secolo successivo Palermo era completamente nelle mani della famiglia Florio. Tutta l’economia della città e di gran parte dell’isola dipendevano dall’azione economica e imprenditoriale di questa famiglia. A differenza del potere esercitato dai politici e dai potenti nostrani nel secondo dopoguerra, i Florio usarono la loro immensa ricchezza per abbellire veramente la città e la fecero diventare una meta sociale e culturale di livello europeo. Questo è un dato di fatto indiscutibile, Palermo conserva ancora le tracce di una stagione fulgida e irripetibile, teatri, ville, manifestazioni…sogni e dipinti. La moglie di Ignazio, la baronessa Franca Jacona di Sangiuliano ebbe in tutto questo una parte fondamentale: se è vero il detto che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, qui le posizioni si invertirono e fu Franca sempre in prima fila, sempre una spanna sopra tutti, sempre e per sempre la regina di Palermo. Cultura, classe, fascino, intelligenza, portamento e una disponibilità economica senza fine fecero di questa donna un mito che ancora non muore.

Ai primi del 900 il pittore Giovanni Boldini venne a Palermo su invito di Ignazio per eseguire un ritratto di Franca; Boldini era l’artista più famoso del tempo, una vera icona dell’arte europea, aveva posato per lui il fior fiore dell’aristocrazia del bel mondo dell’intero continente. La signora Florio non poteva mancare all’appuntamento. Il quadro non piacque al padrone di casa che lo rifiutò poichè a suo dire la moglie appariva in modo troppo sensuale e discinto con una spallina scivolata sul braccio e un abito molto corto che lasciava scoperte le gambe dal ginocchio in giù. A distanza di qualche anno fu eseguito un secondo ritratto, molto più casto del primo, di cui è rimasta solo una foto in B/N ; ma il primo ritratto ritornato “a casa” in un salone di Villa Igea a Palermo porta comunque una data “impossibile” cioè 1924 e ritrae invece una donna nel fulgore della sua giovinezza e non una signora di 51 anni come scritto in calce al dipinto. Vincenzo Prestigiacomo ha svelato il mistero dei due quadri in occasione della conferenza “Franca Florio e l’atmosfera culturale dell’epoca”, svoltasi a Villa Igea. I fatti si svolsero così: Boldini si reca a Palermo nel Marzo 1901 e realizza un ritratto di Donna Florio. Il quadro non può passare inosservato agli occhi di Ignazio Florio per via delle caviglie e le braccia scoperte, la scollatura mozzafiato che rivela anche le spalle e la veste di seta che esalta le forme. La richiesta di modificare il quadro è scontata e perentoria: donna Franca in cornice ritorna nello studio parigino di Boldini. Intanto, nell’agosto 1902, muore la primogenita dei Florio, Giovannuzza e il dipinto passa in secondo piano, mentre Donna Franca si ritira a Favignana. Siamo a dicembre e i due coniugi accettano l’invito dell’amico banchiere Maurice de Rothschild nella sua villa di Beaulieu sulla Costa azzurra, ma la sera del 4 gennaio muore per cause misteriose il secondogenito, Ignazio jr., detto “Baby boy”. Nel frattempo, il pittore Ettore De Maria Bergler prende contatto con la Biennale di Venezia per esporre il quadro di Boldini, ma il ritratto è ancora immodificato, così il maestro, stimolato da Bergler, dipinge un’altra tela del tutto similare alla prima, ma più ‘casta’: il vestito di seta viene sostituito da uno di velluto che copre caviglie e braccia. Boldini vi fa poi una foto e la spedisce a Palermo: Ignazio dà il benestare e va nell’ottobre 1903 a Venezia con la moglie, nonostante fosse al settimo mese di gravidanza. Alla fine della mostra il dipinto, che non ha suscitato nessuna impressione, torna a Palermo ma, col tracollo finanziario della famiglia, alla fine della Grande guerra, viene sequestrato insieme ad altri beni dalla Banca commerciale italiana, finendo nella sua direzione regionale, in corso Vittorio Emanuele, e non si hanno più notizie. Probabilmente rimane sotto le macerie dei bombardamenti del ’43, di certo, a differenza di altri beni, non viene venduto, come è stato invece detto.

L’originale dipinto nel marzo del 1901 viene acquistato da De Rothschild che lo vede nello studio del Boldini appunto nel 1924: lo fa autografare e datare e poi lo regala ai Florio. L’autore, forse per una distrazione o forse perché non ricordava l’anno esatto della sua realizzazione (era ormai ottantenne), lo firma e lo data come se fosse stato dipinto lo stesso anno della vendita. Questa la cronaca dei fatti, io mi sono permesso di costruirvi sopra un racconto verosimile.

Palermo, marzo del 1901.

“Signora devo portarli tutti e due nel salone?” – La signora si voltò con calma lasciando che la luce tiepida e luminosa del mattino le sfiorasse le spalle candide e trovasse poi il tempo di tracciare una lama splendente sulla consolle e sul pavimento in ceramica a fiori. Rispose solo con un cenno alla cameriera che conosceva il suo strano languore quando il giorno si fermava sospeso a guardare il tempo trascorrere tra la bellezza della luce, il profumo del grande giardino e il suono lieve e discreto che da lì proveniva. Non era indolenza ma solo piacevole e goloso stupore di vivere, di godere dell’immediato con la coscienza di quel sarebbe poi avvenuto. Si diresse verso l’ampia finestra e la luce di quel marzo tiepido le scaldò il sangue sotto la pelle ambrata: il pensiero del giorno dopo le girava nella testa. -Perché proprio lui? Ignazio non ha perso il vizio di sfidarmi. Perché Boldini…probabilmente mio marito non sa nulla della pittura del maestro, non sa nulla della suo modo di proporre la donna agli occhi di chi guarda. -Eccoli signora- la cameriera entrò trascinando il manichino, poi uscì per rientrare col secondo. Lei li guardò entrambi da lontano, se li vedeva già indosso, sentiva il frusciare del tessuto sulla sua pelle e quello più subdolo ed eccitante del pittore pronto all’opera.

– E’ certamente così, non ha mai degnato di particolare attenzione un quadro del maestro ma ne conosce la fama europea. E’ il migliore quindi degno di raffigurare mia moglie- pensò assorta- si sarà fatto questo conto, in fondo mi ama anche per le mie doti di rappresentatività. Scelse il primo abito, nero, di seta lucida un colore profondo e altero che avrebbe reso ancora più sensuale il decolté e le sue spalle. Lo scelse pensando solo al quadro dell’indomani e a se stessa: il pensiero del marito non la sfiorava più. Era rimasto solo il piacere di giocare col proprio corpo e la propria bellezza: esserne conscia non sminuiva di nulla il suo languore, la rendeva solo più giovane e desiderabile. -Il suo maestro si è già fatto conoscere signora- azzardò la cameriera- la contessa Tasca si è già fatta ritrarre qualche giorno fa..pare che sia venuto una meraviglia –

Dovette interrompere, lo sguardo imperioso della signora Florio la gelò in un attimo. Prese l’abito e lo posò sul sofà: era veramente bellissimo, stretto in vita con una scollatura così ampia che solo su una donna molto alta e dal portamento adeguato non sarebbe risultato eccessivo o sconveniente. – Mi risulta che il signor Boldini abbia ricevuto parecchie richieste in questi primi giorni di soggiorno in città. Siamo molte le donne che possono migliorare il suo rapporto con la pittura – Lo disse ridendo pacatamente, ma in fondo vi credeva sul serio. Da anni lei e suo marito stavano cambiando la percezione che l’Italia e l’Europa avevano dell’isola. Palermo era diventato un crocevia ambito e ammirato di commerci e cultura e lei ne era l’indiscussa regina. Chiuse per un attimo i suoi occhi verdi e rivide tutto in un momento: nessun gesto, nessuna idea le sembrava artificiosa, tutta la vita era un sentiero scontato e perfetto che non poteva che condurre a quell’appuntamento coll’eternità dell’immagine. Un quadro. Il mattino seguente pareva che una improvvisa frenesia avesse preso la casa intera: i domestici correvano frettolosi da una corridoio all’altro e le donne sembravano tutte impegnate in cose assolutamente non rimandabili. Il padrone di casa era uscito di buonora, faceva spesso così anche se era ritornato alle ore piccole la sera prima. Questa volta la scusa era un incontro importante al Banco Florio per decidere di alcuni investimenti riguardo alle tonnare delle Egadi: averle acquistate per intero aveva smosso il mondo della finanza italiana ma forse non era stato un buon affare a lunga scadenza. Lei non si era mai mischiata direttamente nelle questioni di Ignazio, capiva e ragionava meglio di quanto lui sospettasse ma ne era “giudiziosamente” fuori; il suo compito era un altro, era quello di mostrare la faccia pulita e nobile di una terra e della sua cultura, condurre la danza come nessun’altra avrebbe mai potuto fare. -Annina portami l’abito e gli accessori- poi si sedette davanti all’ampia specchiera e la interrogò sul suo stato attuale. Aveva combattuto da anni contro la condizione genetica della sua pelle ambrata e olivastra da meridionale: non combaciava in alcun modo con la sua idea di bellezza e lei non era certo disposta a passare sopra alle sue convinzioni. Da molto tempo, forse dai tempi del fidanzamento con il marito, aveva stretto un patto con la bellezza: le aveva fatto chiaramente intendere che Franca e solo lei avrebbe guidato il suo cammino verso l’immaginario che sempre una donna stimola nel mondo circostante. La sua figura, la sua altezza fuori dal comune per i tempi e tutto quell’insieme di cose che andavano sotto il nome di classe genuina e portamento a lei non potevano bastare. Erano un fatto fisiologico, naturale, se ne era convinta, doveva in qualche modo intervenire su questo regalo della natura, doveva mettervi sopra il suo personale imprimatur. L’anno prima a Parigi il desiderio di intervenire su se stessa era diventato realtà: la porcellanizzazione del viso cui si era sottoposta aveva sortito gli effetti voluti. Adesso gli abiti risaltavano come lei sperava… guardò a lungo quello nero che le si apriva davanti sul sofà. Chiuse gli occhi e se lo vide chiaramente addosso, era un esercizio che faceva sempre, come se lo avesse già indossato. Era perfetto. La cameriera impiegò almeno mezzora a vestire la signora, stringendo, stirando, adattando, piegando e carezzando la stoffa. Quando tutto fu terminato si discostò dalla padrona e la guardò in silenzio. Franca Florio sembrava ancora più alta davanti a lei, l’abito le dava un’imponenza statuaria e la ragazza la guardava come ipnotizzata. Con passo lento attraversò la stanza e arrivò alla finestra che come molte altre dava sull’immenso giardino: l’aria era tiepida e profumata quasi un inizio d’estate imprevisto. Il verde si perdeva a vista d’occhio, non c’era altro all’orizzonte del cielo chiaro: sorrise leggera immaginando il confine invisibile al di là del giardino, un gioco da ragazza che deve ancora scoprire il mondo. Ma il mondo al di là delle chiome verdi presentava un altro grande giardino che si apriva dove la via Dante segnava la distinzione tra due territori nettamente separati. Due modi diversi di vivere e interpretare ricchezza e bellezza, sud e civiltà, moda e relazioni. I Whitaker di villa Malfitano sembravano appartenere ad un’altra Palermo quella che non avrebbe nemmeno concepito un fatto come questo che lei si apprestava a vivere. Decise di coprire con un soprabito cremisi chiaro lo sfolgorante abito che aveva indossato: non avrebbe rinunciato per niente al mondo all’effetto sorpresa nei confronti del famoso pittore. L’anno prima aveva ascoltato con le sue orecchie Ignazio vantarsi della bellezza della moglie… “ Quando verrà a Palermo dovrà perdere molto tempo caro Boldini per trovare l’esatta mescolanza di verde per il colori degli occhi della mia signora!”  Sciocco come tutti gli uomini pronti a vantarsi di una donna come se la sua bellezza fosse merce di scambio e non regalo impagabile della vita. – Andiamo Annina, si sta facendo tardi – Uscirono entrambe dalla stanza e attraversarono i due lunghi corridoi fino alla grande porta in mogano massiccio. La villa aveva almeno una quarantina di stanze e lei non le conosceva proprio tutte; era un fatto naturale. In genere i suoi percorsi abituali erano altri, la camera da letto, il grande bagno, la stanza personale con quegli incredibili pavimenti a petali di rosa in ceramica… il corridoio verso il grande salone e la carrozza sempre pronta per una passeggiata in città o sul lungomare. Questa porta e il panorama al di là di essa le sembravano del tutto nuovi. – Puoi andare cara- disse ad Annina- vai a sistemare la mia stanza e se incontri mio marito digli che le sedute sono cominciate- Guardò la ragazza andare via leggera, si girò nuovamente verso la porta, abbassò la grande maniglia in ottone e si avviò verso l’incognita del nuovo giorno.

La stanza era grande con una larga finestra parzialmente coperta da una sontuosa tenda in cotone bianco finemente lavorata, pensò di non averla mai vista, non così almeno. Di lato sulla destra c’era un cavalletto di medie dimensioni ma quello che più colpiva l’attenzione era una grande tela sulla sinistra assolutamente bianca e vuota quasi più grande della sua persona in toto. Boldini sembrava essersi accorto solo allora della presenza di qualcuno nella stanza, assorto in chissà quali pensieri, si girò lentamente verso di lui. E sgranò gli occhi. – Madre santa quant’è ridicolo quest’uomo- riflettè automaticamente Franca osservandolo con un lieve sorriso sulle labbra, il pittore non si poteva certo definire un bell’uomo: piccolo con gambe magre a sorreggere un corpo panciuto. Soltanto gli occhi neri e vivaci gli rendevano giustizia. – Signora la prego si accomodi per quanto possa sembrare ridicolo dirlo a casa sua- e fece un ampio gesto con la mano nell’invitarla a prendere possesso del centro della stanza. La donna annuì con un breve cenno del viso, fece un paio di passi in avanti e continuò a guardarsi in giro. La stanza era piena di oggetti e di odori, i più forti erano quelli della carta, dei tessuti e del legno, un insieme speziato ma non eccessivo: la colonna sonora era composta dai rumori lontani del giardino, della casa, dal respiro della vita che cresceva di minuto in minuto.

– Bene maestro eccomi pronta, mi dica in che modo possa aiutarla.

– Signora la prego la sua sola presenza qui è fonte di grande e inestimabile piacere…

– Sa usare bene anche le parole vedo, oltre ai pennelli…- e rise con quella risata argentina e colorata che da sola avrebbe cambiato il modus di qualsiasi interlocutore. – Sa che non ero mai stata così dentro l’attività di un pittore, intendo dire a contatto con i suoi oggetti… le sue cose. E’ un’esperienza nuova per me – parlando si muoveva, si girava, e il maestro la seguiva in adorante silenzio. Lei lo sapeva, era perfettamente conscia del suo potere sugli uomini, sapeva che atmosfera si creava appena entrava in un ambiente, in un salotto. Ne rideva in cuor suo ma in fondo non ne aveva mai approfittato e questo distanziarsi dal mondo dei sensi immediati la rendeva unica. Non si trattava di quella rarità di cui, parlando di lei, scriveva D’annunzio e nemmeno di quel tipo di adorazione quasi scontata dalla quale era circondata ovunque. Sapeva muoversi tra l’ammirazione e l’invidia e ogni tanto incontrava la gioia di una consapevolezza meno ovvia; non era quasi mai collegata all’altrui bellezza estetica.

– Dovremmo cominciare non crede maestro? Non so che fare mi dica – sorrise di nuovo – come devo mettermi? Si era accorto del silenzio costante di Boldini ed era convinta di conoscerne la natura: l’ammirazione mista a desiderio di qualunque uomo avesse lei incontrato. La risposta dell’uomo la fece ricredere.

– E’ necessario preparare prima delle bozze madame, un quadro deve rappresentare altro in più delle fattezze esterne…almeno un mio quadro! Mi perdoni delle mie attenzioni che potrebbero essere male interpretate, vede non serve che lei si metta in alcuna posa per ora. Credo che per oggi sarebbe più utile… un colloquio sui suoi gusti, le sue idee e forse, mi perdoni l’ardire, i suoi desideri meno noti –

Parlò con voce pacata e sicura e cambiò in un momento il corso di quella giornata e di quelle successive. La donna si sentì rinfrancata, messa in una posizione di intimità carezzevole e insperata, il ritratto si allontanò sullo sfondo e il colloquio si spostò lentamente ma decisamente sulla città, i suoi abitanti, la sua storia minuta e quella appariscente dei ricevimenti e delle serate sfavillanti. Teatri, saloni, giardini e piccoli segreti… ogni cosa serviva a i due interlocutori per definire un quadro complesso e preparatorio a quell’altro che aspettava, vuoto e bianco, la sua investitura. Non era la signora Florio la prima attrice di quel parlare fitto e veloce ma Palermo, una città irrimediabilmente attratta dallo sfarzo più che dall’accumulo, dalla luce magari artificiosa, da un sogno di bellezza e internazionalità insito nell’aria ma mai completamente e definitivamente realizzato nel tempo.

Boldini rispondeva, chiedeva, ascoltava e dipingeva con la mente una signora siciliana evidentemente diversa dagli stereotipi abituali; pian piano si accorse che quella complicità essenziale per dipingere un’anima si era accomodata tra loro con una naturalezza che lui non aveva mai incontrato. La donna parlava con quel tono piano e modulato al tempo stesso, muovendo poco le mani ma usando soprattutto gli occhi e le guance; il pittore capì all’improvviso dove si celava il segreto del suo fascino. Era concentrato nel movimento, nel dinamismo nuovo e duttile che l’avvolgeva come un aura sottile; avrebbe dovuto dipingere quello, trasmettere quello, ricordare per sempre quello che gli occhi verdi di Franca raccontavano al mondo e che il mondo spesso capiva solo a metà.

– Madame è rimasta con il soprabito addosso come quando è entrata, la prego mi permetta di aiutarla se lo tolga. C’è un caldo imbarazzante qui dentro.

Lei parve non ascoltare, si alzò e con noncuranza si voltò dall’altra parte della stanza e si avvicinò al tavolo ingombro di carte e fogli da disegno. – Non si confonde in tutto questo disordine maestro?- disse sfogliando e rimescolando i fogli- oppure è uno di quegli uomini cui piace allevare il proprio ordine mentale in un apparente caos esteriore?

– Può darsi ma non era previsto che la mia modella si occupasse così tanto di tutto ciò che circonda un quadro e la pittura

– Sono curiosa è vero e lei rappresenta un lato dell’estetica che ai più è nascosto.

– Sono solo schizzi di vario genere signora. Abbozzi, idee lasciate a metà, vite da completare. Se non le fermassi subito così potrebbero svanire per non ripresentarsi più allo stesso modo: è la loro iniziale baldanza a colpirmi, non posso trascurarla.

Lei annuiva, carezzando quei fogli, rigirandoli e guardandoli come la corolla di un fiore segreto. Poi d’improvviso si fermò e guardando un foglio un po’ più grande degli altri sussurrò – Giulia….è un disegno recente questo, riconosco l’abito di non più di dieci giorni fa, l’abbiamo scelto assieme. Quando è accaduto? Quando ha incontrato la baronessa Trigona? – Un paio di giorni fa signora…spero che tutto questo non le appaia sgradito, io non potevo esimermi e comunque… – Maestro, non dica oltre la prego, il ritratto è bellissimo…bellissimo- la voce divenne accorata- ma è così triste, sembra un presagio di grande malinconia. -Signora le assicuro…

– Giulia cosa nascondi in quello sguardo, cosa non mi hai detto?- e rimase in silenzio per un lunghissimo istante mentre il pittore la guardava interdetto. Un grande silenzio si impose nella stanza, una pausa che non ammetteva repliche ed era intima, privata non commentabile. Il ritratto di Giulia Trigona pareva aver spezzato il ritmo naturale dell’incontro e fu per questo che la signora decise di chiudere la seduta per quel giorno. – Maestro è meglio sospendere per oggi – Boldini la guardò disponibile e attento – non sono nelle condizioni adatte per un ritratto, il mio umore ne rovinerebbe i tratti. Riprenderemo domani in questo stesso luogo.- Porse la mano che le fu sfiorata dall’ossequio di rito, si girò ed uscì dalla stanza. Il pittore la guardò andar via così come era entrata, chiusa nel soprabito come nel riserbo di una confidenza solo accennata. Andò al tavolo e prese tra le mani il ritratto della Trigona: lo osservò con estrema attenzione per scoprire quello che gli occhi di un’altra donna avevano visto e che lui aveva fermato nei tratti di matita senza avergli dato il nome giusto.

Quando il mattino seguente la maniglia della grande porta si abbassò di nuovo lui era pronto, acceso e nervoso: la signora Florio non lo avrebbe trovato più impreparato. Poiché questo egli sentiva fosse avvenuto il giorno prima: senza sapersene dare una qualsiasi spiegazione egli era stato preso alla sprovvista su tutto e non dipendeva dal fatto che si trovava a lavorare in un ambiente “estraneo” lontano dal suo studio parigino; era un uomo avvezzo ai cambiamenti e agli splendori del bel mondo dorato e esclusivo nel quale da anni operava. Decine di donne bellissime e eleganti avevano posato per lui, sorrise pensandoci, e con tutte era stato lui a dirigere a danza di quell’etereo corteggiamento che in realtà è il ritrarre una donna. Oggi non sarebbe stato diverso decise osservando la stanza in tutti i particolari; le aveva dato nel pomeriggio precedente una sistemazione accurata e, soprattutto, aveva nascosto il ritratto che aveva così bruscamente interrotto il sogno il giorno prima. Adesso ogni cosa era al suo posto apparentemente intatta ma invece ordinata secondo un proposito di seduzione in divenire che già altre volte aveva dato i suoi frutti.

– Buongiorno signora, si accomodi la prego- e le baciò elegantemente la mano.

– Maestro eccomi qui: mi scusi per ieri ma mi creda era diventato improvvisamente impossibile posare per me.

– Capisco perfettamente- lo disse mentendo spudoratamente- ma può capitare…sono qui per servirla mi creda. Possiamo iniziare, la prego vada su quel lato e volga il viso verso la luce che arriva da dietro la tenda…ecco si avvicini a quella poltroncina scura e, per favore, tolga il soprabito.

Lei eseguì con lentezza studiata, si addossò alla parete, volse il viso a destra verso la luce e fece scivolare il soprabito a terra di lato. La stanza si illuminò come per magia e lo splendore dell’abito in seta nera e lucida fece dentro la mente del maestro lo stesso effetto di un’esplosione. La donna non lo guardò quasi, stette immobile sorretta solo dalla sua palese bellezza, indifferente ai particolari che si andavano assommando attorno alla sua figura ma per il pittore, diventato improvvisamente uomo, era quasi impossibile nascondere l’ipnosi che lei aveva suscitato. Trovarsi così, senza difesa alcuna nell’identica situazione che egli aveva studiato di evitare lo fece sentire ridicolo e smarrito, doveva evitare che donna Franca se ne accorgesse. Ma ormai l’incantamento aveva preso possesso del tempo e dei modi: la mano rimasta immobile con la matita tra le dita, lo sguardo fisso, gli oggetti fermi, sospesi e spettatori malinconici di un momento irripetibile, il petto bianco che si muoveva leggermente e regolarmente dentro la scollatura vertiginosa… la lunghissima collana di perle a sottolineare la figura alta e slanciata come una cornice per un quadro già finito.

Il pittore uscì da quella lunghissima sospensione con uno sforzo considerevole: si spostò leggermente e guardò la sua modella di profilo cominciando a tracciare i primi segni sul foglio. Le disse di alzare il braccio con cui teneva la sciarpa di seta leggera e trasparente – Guardi all’infinito signora come se pensasse intensamente ad un segreto… ecco così. Bellissima, bellissima – le indicava la direzione segnando febbrilmente i tratti sulla carta e lei eseguiva quasi precedendo di un attimo i suoi desideri.

Poi d’un tratto lei si sedette sulla poltrona nera lì accanto, si volse verso Boldini, lo guardò con intensità e con un gesto sicuro accavallò le lunghe gambe scoprendole e svelando le calze velate di seta fermate alla coscia da una giarrettiera. La matita andò veloce sul foglio per non dimenticare il momento imprevisto e insperato. – Maestro, quando dipingerà quello – disse indicando la grande tela bianca – voglio che si ricordi di ciò che ha visto un momento fa –

Il pennello iniziò a guizzare sul tempo, i sogni, il desiderio sgranato come le perle della lunga collana: passò un’intera vita in quella stanza, il passato già lontano, il presente vibrante e un futuro per sempre fissato sulle pieghe dell’abito da sera.

 “Senza di lei la storia dei Florio sarebbe stata una storia verghiana, solitaria e dolorosa, di accumulazione di sommessa e inesorabile fatalità; con lei diventa una storia proustiana, di splendida decadenza, di dolcezza del vivere, di affabile e ineffabile fatalità”. L Sciascia

Tutti si dicono slegati e infastiditi dalle ricorrenze “per forza”, dalle feste inutili e convenzionali che non ossequiano e non premiano altri che i ristoratori o i fiorai: vale per la festa del papà e per quella della mamma, vale ancora di più per quella delle donne. In Sicilia ho capito alcune cose importanti e altre le ho definitivamente eliminate dal mio bagaglio esistenziale. Le idee e le sensazioni cresciute con me negli anni dell’adolescenza in sella ai pedali di una bicicletta tra i filari di pioppi della bassa padana sono diventate forti e chiare dopo aver riattraversato lo stretto.

Ho amato, profondamente e senza alcun ricambio: è l’unico modo per diventare uomini. Comprendere ad un certo punto della propria esistenza che ognuno è solo e che la fragranza di una donna è solo un meraviglioso dono fugace e non prevede appartenenze di sorta. Una ragazza è solo sua, mai apparterrà a nessuno: il legame sessuale è solo una parentesi che ha un senso in una dimensione di libertà. Le donne non ci appartengono perché dividono un coito con noi, questa è un’idea che dalle mie parti è giunta tardi ostacolata dai profumi d’oriente. Le donne SONO l’umanità, il tramite unico per il nostro restare su questo pianeta, il nostro unico futuro biologico; fuori da questo contesto non hanno sesso e restano esseri come tutti, intelligenti o stupidi, interlocutori reali, squisiti archetipi a volte di quanto di più alto e nobile l’umanità possieda e insieme assioma funesto di bassezze e crudeltà senza fine. Esseri umani con diritti e doveri come tutti dovremmo averne. Le curve sinuose con cui esse disegnano il loro cammino sulle nostre strade sono una provocazione continua alla nostra intelligenza mal costruita, l’occasione, spesso fallita per molti di noi, per superare d’intuito l’aspetto esteriore delle cose e amare veramente l’essenza. Le donne sono una magia che di volta in volta molti di noi sciupano accontentandosi di mediocri spettacoli di prestigio: in verità temiamo il grande incantamento e il senso di perdizione che esso porta con sé. Così stupriamo invece di amare, limitiamo invece di liberare, ci comportiamo da maschi e abbiamo solo femmine mentre dovremmo essere uomini e confrontarci con le donne. Pensavo queste cose confusamente a sedici anni dentro un liceo o passeggiando in piazza del Duomo a Milano, sono diventate chiare con un diamante ormai volgendo lo sguardo sul golfo di Palermo in un giorno d’inverno, attendendo l’ennesima primavera.

Sta diventando sempre più difficile tutto: I COMMENTI e le teorie interpretative da cui scaturiscono sono sempre più spesso “fantasiose”. Da parte mia la scelta di defilarmi e usare il mio tempo sul web in altro modo è confermata; le relazioni virtuali che nascono dalle cose che scrivo arrivano a distanze stellari dalle loro premesse! O sono false quest’ultime o c’è qualcosa di intimamente errato nelle loro dinamiche. Meglio lasciar perdere e allontanarsi dal grigio.In verità devo arrendermi all’evidenza, il mio sogno di parlare con tutti, di comunicare con tutti, di interagire con quello che era lontano mille miglia dal mio mondo senza subirne colpi pesanti, quel sogno si è ridimensionato qui in rete, nel luogo che concettualmente sembra il più adatto invece a nutrirlo. Se mi perdo, se muto la mia identità, se mi svendo per qualsiasi motivo lo faccio, a qualsiasi obiettivo io possa tendere, sono certo che non produrrò niente di buono, niente di MIO, niente che abbia senso per me.

E’ un vecchio discorso che mi rode l’animo da molto tempo, i blog vanno considerati in modo diverso, con maggiore serietà, forse con una benevolenza più genuina ma non possono prescindere da una genuinità di fondo che li differenzia e li rende palesemente personali. C’è Massimo e c’è Enzo, Marina, Susanna, Sara, Nicole, Mara… ci sono, ci siamo tutti. Quello che non capisco e mai capirò è lo scontro vigliacco, l’invidia, la stupidità: c’è uno spazio immenso, riempiamolo senza disturbarci. L’elitarismo nei blog più che un rischio è una certezza! Penso che sia purtroppo inevitabile, non esistono parole per tutti ( tranne forse che negli Evangeli) e non esistono blogger per tutte le stagioni. Forzare questo dato di fatto produce solo danni io ne so qualcosa. Inevitabilmente parliamo e speriamo nella condivisione del mondo intero e altrettanto inevitabilmente dobbiamo poi accorgerci di quante siano in realtà le mani tese. Io resterò qui fin che potrò, perchè mi piace ma starò anche altrove e se il salotto apparirà troppo esclusivo pazienza. In questi anni ho incontrato poche stanze veramente esclusive per qualità e profondità di scrittura, io ne sono lontano, la mia esclusività deve essere legata a qualcos’altro.

Parlare di islam oggi in rete senza il pericolo di uscire ad ogni momento dal seminato concettuale e non finire come sempre nell’infinito refrain del “noi siamo migliori di voi”, sta diventando difficile. Perché semplicemente guardare i fatti e i numeri è difficile da sostenere ed è invece molto più utile, comodo e proficuo appoggiare certe chiamiamole posizioni nei confronti dell’islam. Ho scritto varie volte in questi anni che l’islam è il medioevo istituzionalizzato e questo aggettivo fa una differenza profonda con la situazione in occidente. Da noi persistono vergognosamente e si ripetono fatti che vanno contro le leggi dello stato, fatti legati evidentemente a convenzioni sociali e mentali profonde che non hanno ancora fatto breccia in modo totale tra i cittadini; la legge sul delitto d’onore in fondo è stata abrogata da poco (1981) ma adesso quella legge non c’è più…è rimasto diffuso in certi ambienti il senso di proprietà nei confronti della donna è vero ma la legge cui appellarsi NON C’E’ PIU’. E questo non è un fatto da poco, è molto importante invece. La società islamica ( diffusa ampiamente in vaste regioni del pianeta) è sovrapposta al dettato religioso, ne è palesemente una fisiologica emanazione; lo dicono i fatti, la storia, i numeri, il fatto che dovunque ci sia una comunità islamica si ripetono sempre le stesse dinamiche. Gli stati islamici sono TEOCRATICI signori miei, basta leggere con un minimo d’attenzione le cronache degli ultimi decenni. Gli stati occidentali lottano da secoli contro questo concetto avendo come obiettivo la creazione di una società e di leggi che abbiano alla base il principio opposto: la laicità.

Se non si comprende questo concetto qualsiasi discussione è falsata nel fondo. Le valutazioni che tendono ad escludere la radice religiosa da certi atteggiamenti significano a mio parere che il lavaggio del cervello e la comodità ideologica che fa riferimento ad un certo trend ormai avviato, hanno ottenuto il loro scopo: l’slam che è molto più semplice e aggressivo ideologicamente, ci sta conquistando e non trova resistenze nemmeno in quelli che, maschi o femmine, dal suo propagarsi ne riceveranno i maggiori danni. Il web è come al solito una delusione per me. La stessa degli altri media dove pare diventato impossibile usare una logica o un’analisi anche solo elementare nei confronti di alcunché: nella gran parte dei casi riusciamo solo a fare chiacchere da bar, a manifestare la forte tentazione di mandarci affanculo che risolviamo poi in zuccherosi complimenti alla nostra comune buona civiltà. Mi immalinconisce tutto questo, mi da molto fastidio che i discorsi sull’islam non dicano mai nulla chiaramente su diritto allo studio, diritto alla salute, libertà di pensare e vestire, uguaglianza sociale e sessuale. Perché il problema è lì, i numeri dicono questo. Una volta potevo capire che l’ignoranza diffusa non permettesse di uscire da certi luoghi comuni ma oggi sentire parlare di islam e sfera femminile in un certo modo da parte di donne che si dicono liberate ( anche di scopare con chi dicono loro e trarne un utile economico) o si dicono femministe e autonome, giustamente orgogliose della loro indipendenza, che lottano per un mondo dove il valore enorme della parte femminile del mondo sia riconosciuto nei fatti. Ecco vedere smentito mediocremente tutto questo solo per valutazioni di comodo ideologico o relazionale mi fa veramente incazzare.

PS: leggo che l’Ikea ha eliminato tutte le immagini di donne dal suo catalogo per i paesi arabi. Coincidenze?

Amori perduti è un termine che mi insegue da tanto. Dentro l’amore quello vero vero c’è il senso di una perdita, di uno smarrimento profondo: se non ti perdi non è quel tipo di sentimento, può essere cento altre cose, tutte rispettabili, ma non quella cosa. Se ami sei perso per sempre, anche se tu poi non ami più o lei ti lascia, non conta. Conta il senso di una magia che non c’è più, che ti faceva fare e vivere in modo diverso. Diverso come? Diverso! Diverso camminare, respirare, mangiare o non mangiare, guardare un film o stare per i fatti propri ( si può anche da innamorati) e fare l’amore. Quello per la verità è un capitolo a parte, capitolo difficile. Se ami non fai l’amore, ce l’hai dentro e lo tiri fuori, non ti vedi mentre lo fai e quindi non hai nessuna pruriginosa fantasia sessuale, non c’è sesso nell’amore ma solo sviluppi trascendentali di una nobiltà eterna che hai come patrimonio da spendere. E lo spendi male, sempre. Io parlo per me, che di voi non m’importa in questo frangente: non so come fate l’amore o come lo disfate, non mi interessa adesso mentre scrivo, se penso a voi scriverei altre cose e sarebbero sciocchezze false, io devo pensare a me, solo a me se voglio dire stupidaggini sincere. Il concetto di piacere sessuale sta stretto dentro il mio amore: prima no, prima ci stava benissimo ma era un’ipotesi. Ho amato due volte in tutta la mia vita, la seconda volta è stata dura perchè la prima ferita era stata profondissima. Ci ho riprovato e la chimica era perfetta. dai tacchi ai capelli, dal modo di camminare a quello di fare sbattere i denti mentre ci baciavamo ed eravamo persi, dal senso di vuoto pneumatico all’inguine che friggeva di piacere.

Non mancava niente finchè lei non si è guardata e non si è sentita diversa ( mi disse così) e da amore divenne solo amica confidente, sostegno psicologico. Non c’è niente di più castrante del sostegno psicologico per un uomo… vieni tesoruccio che sei triste, quanto sei triste e pensoso, vieni che ti faccio scopare che così poi stai meglio, io non ne avrei bisogno però ti sono vicina, ti aiuto, ti amo ( forse adesso ti voglio solo bene) ma tu stai tranquillo, uomo, entra che ti accolgo, un caffè ? Vuoi parlare prima? Certo che se facevi diversamente, se producevi di più, se quella volta stavi zitto e quell’altra invece parlavi, se avessimo, se fossimo…ma non siamo. Però vedo che tu sei scemo come il 99% dei maschi e non te ne sei reso conto ancora; vabbè aspetterò che capiti l’occasione giusta e poi si vedrà.

Non ci sono tante chances per l’amore, una o due e poi stop, poi solo i ricordi su una pagina, un post sugli amori perduti che vagano là in alto come personaggi in cerca di autore e non ne avrebbero bisogno. Qua in basso restano solo le conseguenze della perdita: un vuoto secco di anima, un disperato tentativo di far finta di niente. E le mani vuote senza più magia in attesa che venga il tempo giusto per poterne parlare in modo appropriato perchè l’amore alla fine è un patrimonio stupendo che resta come resti tu. Bellissimo e innamoratissimo un attimo prima del crollo di un’epoca, ma se giri la moviola al contrario e spacchi un fusibile diventa tutto un lunghissimo rallenty e lì dentro le donne sono di uno splendore assoluto e tu perfetto con loro in quel trailer. Spero che voi siate innamorati. Io non più.

…Guiderò per una settantina di chilometri, devo raggiungere un altro mare:so esattamente cosa è successo, la mia mente si è messa in cammino in modo autonomo: io la conosco bene, si fermerà da sola per sfinimento e finalmente mi lascerà dormire. Adesso galoppa veloce verso sud, verso Ortigia, verso un angolo preciso di strada, in direzione d’antiche stagioni mai dimenticate. Marzo 1995 

Ho bisogno di lasciarmi andare al sogno, di crederci e vivere delle sue immagini sensuali e vere: con esse si può volare, leggeri e bellissimi e si può planare come uccelli marini nella terra dei papiri che avvampano al sole del tramonto. I due fiumi sono come i bracci di un diapason, lontani per miglia e miglia, vicinissimi alla fine: L’Anapo e il Ciane sfociano a pochi metri l’uno dall’altro, corrono incontro alla loro fine nel mare di Siracusa come due amanti uniti dallo stesso destino. Le acque verdi della sorgente del Ciane sono appena increspate da una leggera brezza che culla le canne recando trilli malinconici e sottili. E’ facile rievocare la storia antica e terribile di Proserpina strappata da un’orda di demoni alle sue compagne di giochi. Il mito alza il tenore di un fatto geografico, stravolge e lancia nello spazio dell’immaginazione la mediocre normalità del quotidiano. Il mito racconta della ninfa Ciane che pianse per giorni e giorni l’amica perduta finchè gli dei compassionevoli non la mutarono in una splendida fonte, verdeazzurra come il suo nome… Mi accendo una sigaretta, tiro una boccata ed espiro lentamente: il fumo è come il mio pensiero, mi esce dalla testa chiaro e limpido che pare che neanche mi appartenga e vola via lento come un uccello. Mio nonno mille anni fa mi raccontava che nella vita, se uno vuole essere uomo, si deve fare uccello: mangiare poco, non stare fermo mai, passare il mare, vedere posti ma senza farsi incastrare mai e senza farsi accecare mai, da una femmina, da un padrone, da una casa. Nonno non ti ho dato ascolto, non pienamente ma una parte di me è rimasta uccello e stasera si è posata qui alle fonti del Ciane, un passo prima del mare. Devo confessarlo, non sono diventato un caminante, uno di quei fortunati che sono veri cittadini del mondo, non portano pesi e possono volare liberi ovunque; ma questo luogo col suo leggero ronzio di acqua che scorre è senza dubbio il posto del canto e del volo, dove l’acqua entra nella terra e si fa casa per gli uccelli, dove il mare e il cielo sono una cosa sola. Sognare qui costa pochissimo, lo Jonio a due passi mi raccoglierà …e poi annegare o volare non importerà molto, i palazzi della marina di Siracusa dall’altra parte del Plemmirio cominciano a diventare d’oro e d’argento mentre il sole scende nel mare.

Trentanni dopo – C’è sempre un cammino privato anche in un atto pubblico come quello di pubblicare uno scritto in rete. Io ero là, su quella banchina quella sera quell’anno, il desiderio di completezza, di riunirsi alla propria intimità era una musica che suonava dentro, io la percepivo bene ma dirlo fuori era improponibile…anche adesso mi appare difficile. L’autocritica ha un senso solo se è libera e severa, così è come il bacio vero di una donna che ti ama, diversamente è solo accademia ideologica, non serve, non aiuta ma ti affossa. Il pensiero di quella sera se ne andò verso sud: credeva di trovare il suo ultimo approdo là dove aveva sognato una vita diversa per l’ultima volta. Trovò solo altro mare e un piccolo gruppo di amici a salutarlo per il suo prossimo viaggio. Aleggia da quelle parti, mi aspetta lì, sa che arriverò e ce ne andremo assieme, io lui e i nostri sogni, così come siamo nati.

– Andiamo a prenderci qualcosa?- Mi guardi pacata, quasi con compatimento

– No Enzo, saliamo a casa tua adesso.

Mi piace quando fai così, quando prendi a schiaffi il pudore e le apparenze e sei tu, profondamente e autonomamente tu. Mi piaci in ogni modo e lo hai capito subito… non è che te ne approfitti Eh? Saliamo su da me, apriamo la porta, carezzina al gatto e stillicidio di emozioni e desideri. Poggiare gli indumenti, sfiorare il tuo soprabito, togliersi il maglione e poi la cosa più difficile: giocare con l’imbarazzo dell’attesa mentre fuori fa definitivamente sera. Facciamo l’amore e dentro l’amore troviamo una quantità enorme di sesso. Ti tocco, mi tocchi, ti prendo mi sfuggi, ritorni mi fermo. Ti guardo mi guardi, entro e esco, il divano si è aperto verso il cielo noi ci anneghiamo dentro. Facciamo l’amore Giulia e sospendiamo noi stessi col tempo annesso: non ci serve vedi? Sembra così inutile e accessorio. Siamo perfettamente soli col nostro piacere sinuoso assoluto e casa mia risuona di musica animale.

Dopo mentre ti tengo sfinito per mano il pensiero del nostro primo incontro mi folgora la mente: eri bellissima, simpatica e sensuale quella sera spargevi odore di sesso tutt’attorno; ti sedevi ed eri da capogiro , giravi la testa e facevi eccitare, accavallavi le gambe e ne avevi 4 o 5 davanti che dicevano le solite cazzate che dicono gli uomini in queste circostanze, le solite inascoltabili e ridicole cazzate. IO NO, sono uno stratega io: analizzata in meno di 40 secondi la situazione ho stabilito che non dovevo cercarti palesemente. Prima cosa attenzione ma non ossessione. Seconda cosa sei la più bella di tutte ed io però ho un’ altro pensiero in testa. Terza cosa devi convincermi con la testa che hai, il resto si vede e non mi basta. Fantastico eh, peccato che ci sia riuscito solo quella volta Giulia. Lo stronzo di cui sopra ti volteggiava attorno assieme ad altri come un caccia che cerca la traiettoria giusta, lui sì che era uno spettacolo da teatro. Battute, risatine, e ti porto da bere e ti parlo da vicino così da sfiorarti, e muovo le mani con eleganza affettata….sei mia donna diceva, è fatta sei fatta. Gioco chiuso. GIOCO APERTO! Quella sera sei tornata a casa con me, gioco aperto e, incredibilmente, mi sono comportato con gradevole simpatia, nemmeno una parola fuori posto o un gesto di troppo; quando un attimo prima di entrare nel portone mi hai baciato sulla guancia e mi hai sorriso ero ormai finito. Stasera è la stessa cosa ma non devo guardarti in viso: – Non durerà! – è la frase scritta dentro i tuoi occhi un attimo dopo il rush finale. Non è vero, non importa, ci siamo ci siamo stati, quell’amore è nostro, solo nostro Giulia, l’universo stanotte ci ha già portato via.

Ridiscendere la penisola con un obiettivo diverso da quello del turista di lungo corso fu la nuova affascinante avventura che mi si parava davanti: un nuovo mondo e altre possibilità esistenziali, soprattutto l’occasione di non ripetere gli errori già fatti e non ripercorrere sentieri senza sbocco. Un’altra grande illusione con cui nutrire la mente: vi sono dentro tuttora. Non esistono vere novità oltre il limite temporale dell’adolescenza, esistono soltanto versioni rivedute e corrette di affermazioni sbilenche che non riescono più a trovare un senso e lo cercano convulsamente…sino allo sfinimento. Il sud e i suoi magici cieli erano già dentro di me, lo erano dalla mia infanzia, ho continuato in fondo la ricerca che mi competeva e l’ho fatto in un’isola. Il mare ha cullato i miei sogni di ragazzo, li ha fatti crescere e mi ha insegnato a guardarli con feroce tenerezza. L’uomo che scrive stasera a margine di un ennesimo nuovo anno non è così diverso dal bambino che uscì secoli fa da una scuola milanese, ha soltanto meno illusioni. Un’altra cosa importante ho imparato ritornando alle mie autentiche radici: ho imparato a guardare il mio tempo da prospettive diverse e a sentire il mio spirito come una persona vera. E’ qui che ho compreso cosa significhi la relatività delle cose. Ad essa ho demandato, purificandoli, i miei atteggiamenti meno seri. La politica, le ideologie, le passioni, le vittorie e le sconfitte, tutto quell’insieme di cose con cui pretendiamo di riempire i nostri giorni, prima allineate in ordine sparso sistemate poi sugli scaffali di una misura diversa e più antica, cambiano colore e importanza.

Dovreste vederle mentre mentre pian piano scoloriscono fuori dalle feste di una nobiltà accessoria e vengono ridimensionate davanti al tribunale di un’aristocrazia che è culturale e mentale assieme.

Il sud che vivo io è questo signori: quello che viene disprezzato e annichilito ogni giorno per un partito preso che guarda ad altri più miseri obiettivi. In questo sud si scrive e si pensa ad un mondo e ad un’Italia diversa, quella che avendo perso l’ultima occasione svanirà del tutto durante le celebrazioni del suo 150 mo anniversario.

Ma il sud, la mia terra è ancora libertà perché guarda il mare e il mare è spazio, apertura e immaginazione: oltre un certo limite finisce il binario delle conversazioni precostruite ed inizia il tempo di una conoscenza diversa che usa gli schemi ma non si fa usare da essi. Mi viene facile e scontato dire che non sono stato compreso, è quasi ridicolo, ma questo mezzo di comunicazione, lo ripeto, si sta autodistruggendo per un fatto semplicissimo, lasciate che sia un siciliano a dirlo, per mancanza di cultura tout court, per aver preferito la semplice e veloce strada delle ricette prefabbricate e delle minchiate ad uso e consumo delle ideologie ( del sesso o della politica non ha importanza) delle piccole mediocri beghe tra blogger al confronto vero tra teste ed esperienze. Sinceramente mi pare incredibile che debba essere un siciliano del secolo scorso, cresciuto a educazione, misura e giacca e cravatta a ridicolizzare l’incredibile e volgare “galateo da rete” che di fatto si è impossessato della maggior parte dei blog. Adesso io sono pronto per altre avventure perché da un’isola ci si può sempre imbarcare per nuovi viaggi. Ma alla fine tornerò qua, appartengo a questa terra e al cielo che c’è sopra e non è una condizione spiacevole credetemi, anzi è una confortante certezza.

Si nasce in modo stabilito ma poi la corsa è tutta da inventare. Sino alla fine.

Sei arrivata guidando con quella spavalderia imbronciata che non si adatta alla piccola berlina che possiedi; ma sei arrivata mentre io ti attendevo senza fiato e senza idee. Ci siamo gustati fino in fondo il saluto che ci meritiamo, lungo, profondo, attraversato da sguardi e sensazioni che nascono da lontano, così lontano che ne abbiamo dimenticato le origini. Sempre bella ma soprattutto sensuale: cammini per le stanze con quel passo che dice guardami, ammirami adesso che dopo non è detto che ti ricapiterà di nuovo. Lo dici a me e ogni cosa si muove in modo fisiologico come se non potesse andare diversamente. Indossi un abito colorato, sembra fatto su misura, ogni cosa la porti sulla tua misura ed io mi sono sempre adeguato con piacere.

La tua misura tanto lontana dalla mia, la tua vita inciampata dentro la mia. Non siamo cambiati per nulla e il mio desiderio fisico di te non terrà mai conto del prima e nemmeno del dopo: siamo sempre in questo presente elastico e modulabile a volontà. Dopo aver bevuto non so cosa e non so quando, dopo aver detto e non detto mentre io ti ho risposto e tu hai riso ( di me, di noi, di cosa?). Dopo aver usato una parte di questo pomeriggio afoso a tormentare i miei sensi mi hai detto vieni e la stanza è diventata bollente. Abbiamo costruito l’amore un’altra volta ma io dico per l’ultima volta e tu lo hai capito ed eri stupita, non è da me rinunciare all’andirivieni eccessivo sul tuo corpo.

Ma in questa occasione non hai compreso e, soprattutto, non hai previsto la mia difficile assenza finale. Ho goduto più delle altre volte. Sai farlo, sappiamo farlo, sappiamo eccedere come se il tempo e lo spazio fossero infiniti. Un gioco passionale che si spegnerà stasera quando i gelsomini bucheranno la notte col ricordo del loro profumo e noi saremo uno dinanzi all’altro. Astrazioni l’ho scritta così, era dentro di noi, l’ho fissata per ricordare la tua bellezza e il mio sogno; né l’una né l’altro si salveranno, non passeranno la notte senza il mio viatico. Il tuo? Ma già so bene che sorvoli su tutto e tutti, che glissi, che cambi mappa e itinerario che ami solo il tuo riflesso perché nessuno è mai riuscito a posare una mano sulla tua anima. Nemmeno io ma ci sono andato vicino. Astrazioni è nata così

 

 

Adesso che sei passata e sei tornata

adesso ti insinui mentre ti guardi

in giro.

Tra un po’ sarai col dito alzato

e una sintassi controversa a giudicare

analizzare

sfoltire

immobilizzare questi ultimi anni.

E ti ho detto dei recenti silenzi:

mi hai risposto che erano troppo

rumorosi.

E mi hai detto che insopportabile

e’ il lento trascorrere

del tempo appresso senza un pugnale

che blocchi il passato alle sue responsabilita’.

Magnifica e furente eri mentre squassavi il

presente e infierivi sui miei ricordi.

Mi hai amato? Ti ho amato?

Ci siamo rincorsi?

Ci siamo persi?

Eri senza di me nell’altro tempo

quello che tu dici di

bilanci?

E ti ho detto che non di bilanci

di analisi rilette

e affettuose sino alla morte

e’ ora il momento.

Questo e’ tempo di astrazioni,

di follia immediata

per me e per te

di un unico amplesso

sbagliato

da ricordare come l’amore

che, trovandoci senz’altro riflessivi,

di noi si e’ disgustato.

Adesso che sei passata dentro i miei

occhi

e sei tornata per l’ultimo

ritardo.

Seduto su una delle panchine di ferro poste all’ombra dei grandi ficus che ornano la piazza dinanzi alla Porta Reale di Noto, pregusto già lo spettacolo che mi attende. La città nuova costruita dopo la scossa tellurica che devastò senza ritegno tutta la costa orientale della Sicilia alla fine del 600, fu pensata come una sequenza di scenografie su cui far muovere la gente da protagonista, ognuno col suo ruolo. Anch’ io ne diventerò parte appena varcata la soglia della Porta Reale perchè Noto è stata fatta di ragione e di magia: la ragione è quella delle linee dritte, della simmetria, della prospettiva ingegnosa che crea luoghi deputati al movimento e alla vita. La magia, quella scaramantica, dovuta alla creazione di ornamenti visti come dal tremore di un terremoto.

Non so perchè ma ho sempre avuto l’idea che fosse questo lo scopo dell’architettura di questa città: dare movimento e fuga ai palazzi scongiurandone così, magicamente, la distruzione. Tutti gli abitanti, passata l’angoscia e il terrore della terra che trema, credo dovettero avere una grande superbia, un grande orgoglio e un alto senso di sè come singoli cittadini e come comunità se vollero e seppero ricostruire miracolosamente questa città con la sua topografia e le sue architetture barocche che adesso si vanno svelando folgorate dalla luce e dal sole. E’ questo un mondo fatto di luce e calore, di ombre vitali come oasi di frescura in un cammmino fatto di visioni luminose e assolute.

A Noto come in altre città dell’isola IL BAROCCO è una suprema provocazione fatta di movimenti incredibili, di apparenti e aeree fragilità, è la sfida ad ogni futuro sommovimento della terra. Le facciate delle chiese, dei conventi, dei palazzi pubblici e privati se li guardi di sbieco tremolanti nell’aria calda del mezzogiorno sembrano la rappresentazione pietrificata del terremoto stesso e della sua lezione di vita: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice, il caos in logos infine. Che è sempre il cammino della civiltà e della storia. Fermo davanti all’amplissima scalinata del Duomo osservo il “palcoscenico” con un nuovo sentimento dell’anima contro lo smarrimento di questi anni infami, della solitudine, dell’indistinto, del deserto…contro la vertigine del nulla. Qui su queste scene bruciate dal sole e, più tardi, infantasmate dai pleniluni, tra quinte di pietra intagliata, tra fantastiche mensole che sorreggono palchi, loggiati e tribune, tra allegorie, simboli e emblemi, tra rigonfi di grate e inferriate, tra cupole, campanili e pinnacoli, in questa scenografia onirica e surreale, io sono diventato un’altra cosa. Potrò mai dire quanto possa trasfigurarsi l’animo umano dentro la gioia e la magia di questo connubio di costruzione e immagine, di struttura e ornamento, di ritmo e melodia? E’ questa la ragione di tutto quel che ho scritto in questi anni: la ragione e la fantasia, la logica imperiosa e il magico incontrollabile. So che è qui la chiave fra prosa e poesia che mi racconta della vita e dell’universo, “di questo incessante cataclisma armonico, di quest’immensa anarchia equilibrata” (L. SCIASCIA)

Ho un sogno. Ricorrente e senza età: in questo sogno sono sempre un giovane adulto non ancora schiantato dall’esperienza ma già preso dall’analisi dei messaggi che le mie sensibili antenne mi portano ogni giorno. So già tutto ed ogni cosa è prevista e io sono dentro una stanza che sembra quella di un ufficio con i vetri opachi e le sedie comode e impersonali.. C’è una donna giovane dietro di me ed è molto bella: si sta risistemando il trucco. Ad un certo punto mi fa : “ Che dici, lo rimetto?” E mi sventola davanti al viso un reggiseno bianco di almeno 4 misure; mi fa impressione guardarlo, come se fosse una spoglia più eccitante della sua proprietaria. Mi giro e glielo tolgo dalla mani, la avvicino a me e sbircio dentro la sua scollatura. Ma è vuota, piatta come quella di un uomo e lei non è più lei, ma uno stronzo che odiavo fin da ragazzino perchè mi sfotteva a scuola ed era di due anni più grande. Adesso lo guardo senza alcun timore e gli sibilo che pagherà tutto, anche questo stupido ultimo scherzo. Vedo che ha paura, finalmente ha paura, si divincola dalla mia stretta e fugge via. Non lo inseguo e resto lì dentro la stanza col reggiseno per terra a testimonianza che è tutto vero ( me lo ripeto nel sogno) e che lei tornerà a prenderselo.

Passa del tempo e scende la sera, me ne accorgo dalla luce che cala da dietro i vetri opachi: così esco fuori e sono per le strade di Milano come tanto tempo fa. I pochi passanti non mi considerano, è come se fossi trasparente….ma io non so dove andare nè che fare. Tiziana mi chiama da dietro , io mi volto ed è lì davanti, con la sua gonna a quadri e le scarpe nere col tacchetto basso e addosso lo stesso profumo di quando facevamo l’amore e io mi domandavo se era più forte l’odore dei suoi umori o quel profumo che si versava addosso.

“ Ti aspetto da più di due ore, scemo. Ti diverti a fare il prezioso?” Mi prende per mano e andiamo via, lei fa come se non si accorgesse del reggiseno che ho stretto nel pugno; quando arriviamo sotto casa sua lo prende, entra nell’androne quasi al buio, si toglie la camicetta e se lo mette facendo dondolare le sue magnifiche tette bianche. E va via e non potrebbe essere diversamente mi dico appena mi sveglio angosciato.

Tiziana è morta di overdose al parco Lambro il 6 marzo del 1979. Ogni tanto passa per ricordarmi che mi ha amato.

Ho deciso di osare e cercherò la verità, la mia, la tua, per la nostra c’è tempo. Un’attesa di cotone per evitare che le perturbazioni ci infrangano su nuovi spigoli, nuove edizioni di amori infranti oltre i quali guardare- Possiedi un bel silenzio, ci costruisco sopra il prima e il dopo, divoro l’attimo sospeso delle mie idealizzazioni, guarda che ora fanno le lancette della mia felicità scomposta… e non fare sparire l’orologio! Se mi hai portato qui è perchè possiamo seguire il sentiero delle nuvole sul mare: lo vedi, è lì ci osserva. Ma non ci invita, così io ne scruto l’incipit e ne immagino l’andatura, il segno, il ritmo… c’erano vicoli scuri prima di questo tramonto. Molto al di là del limite dell’orizzonte abbiamo deciso di tornare a riva, di festeggiare l’inverno e invocare in silenzio le onde del cuore. Tarderà il sole nel suo addio e noi balleremo ancora sulle luci riflesse il ritmo delle maree. Stanotte soltanto.

Credeva di averne di più, a dir la verità non lo aveva mai considerato: il suo tempo nel tempo che viveva giorno dopo giorno. Pur avendolo riempito di un’infinità di cose inutili e lunghe, anche sacrificandolo ad una quantità di altri tempi diversi per fogge e prospettive, pensava di averne davanti ancora una misura praticamente infinita. Aprendo la porta dell’ascensore e premendo il tasto del piano quest’idea sottile cominciò a crescere dentro di lui: il tempo, il suo tempo a scadenza. Giunto al piano chiuse la porta del mezzo ad altre considerazioni scomode, aprì quelle dell’ufficio ed entrò. La decisione di prendere subito il caffè lo sorprese: era un gesto che stravolgeva le sue abitudini, non era nei programmi, non era nemmeno nella sua testa. Da dove veniva allora? La sua vita da moltissimo tempo aveva assunto a buon prezzo quel meccanismo autoregolante che serviva a non mettere niente in discussione: un’omeostasi esistenziale perfetta. E inutile.

– Faccia un caffè signorina, per favore. – Caffè dottore?

– Caffè Irene, un caffè. E me lo porti qui, per mezzora non ci sono per nessuno.

Il tempo riaffiorava lentamente ma con progressione costante; anche lì in quella stanza dove non aveva mai avuto cittadinanza, si ripresentava senza appuntamento. Era sgarbato. Trovare qualcosa per riempire il vuoto che riapriva scenari così lontani da non considerarli più personali, ecco cosa doveva fare assolutamente. Il vuoto si allargava e lui lo guardava immobile. Scrivere! Scrivere era la terapia giusta: lo aveva pensato quasi per sbaglio, non ci credeva fino in fondo. Scriveva da sempre senza pensarci, come un gesto fisiologico, solo un aspetto dell’omeostasi più vasta che governava la sua vita. Un breve cigolio alla porta indicò il caffè e il sorriso impacciato di Irene appresso a quello. – Ecco dottore – Lo lasci lì-

Pensò poi di non aver ringraziato come faceva abitualmente, evidentemente nulla quel giorno era usuale, nulla prevedibile. Accese il computer e guardò lo schermo luminescente per un attimo lunghissimo. Scrivere, provare a scuotere la patina di sottile e persistente condiscenza all’impossibilità di comunicare al mondo che nonostante tutto egli esisteva. Un argomento! Gli serviva un argomento, qualcosa che suonasse con quel timbro inconfondibile che solo la vita vera possiede. Mandare in pensione l’anima dei giorni non era stata una buona idea, lo capiva adesso in quella stanza che non possedeva alcun appiglio per credere a una sequenza non meccanica dei gesti e delle parole. Il viso della ragazza gli entrò in mente improvvisamente, chissà da quanto tempo era seduto in un angolo silenzioso, i sorrisi non crescono mai senza una fede, senza un altro sorriso più intimo. Questo adesso gli galleggiava davanti e tutto il resto uscì sulla tastiera quasi in un fiato.

Imparai da bambino a centellinare

la magia che una ragazza 

sparge attorno a sé. 

Scivolare tra le pieghe di un suo 

sguardo, 

assaporare poi, nel ricordo 

di un’ora dopo, l

a trasparenza di una mano,

il particolare timbro di un silenzio, 

gli altri mondi 

soltanto accennati in un volgere del capo. 

Ti osservo ancora a quel modo 

e tu giochi a far finta di non saperlo. 

Imparai da ragazzo a rincorrere

la diaspora di pensieri 

che una donna porta con sé. 

Ed è così che non ho mai scordato 

il primo stupore di te. 

Un po’ di quella magia ancora s’insinua 

tra noi 

come una carezza di seta 

al termine di questo giorno.

Aveva finito. Togliere la sordina ai propri pensieri lasciava nella testa una tabula rasa inaspettata e felice: bisognava soltanto lasciarla correre questa nuova sensazione, avrebbe raggiunto la ragazza e il suo cuore, i sogni di una vita diversa e di un tempo diverso. Era così facile, come non averci pensato prima? Facilissimo, leggero ed esaltante. Lo avrebbe rifatto! Tutte le volte che voleva lo avrebbe potuto rifare.

– Signorina sto uscendo. Telefoni a tutti e sposti gli appuntamenti al pomeriggio. – Dottore ma…

Non si accorse dell’ascensore, dei tasti, dei piani, della gente. Non aveva tempo, non poteva perdere tempo. La macchina lo investì dieci metri dopo il portone mentre attraversava senza guardare per raggiungere il posteggio: un secondo prima di morire pensò che il tempo si era ripreso tutto, poi fu solo buio. Coloro che accorsero videro un cadavere sorridente di traverso sull’asfalto. – Ma non è il dottore che lavora qui? Avete chiamato un’ambulanza?

Che cosa è una chat? Un sistema rapido e immediato per comunicare. Cosa? In genere le proprie intenzioni sessuali, le proprie apprensioni esistenziali spicciole. La propria esistenza minimale- I blog non sono chat ma lo diventano spesso ( sempre più spesso) grazie ad una loro caratteristica volta al contrario: i commenti. Essi dovrebbero servire ad ampliare la comunicazione a sciogliere dubbi o a crearne, a migliorare comunque la qualità dei contatti. SBAGLIATO! La gran parte dei commenti, dove non siano semplici gratificazioni tra simili, sono il miglior sistema per disintegrare un blog riempiendolo di comunicazioni private lasciate in pubblico esclusivamente per offendere, ferire e creare disordine.

“Chissà quanti sono come me, nelle mie stesse condizioni, fratelli miei. Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente: in America o altrove.” L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904 

Le estati roventi e secche degli ultimi anni 60 le ricordo bene, e con loro il profumo ipnotico dei gelsomini nelle notti piene di stelle passate a chiacchierare davanti alle acque scure del canale di Sicilia. Questa è una storia vera, appartiene alla mia adolescenza…certe volte mi sembra inverosimile, come molte altre cose della mia vita, del resto. Fu Marino il figlio d’una cugina di mia madre a farmi da accompagnatore in un pomeriggio pieno di sole e rondini nel cielo per le strade di Mazara del Vallo. Eravamo due ragazzini coi ginocchi scoperti da pantaloni troppo corti e le tasche troppo vuote ma riuscivamo a divertirci come dei nababbi. Quando lo vidi per la prima volta restai impressionato, era il primo vero “barbone” che conoscevo da vicino e comunque in Sicilia non era uno spettacolo consueto anche in condizioni di grande indigenza. Passava lentamente vicino alle palme del portico del duomo, i capelli bianchi e lunghissimi, qualche busta nelle mani e un bastone. “E’ l’omu cani” mi sussurrò Marino, e lo disse con un misto di curiosità e rispetto; “ Vive qui, per la strada da molto tempo, gli vogliamo bene tutti e lui non ha mai dato fastidio a nessuno. Chissà chi è, veramente”. L’estate successiva si aprì uno spiraglio nella nebbia che circondava il mio rapporto con l’uomo cane: lo spiraglio credo si chiamasse Miccichè ma non ne sono sicuro, però ha poca importanza rispetto alla storia che mi raccontò quella sera d’agosto del 1967. “Iddu si chiamava Tommaso e con i cani non aveva niente a che spartiri, anzi… Io durante la guerra ero alla contraerea, messo lì davanti a un cannone a difesa del porto che non faceva paura a nessuno. Tommasino spuntava spesso di sira e parlavamo, parlavamo per ore; ma non erano le solite chiacchere tanto per diri qualche fissaria, era ‘na cosa diversa e spiciali. Iddu fumava assai e se gli regalavo un pacchetto di sigaretti era capace di stari a cuntare storie incredibili pi’ tutta la nuttata. Doppu ‘na mezz’orata spuntava qualchi altru cristianu e restavamo tutti incantati a sentirlo parlare di scienza, di fisica, di strane leggi che governavano la materia e l’universo.Altro che cani e pirocchi, senti ammia, chiddu uno scienziato era; in città lo sapevano tutti quanto era bravo in matematica e picciotti ne aiutò parecchi per gli esami di scuola. Una sera’ doppu qualche bicchieri suvecchio, ci confessò che il suo vero nome non era Tommaso, che si era laureato in fisica e che era scappato per paura…paura di cosa? Non ce lo disse mai. Sul bastone portava incisa una data 5 agosto 1906.”

Tommaso Lipari, o chiunque altro fosse, morì a Mazara nel 1973; il funerale credo sia stato il più fastoso che mai un barbone abbia avuto. C’era tutta la cittadinanza, le autorità e un mare di gente venuta da “fuori”. L’estate successiva il caldo era lo stesso e le stelle pure: nessuno mi raccontò più storie fantastiche di scienziati in incognito inseguiti da incubi lontani. Qualche anno dopo da qualche parte su un quotidiano venne fuori l’ipotesi fantasiosa che l’uomo cane che vidi camminare per le strade di Mazara era il fisico catanese Ettore Majorana… Storie, solo storie, buone per riempire la testa di ragazzetti che nulla sapevano di atomi, elettroni e neutrini. Adesso capite che terra matta è quella dove sono nato?

Un uomo è quello che ha amato: scrive di arte, politica, natura, musica e motori ma in verità scrive sempre e solo della stessa identica cosa: dell’altra metà del cielo. E, mentre scrive e descrive, quell’altra parte si fa beffe di lui e si allontana in un crudele gioco di Tantalo.

Fine della corrente, il senso è tornato a passeggiare dove i commenti non lo possono agguantare e le parole restano vuote. La sensazione di fine corsa non si spiega, si sente; eppure c’è qualcosa dentro le mie righe che secondo me non è stato letto. Qualcosa che in mancanza di lettura e comprensione ( che non è assuefazione e adeguamento ma solo COMPRENSIONE) illanguidisce scioccamente dentro. Leggo i tuoi versi per esempio e la prima volta non è mai come la seconda o la terza o come quando ci arrivo partendo da lontano…da testi tuoi apparentemente distanti secoli. Evidentemente c’è altro, c’è un senso profondo che sfugge al primo incontro, che sta sotto o sopra. Il mio nulla da dire è il reale concreto, la sensazione di una stagione che appare finita a tutti persino a me, ma non basta. E’ finito così il guscio, la tenerezza antica, il sorriso restato a metà, persino il desiderio di scriverlo meglio urge ancora e se ne frega del virtuale e di molte altre cose ancora.

Sarò franco: per questa Repubblica ho ormai un interesse molto limitato, è andato progressivamente decrescendo negli ultimi 20 anni e recentemente si è ulteriormente ridotto. Non è solo una sensazione di “pelle” che basterebbe comunque perchè è mia ed è sincera, al suo interno ci sono motivazioni sociali e storiche che io a quasi 60 anni d’età non posso per coscienza disattendere. Vi saranno ovviamente le celebrazioni e i discorsi consueti. LE SOLITE COSE. Completamente scollate dentro l’animo della gente, a Sud come a Nord, dalle vicende e dai desideri reali di coloro che abitano e vivono in questa penisola. I nostri rappresentanti(?!) in Parlamento celebreranno un paese che non c’è. Una nazione divisa e costruita sull’inganno e su falsi storici perpetuati sino al ridicolo, una Nazione che cerca da 150 anni di proporsi come unita ma che si sta sfaldando di giorno in giorno inseguendo un mito federalista che copre male il reale desiderio di andare ognuno per i fatti suoi. Dovrei aprire un altro Blog per parlarne come si deve ma sono STUFO di tutto, anche delle chiacchiere in rete e poi massacrare un sogno non è il mio sport preferito. Io sono certamente vecchio ed inadatto al veloce e pulsante mondo del blog, che infatti mi sta sempre più velocemente espellendo per la seconda ed ultima volta, però ero legato a figure di classe e compostezza diversa. Amavo De Gasperi, Berlinguer…Woityla e sicuramente preferisco Napolitano a Di Pietro; rispetto la scrittura perchè meno effimera e trasformista della parola e spero che di molte cose scritte nel tempo non si perda il senso e la memoria sia che esse vengano vergate sulla Costituzione di uno stato nascente o sulle pagine di un testo sacro o su quelle virtuali di un blog. Me la tengo stretta questa speranza, essa sta diventando un trastullo per pochi intimi.

Era la notte tra il 2 e il 3-4 giugno 1946: Referendum Monarchia- Repubblica , spoglio finale: Monarchia 10 milioni e 362 mila voti, Repubblica 12 milioni e 182 mila voti. Sorvoliamo sulle questioni dei brogli elettorali, sono ormai superate ed inutili: meglio osservare piuttosto la grande differenza fra le due Italie uscite più o meno a pezzi dal conflitto e dai due anni di diversissimo destino storico e sociale. Un regno del sud dove una monarchia da barzelletta attese il compiersi degli eventi senza eccidi, né sangue né resistenza. Un Nord occupato da tedeschi, angloamericani e repubblichini, dilaniato da una guerra civile su cui ancora ci si ostina a sorvolare. Il sud votò compatto per la monarchia, il Nord per la repubblica. Se dovessi guardare all’atteggiamento tenuto dai Savoia ritengo che più di 10 milioni di voti siano una vergogna, se invece dovessi riflettere a questi primi 60 anni di regime repubblicano non posso fare a meno di pensare che più di 12 milioni di voti siano stati malriposti. In ambedue i casi non vedo cosa ci sia oggi da festeggiare, infatti la gente fondamentalmente se ne frega: forse che non sia stata adeguatamente educata? O forse la quantità di menzogne e mezze verità è stata negli anni tale da annichilire anche gli spiriti più battaglieri.

Conosco almeno una decina di persone, amici miei, che potrebbero gestire un blog in maniera semplicemente perfetta, che scrivono molto meglio di me, che hanno da dire molte più cose di me ai quali l’idea di stare sul web non passa nemmeno per la testa. Io sono qui perchè sono un narciso esibizionista o, se vuoi, un solitario depresso e melanconico oppure fate voi. Non mi ritengo maldestro nell’uso di questo mezzo, se voglio posso farne anche quello che voi non immaginate, solo che non voglio perchè così il mezzo non mi rappresenterebbe più. Qui scrive Enzo e il blog deve somigliarli, non funziona per me al contrario, nemmeno sintatticamente e linguisticamente. Quando si deve cercare la quadratura del cerchio non si ottiene nè il cerchio nè il quadrato: definire lingua un tweet oppure definire letteratura quella di fb mi sembra realmente una forzatura. Spesso la definizione “lingua” non è adeguata nemmeno a quella molto più seria dei blog, ma noi viviamo di illusioni! E’ anche un’illusione quella di credersi veramente in grado di scrivere, però dobbiamo crederci, onestamente crederci per poter continuare ad esprimere il nostro senso di vita. In realtà la blogosfera è piena di gente che possiede emozioni il problema è trasmetterle! Su questo punto in 7 anni ho visto cadere branchi di asini ma lo ritengo fisiologico…come lo scegliersi a naso e capirsi spesso per intuito. E’ una forma alta di amore. Per distrarmi veramente dovrei riaprire i commenti! L’ho fatto! Aria nuova e questioni vecchissime, sempre le stesse, potrei, oltre un certo limite, considerarle astrazioni anch’esse, di altra natura ma pur sempre metafisica dell’ignoranza, della maleducazione, della superficialità ma anche della contrapposizione ideologica, della complessità storica e sociale da cui nasce un’opinione. Metafisica “spicciola” dell’animale che domina il mondo, l’uomo. Spero nell’astrazione, quella in cui la vita, l’amore, il senso, l’armonia, la poesia e una certa lodevole indifferenza al mondo reale permettono di tenere aperti i commenti come stavolta farò io. Per distrarmi.

Stasera ad Ortigia la sera scende placida e piena di richiami sonori: dai grandi alberi sul lungomare gli uccelli si apprestano a lasciare spazio alla notte che viene. Non lo sentite l’eco lontana della voce di Dionisio… non avvertite il passo lento di Archimede sospeso dentro i meandri della sua mente in ricerca costante? Stasera il mare è un breve sentiero tra questa costa e l’altra immaginata, sognata, pensata. Studiata. E ‘ vicina la Grecia, comune lo Ionio profondo e ventoso, comuni i visi e i colori: questo è il Mediterraneo signori, la nostra fonte unica in cui si sono rispecchiati i sogni delle generazioni per millenni.

Questi siamo noi e i nostri miti terribili e fanciulleschi assieme, la nostra poesia di vivere e pensare di essere eterni nel ricordo degli altri, nella letteratura degli altri. Noi siamo la Grecia vecchio e sordo professore dei soldi mancanti, tu forse no ma noi veniamo da lì. Una vita rincorrendo lo spread, il mercato, la finanza dei numeri astronomici…e incomprensibili. Una vita legata al niente spacciato per assoluto indispensabile. E che dire dei “sacerdoti” che predicano questa nuova religione? Gonfi di arroganza e soldi, una quantità di denaro rubata ai poveracci cui chiedono sacrifici. Sacrifici! Macelleria sociale, nessuna solidarietà, solo parole vuote da qualsiasi angolo, di destra o di sinistra; parole vuote e perfide, merda secca sulla quale si dovrebbero rifondare le nuove nazioni della nuova Europa. Il Web cosa dice? Cosa fa? cosa scrive? IO SONO LA GRECIA, IL SOGNO. LA CULTURA, LA VITA. VOI SIETE SOLO ZOMBI E SARETE SPAZZATI VIA PRIMA O POI.

L’altra sera ho pensato, guardando la luna affacciata sul mare, che l’amore per me era ed è sempre stato l’eco della mia solitudine dinanzi alle cose che amo. Il desiderio perennemente insoddisfatto di condividere la poesia della vita in tutte le sue manifestazioni con un’altra da me. Perché io così da solo non mi basto, non mi accetto: è uno spreco indicibile non potere o non riuscire a dire guarda, tocca, senti a d un altro essere che lo intenda così come io lo respiro, lo scrivo…lo vivo. Pensai che il blog sarebbe stato utile a questo: la testa fuori e le mani alzate per continuare a rincorrere i sogni, per non sfogliare le pagine da solo. Così in parte è stato: devo confessarvi che, tranne i momenti di fisiologica stanchezza, queste pagine mi escono fuori con una naturalezza che sorprende anche me ma non avevo considerato i pericoli che cavalcare la tigre del consesso umano comporta.

Esiste una sensualità nel proporsi per scritto che non ha nulla da invidiare a quella che vive nelle pieghe della carne, una febbre oscura e improvvisa che non viene dalle propaggini di un letto; io non ho intenzione di negarla e, se la incontro, riconoscendola mi abbandono a lei con sconsiderata fede. L’amore prende e dà, più lo misuriamo e più ci sfugge, inserito nelle roboanti categorie della nostra tremebonda mediocrità ride di noi, ci sfiora, a volte si presenta dopo una svolta e ci fa sbandare con cinica abilità. Così ho fatto trascorrere una parte della sera ed ho aspettato la luna per sorprenderla mentre trescava col mare. Ed ero solo. Credo d’averlo detto tempo fa: parlo sempre e solo d’amore, anche se gli argomenti sembrano i più vari il pentagramma è quello. Evidentemente non sono capace d’altro. Evidentemente mi appare così indispensabile da dargli tutto lo spazio di cui dispongo. Lo sento, come assenza o presenza, in ogni occasione…e se parlo delle campagne assolate della mia isola è amore; se vi racconto del branco di ricciole incontrato nelle acque di Linosa è amore; se vi dico che ho immaginato di togliermi di mezzo è amore. Non sarò certo io a dire la parola definitiva, a spiegarmi e trasmettervi finalmente il segreto bilancio di questo sentimento. Non sarò io e mi dispiace, in fondo penso di averla intravista un paio di volte la risposta giusta…troppo poco e troppo in fretta. Che mi manchi da morire è palese, altrettanto chiaro che non sarà in questa vita che potrò stringergli i fianchi.

Sogno ad occhi aperti da sempre, non so bene se sia una virtù o una disgrazia. Lo scollamento non è sempre facile da ricomporre e forse non è nemmeno utile. Il blog mi è servito certamente, prima della sua nascita questo compito era assolto da carta e penna, non aveva interlocutori e appariva solo come un riflesso cangiante di un universo in continuo divenire. Ma un blog non svolge ESATTAMENTE la stessa funzione: esporsi e comunicare ti cambia dentro, toglie sicurezze ancestrali e regala al loro posto sorprendenti novità esistenziali. E’ qualcosa di intimamente diverso, quando parliamo di diari virtuali dovremmo tenerlo presente. Diventa sempre più evidente che quello che scriviamo arriva più o meno nelle immediate periferie del nostro “intimo vero”: non è una critica per nessuno, è solo una constatazione della dinamica complessa tra lo scrivente e chi legge. Se a questo si aggiungono problemi tecnici e temporali allora la comunicazione nei blog si riduce e diventa più difficile capire e capirsi.

Sta diventando sempre più difficile tutto: I COMMENTI e le teorie interpretative da cui scaturiscono sono sempre più spesso “fantasiose”. Da parte mia la scelta di defilarmi e usare il mio tempo sul web in altro modo è confermata; le relazioni virtuali che nascono dalle cose che scrivo arrivano a distanze stellari dalle loro premesse! O sono false quest’ultime o c’è qualcosa di intimamente errato nelle loro dinamiche. Meglio lasciar perdere e allontanarsi dal grigio.In verità devo arrendermi all’evidenza, il mio sogno di parlare con tutti, di comunicare con tutti, di interagire con quello che era lontano mille miglia dal mio mondo senza subirne colpi pesanti, quel sogno si è ridimensionato qui in rete, nel luogo che concettualmente sembra il più adatto invece a nutrirlo. Se mi perdo, se muto la mia identità, se mi svendo per qualsiasi motivo lo faccio, a qualsiasi obiettivo io possa tendere, sono certo che non produrrò niente di buono, niente di MIO, niente che abbia senso per me.

E’ un vecchio discorso che mi rode l’animo da molto tempo, i blog vanno considerati in modo diverso, con maggiore serietà, forse con una benevolenza più genuina ma non possono prescindere da una genuinità di fondo che li differenzia e li rende palesemente personali. C’è Massimo e c’è Enzo, Marina, Susanna, Sara, Nicole, Mara… ci sono, ci siamo tutti. Quello che non capisco e mai capirò è lo scontro vigliacco, l’invidia, la stupidità: c’è uno spazio immenso, riempiamolo senza disturbarci. L’elitarismo nei blog più che un rischio è una certezza! Penso che sia purtroppo inevitabile, non esistono parole per tutti ( tranne forse che negli Evangeli) e non esistono blogger per tutte le stagioni. Forzare questo dato di fatto produce solo danni io ne so qualcosa. Inevitabilmente parliamo e speriamo nella condivisione del mondo intero e altrettanto inevitabilmente dobbiamo poi accorgerci di quante siano in realtà le mani tese. Io resterò qui fin che potrò, perchè mi piace ma starò anche altrove e se il salotto apparirà troppo esclusivo pazienza. In questi anni ho incontrato poche stanze veramente esclusive per qualità e profondità di scrittura, io ne sono lontano, la mia esclusività deve essere legata a qualcos’altro.

Saranno più lente

o più veloci le mie stelle

stanotte

quando cadranno?

A quale divinità racconteranno

Il mio stupido enumerare

le date, i ricordi

i tramonti?

Immergerò l’indice nel velluto nero

senza sapere se sia acqua

o vento

senza conoscere nulla

senza chiedere sentieri più brevi.

Sto qui sull’uscio della notte

Per carpire la prima eco

della sua sottana di seta

strusciata sul mio viso.

Tremo di piacere al suo

passaggio ma è un piacere

solitario,

svanirà con me.

Stasera torno a casa, ai luoghi in cui muovermi è automatico e il trascorrere è rimasto un fruscio. Stanotte sulla spiaggia che mi vide bambino attenderò che altri sogni scendano quaggiù a riempirmi il cuore. Le stelle scivoleranno giù lasciando nel cielo le scie del loro splendore mescolato alla magia che i desideri portano sempre con se. Vorrei fosse diversamente ma sarò solo: porto le stimmate di una condizione esclusiva non più rimediabile ormai. Ho già pronta la scatola con la mia lucciola personale, l’aprirò per far da richiamo alle sue sorelle del cielo, che non si scordino di me quaggiù; le attendo da un’estate all’altra, da una stagione all’altra, fingendo sempre che una carezza possa mitigare la disillusione di una vita. Sorriderò questa notte quando arriverà la liberazione della tua voce e sarà di nuovo agosto con le cicale ad esaurire la notte e l’andirivieni delle onde a immortalare il tempo.

Nel maggio del 78 io avevo 26 anni e trasmettevo in una radio libera di Palermo: mi piaceva da impazzire, forse troppo. Ero uno dei più duttili e alternativi Dj di quell’ambiente, sicuramente il meno inquadrabile dal punto di vista ideologico. In quegli anni trasmisi quasi di tutto, dal rock aggressivo dei Led Zeppelin, alle ballate di De Andrè, dalla chitarra di Jimi Hendrix a quella dei Dire Strait, non intaccavo, non intaccavamo la struttura sociale della città. Peppino Impastato sì.

Noi mandavamo musica, camminavamo per le strade di Palermo e Palermo continuava ad essere divorata dal cancro al suono del rock ‘n roll: il grande sacco della città era quasi al termine nel senso che non c’era più quasi niente da mangiare.

Una delle più belle e interessanti città del Mediterraneo ridotta ad un ammasso fetido di cemento e sfruttamenti gestiti da una classe politica identificabile col gotha della criminalità organizzata. 

Le radio private palermitane trasmettevano De Gregori ( il compagno De Gregori) e gli Area… Radio Aut cercava di trasmettere l’alternativa e l’opposizione con mezzi economicamente e tecnicamente risibili. Francamente non c’era partita e nessuno di noi aveva realizzato il problema; voglio dire che Impastato era un isolato, era come se la sua azione fosse un fatto di nicchia politica e ideologica avulsa da tutto il resto. L’isolamento umano e intellettuale che costerà la vita a Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino e altri con Peppino Impastato ebbe ancora più facilmente ragione di lui. Oggi probabilmente, con questo Web e questa diffusione di voci, sarebbe stato diverso o comunque più difficile; eppure una delle componenti intellettuali che danzarono in modo macabro sulla fine annunciata di questo ragazzo è ancora presente, l’ho capito ieri mentre scrivevo di lui. Abbiamo ancora l’orribile e subdola tendenza a considerare certe morti come un fatto DI PARTE, certe morti come la fisiologica conseguenza di un preciso percorso culturale e, spesso, il nostro cordoglio è finto, di circostanza, non ci appartiene perchè non è la nostra guerra o la nostra idea. Peppino fu pianto in silenzio dai suoi pochi amici, il mondo delle radio libere di allora non disse nulla, la città non disse nulla, la gente si girò dall’altra parte. I cento passi erano solo all’inizio. La libertà, il confronto, la divergenza di opinione, la musica e la cultura sono un patrimonio di tutti non hanno, come ancora accade oggi, una tessera di partito o movimento: questo è il motivo per cui io oggi, molto più di 34 anni fa, piango quella corsa verso la civiltà e la dignità. Oggi la sento più mia che in quegli anni in cui scivolavo assieme ai miei coetanei tra le pieghe di un’ideologia colorata e vuota, la stessa di ora se la guardate bene. Ci tenevo a dirlo ora che che ancora una volta siamo davanti ad una svolta epocale rischiando di rifare come minchioni i medesimi errori.

To Mister Stephen King, co “Hearts in Atlantis” 

D’accordo lo ammetto: ti ho snobbato per lungo tempo, inutile ritornare sull’argomento in modo polemico. Delle storie “horror” e di quelle a metà strada fra il soprannaturale e il metafisico con effetti speciali ne ho fatto sempre volentieri a meno. Mi hai fregato, e c’è un motivo profondo. Sei una meretrice, anzi una puttana e mi hai fottuto; e ti dirò che sono contento che tu lo abbia fatto. Ho trascorso tutta la mia maturità a sfuggire dalla mia inquieta giovinezza, e tu lo sapevi. Non dico che mi nascondessi, solo non sapevo dove metterti e questo era un problema serio, sono troppo ingombrante anche per me stesso e tu hai aspettato. Quando finalmente ti ho riaperto la porta mi è mancato il fiato. Sai cosa sei stato? Userò le parole di un grandissimo scrittore italiano baby, quelle che non si possono tradurre perché la musica cambierebbe baby. Sei stato “l’amore che strappa i capelli dal viso” ( F.DeAndrè), l’adrenalina tornata a scorrere. Lo sapevi maledetto e hai messo su il disco che conosciamo entrambi, a hard rain’s a gonna fall e appresso a quello si sono aperte le gabbie della memoria e niente era cambiato…nemmeno la rabbia e il sangue, l’amore, l’orgasmo e la timidezza. Io sono tornato là dentro con quegli anni a cantarmi una musica mai dimenticata. Ti ho snobbato, lo ripeto e tu mi hai sbattuto in faccia che “in fondo sono solo informazioni” e che “se mi fossi comportato bene avrei avuto anche il dolce”. Dammi pace baby, ho posato la testa sul tuo grembo e non ho più voglia di andare da nessuna parte, lascia che la musica prosegua oltre e lascia aperte le pagine.

Le sfoglieremo ancora, talvolta, perchè “Alle volte un po’ di magia sopravvive”, osservò lui. “Non saprei metterla diversamente. Io credo che siamo venuti perché sentiamo ancora alcune delle voci giuste. Tu le senti? Le voci?” “Qualche volta”, ammise lei quasi malvolentieri. “ Qualche volta sì” –

Ascolta il senso di queste mete inarrivabili: sempre e per sempre, l’assoluto dietro l’angolo. Ma di quale strada? Ho trovato con naturalezza il sentiero che ogni volta mi riporta davanti allo specchio che mi riflette immobile. Sempre e per sempre, una lunga stagione che si giustifica da sè, la mia dimora, la mia pena adulta e il mio sogno di cristallo. Vorrei la mia scrittura graffiata sui muri anonimi di questa stazione dell’esistenza; che fosse il segno della luce che talvolta ci attraversa. Per sempre.

Potrebbe sembrare un ritorno, ma non tornerai. So che non sarà così. Siamo altrove, qui solo le orme fuggevoli di un pensiero, di un’idea. Non tornerai ma sarebbe stato bello il contrario, distruttivo forse ma luminosamente bello. Sai quanto è facile slittare fra le pieghe della propria vita: ho troppe note in testa e quasi mai una dominante. Vorrei riderne, con te più che con altre, con te per un antica intesa lucida e cristallizzata nel tempo. Sai quanto è facile percorrere il labirinto dei nostri segreti giardini per ritrovarsi poi davanti alla spiaggia che amammo da ragazzi e dire , in silenzio, eccomi, sono pronto. Ho sospeso molte mie pagine, tu le conosci tutte, per una crisi di “snobismo culturale”; quando ritroverò la sciocca pretesa di farmi capire dagli altri riaprirò le danze. Perchè, tu lo sai, danzare mi piace moltissimo, è connaturato al mio spirito e non potrei farne a meno; questo è il motivo del mio scrivere, un limbo preciso e solitario, conficcato dentro l’epistolario fra noi e il nostro sogno. Sei la custode del mio tempo sulle righe, l’unica che legge senza guardare ed osserva la mia consapevolezza immobile. Chiedo di te ai simulacri del ricordo ed invece dovrei farlo direttamente con una ragazza che, studiando, si è nascosta dentro il suo involucro di crisalide. Ti vedo bellissima camminare fra le nuvole di cui conosci senz’altro l’essenza e, talvolta, l’amarezza. La tua storia, quella che solo tu puoi raccontare, la scriverai quando sarai tornata una bambina lontana e non la donna inquieta di oggi. Vorrei essere ancora in vita per poterla leggere: forse avrei anche l’ardire di correggerla per poi riderne assieme. Forse potrei goderne pensando che in essa c’è anche una parte di me come sempre accade agli intelletti che s’incontrano. Ho sempre un giorno prossimo davanti, sarà uno di quelli da leoni, me lo ha detto una stella ieri sera ed io le ho creduto. Il capitare dei gesti non è cosa da poco, accade poi che poi diventi il tuo gesto, diventi la traccia che non conosci , il passo che non vedi e che lasci quando ripeti l’ora che ti riporta a casa e chiudi la porta su quel che non sai. Stavolta la stazione è veramente deserta mia signora. Pare che niente e nessuno abbia mai sfiorato queste pareti e guardato questi binari, ma io so che non è così. Da ogni testamento si esce a nuove dimensioni e il tempo di risorgere può crescere in modi insospettabili. Sto annusando la scia della fragranza sottile che hai lasciato dietro di te. Porta molto lontano. Un giorno mi dissero che era stupido soffrire: me lo disse uno sciocco sempre allegro che temeva la sua fine ma il dolore è un tempo diverso dentro i nostri giorni, un filtro severo e impietoso che riporta l’esistenza ai suoi colori originali. Leggendoti lentamente pensavo anche che il dolore è ottima letteratura e silenzi colmi di sè…non sono certo che esso non si possa condividere ma capirti è un dolore prezioso, vorrei che fluisse per sempre. E certamente la proiezione dei nostri desideri ma solo la prima parte di essa, un’anteprima, col tempo l’amore ci acquisisce al significato profondo del nostro desiderio ed è così che possiamo “essere” oltre il desiderio. Da quel momento in poi lo specchio ci rimanda anche facce del nostro desiderio che prima erano celate dalla passione tout court. Ricordi il Caravaggio? Il Merisi, in fondo, cosa faceva? Portava la luce di dentro fuori…e il mondo vedeva aspetti che aveva sempre sotto gli occhi ma senza quella luce erano invisibili. Un solo attimo fissato sulla retina a suggellare un patto non scritto, una consuetudine che ci fa antichi e soli. In fondo è un miracolo anche questo.

Sono nato nella tarda mattina di 64 anni fa, a Palermo in via D.Costantino al num. 16, una parallela della via Notarbartolo. Sono nato a casa di mio nonno Vincenzo perché allora era questa la consuetudine assieme a tante altre ormai svanite nel tempo. Quella casa la ricordo bene, sento ancora l’odore buono del tabacco che don Vincenzo fumava seduto nell’ampia poltrona del soggiorno; la finestra spalancata sul grande giardino della villa del barone Pottino. Di alcune cose la memoria non ci lascia mai, sopravvive in una dimensione a se stante, indipendente da tutto. Lo sguardo d’acciaio di mio nonno e le sue mani enormi ad alzarmi il mento quando combinavo qualcosa fanno parte di essa.

Concretamente non c’è più nulla di loro e di quel mondo; la camiciaia in via G. di Marzo se n’è andata 20 anni fa, le sue camicie su misura erano l’unica cosa che faceva sorridere don Vincenzo…le camicie in purissimo cotone bianco e forse qualcos’altro. Ricordo mia madre, un tempo lontano per entrambi, “Ho il cuore scuro”- mi diceva certe mattine. Ed io “Perché?”- “Per niente” mi rispondeva, ma poi si correggeva- “Per i ricordi”.

Adesso sto qua e in cento altri luoghi; mi appartengono tutti e non ce n’è uno che non mi sfugga. Ho visto girare il sole sul cortile della mia vita e non mi è piaciuto: ma la luce di questo tramonto placido riesce ancora ad inebriarmi Una vera cittadinanza però non riesco a trovarla o, forse, non mi basta questa isolana. I siciliani stanno aggrappati orgogliosamente alle loro coste ma guardano fuori in un impossibile desiderio di comunione. Oggi mi deve bastare il mio riflesso sulla vetrina del negozio in via Libertà: a lui confesso la mia incredulità, li ho compiuti davvero! E’ bastato distrarsi un attimo, una piccola svista e l’anno in più è già qui…e io non sono preparato. Non lo sono stato mai.

Elisa il nulla ci assedia
Intimorisce i contorni del ricordo
Contesta il silenzio che solo potrebbe
conservarci.
Ma volte l’assoluto ha un peso
scrissi.
E tu eri già lì
da sempre assieme all’inspiegabile
malinconia cui il vivere così
ci condanna.
Sull’orlo di un diverso destino
era il segno di uno sguardo
che adesso qui si assiepa assieme
alle parole indistinte.
Cercarti non giova.
Sorprendermi restituisce il giusto peso
alle stelle e ai pensieri ogni giorno più
distanti.

All’età di 18 anni non avevo alcun dubbio: era il Capitale di Marx la vera strada e la vera novità in campo economico e sociale. Tra i due estremi liberalismo e marxismo aveva chiaramente scelto il secondo; a quell’età non ci sono mai mezze misure e anche ora è lo stesso. Tutto il territorio intermedio era territorio di conquista, inutile e vuoto, un terreno vastissimo e deserto da mettere a frutto con un’opera ferma di convincimento e, se necessario, di un buon numero di bastonate. Semplice, lineare, doloroso sempre.

Ma noi eravamo eroi, vittime che si ribellavano a tutto e a tutti: non c’era tempo per analisi approfondite (soprattutto se potevano evidenziare qualche pecca o crepa nei nostri convincimenti). Quindi erano i soldi, l’economia a far girare il mondo, l’uomo era mosso esclusivamente dal denaro anche quando era convinto di possedere altri stimoli. Il vecchio professore di italiano e storia tentava di raccontarci di re e dinastie, guerre e confini superati o interrotti: io al massimo ma in segreto potevo pensare a qualche figura femminile… alla Elena di Troia per intenderci. In realtà la mia generazione era certa che si trattasse solo di palesi menzogne: si combatteva e si moriva per denaro o per le sue fonti. Anche gli ideali più alti e ampi si reggevano su quel presupposto, se volevi cambiare il mondo, se volevi liberare l’uomo dovevi agire sulle leve economiche delle società. Non avevo nessun motivo reale per pensarla diversamente ma avevo un grosso difetto,“leggevo Dostoevskij 

“Io sono un sognatore, e ho vissuto talmente poco la vita reale che non posso ripetere nei sogni dei momenti come questi. Voi sarete nei miei sogni, per tutta la notte, tutta la settimana, tutto l’anno”(Dostoevskij – Le notti bianche). 

E lì il denaro contava meno! A ventanni la mia fede marxista aveva subito un duro colpo proprio nell’ambiente che frequentavo: c’entrava una ragazza (c’entrano sempre) e la sua vagina ideologicamente avanzata; da quella ero poi passato ad una revisione critica delle posizioni politiche del movimento. Insomma non ero più un fervente e cieco compagno ma quella prima idea sul Capitale di Marx era ancora profondamente valida per me: i soldi c’entrano sempre… le donne pure. E’ impossibile spiegare seriamente dove va a spiaggiarsi la mente e la fede di un uomo come me, ci sono troppe rotte e nessuna di esse domina le altre per un tempo sufficientemente lungo. Probabilmente una parte di colpa l’aveva avuta Dylan “Una poesia è una persona nuda.” perché io con la poesia non ho scherzato mai, ma c’erano pesanti responsabilità anche nella cultura in senso lato: già allora credevo alla mancanza di veri confini per la mente e il sapere. Nelle assemblee di allora come nei blog di oggi ho sempre pensato che tutti i campi dello scibile umano siano degni e importanti, dalla teologia alla fisica, dalla matematica alla giurisprudenza, dalla storia alla sociologia ma al fondo di tutto restiamo esseri umani, schifosissimi e bellissimi esseri umani.

Non scriviamo solo perché ci piace o ci conviene, non lottiamo solo perché ci ha convinto qualcuno/a, non agiamo sempre e comunque secondo l’assioma stampato nel 1867, ci hanno ingannato anche in quel caso, c’è dell’altro. C’è la poesia,la bellezza, il romanticismo, l’amore e il senso di vuoto davanti ad una ragazza nuda e fremente, le cose che ci tengono in vita sono queste. Più nascoste, apparentemente più banali e scontate, ma che lavorano continuamente su un piano che non troveremo mai né su un testo di Bentham né su uno di Engels. Sono trascorsi tanti anni e l’unica cosa che riesco a organizzare nella mia mente è la rivincita della poesia umana sul falso lirismo dei conti e delle cifre; questa dicotomia esiste è innegabile quanto l’opera di lavaggio mentale effettuata sui nostri convincimenti. Ci sarà sempre un mercato più esteso del nostro mercatino rionale che detterà i prezzi e le scelte economiche al nostro posto: mandarlo a quel paese è un atto politico o di poesia? Pretendere di organizzare la nostra convivenza secondo i dettati contrari all’attuale macelleria sociale è gesto politico oppure etico? Fregarsene delle necessità dei mercati globali e tornare alle nostre dimensioni vere è la vera rivoluzione: se una cosa ho imparato in quegli anni lontani e su quei libroni ammuffiti è che non c’è nulla che si muove se non spinto dall’idea che non siamo fatti solo di numeri e etichette ma impastati da un’ortografia artigianale e “sconveniente”. L’unica con cui possiamo scrivere.

Quando scrivo o leggo, le righe sono qualcosa di vivo e reale, sono un’avventura che ti attraversa e infine, come l’amore, le amicizie, i dolori e gli affetti, come ogni cosa ti logora e ti stanca. In realtà la colpa è mia perché vedo e immagino ciò che è scritto come inattaccabile, allo stesso modo in cui sogno e vorrei che fossero certi sentimenti: non toccati dalla miseria della vita che ci segue passo passo anche se, a ben vedere, è proprio tale condizione spesso ad essere il loro nutrimento. Voi non potete immaginare quanto siano luminosi i miei sogni ad occhi aperti: diventano una specie di oasi, un “porto franco” che mi difende da tutto e tutti.

Nella mia stanchezza il porto è la solitudine e, al tempo stesso, la necessità di difenderla perché resta l’unico modo di proteggere il mio diritto alla individualità. Complicato? Eccessivo? Di fatto sempre più spesso non mi riconosco, nemmeno nella comunicazione che tento di avere col resto del mondo; io so perfettamente che chi scrive ha un solo modo per sapere se ci sia altro al di là della sua visione : avere un lettore, un lettore che lo estragga dalla moltitudine della solitudine e gli renda concreta la sua individualità. Ed è appunto qui che crolla tutto il mio castello di belle idee: io non mi adeguo e non capisco. Non capisco, per esempio, il senso politico di un “governo ombra” e non capisco il desiderio masochistico di continuare a ritenersi espressione di una parte superiore del paese che però ti ha già mandato a casa. Non capisco il senso della frase “non c’è ideologia dietro l’omicidio di Verona” e non capisco l’arrampicarsi sugli specchi per dimostrarlo. Non capisco Sgarbi né Travaglio, però capisco bene il loro tipo di violenza. Non capisco la morte e la vita di Aldo moro rivissuta sui vangeli apocrifi che spuntano come funghi; però comprendo bene l’evidenza della sua ultima lettera alla famiglia…spiegatemi quanto e in quanti modi è possibile interpretarla. Ditemi per favore perché non devo leggervi un jaccuse terribile verso il partito e i suoi notabili, una rabbia malcelata per la vita che stava per lasciarlo e per il modo in cui questo avveniva?

Si può continuare ad esistere pur senza riconoscersi nel territorio dove vivi? Se sai per certo e assoluto che è la terra che gira intorno al sole come fai a vivere dentro una girandola di opinioni geocentriche? Così trasferisco nell’anticamera dell’opinabile concetti digeriti decine di volte e mi impongo di andare a leggere breviari di altre religioni. Mi piace conoscere nuove cose, nuove persone. Amo tutto questo, me ne innamoro e lo amo profondamente… ma non amo le tendenze, le mode costruite per far passare il tempo: mi sento relativamente a mio agio solo fra quelle che per un motivo o per un altro conosco da tempo. In realtà comunico con una certa difficoltà (non prendetela per una bestemmia!) e solo con chi è abituato al difetto di questo mio lento modo d’ascolto e fondamentalmente se ne frega di apparire ad ogni costo. Penso sempre che se è indulgente con me lo sarà anche con la vita e col prossimo… ma anche questa è una cosa a metà vista la scarsa sopportazione che ho con me stesso. Però vi chiedo e mi chiedo: dovrei rinunciare alla mia visione delle cose solo perchè è più scomoda e meno “adeguata” ai tempi, perché i miei interrogativi e la mia storia sono scritti altrove? Io arranco quotidianamente dietro le contraddizioni della mia esistenza e del mio scrivere, dietro la solitudine che non è né brutta né bella ma solo una mantide. Una creatura che si nutre di ciò che gli è simile, ma che, per vivere, deve trasformarlo in altro e quest’altro in qualche modo mi sfugge, ed è così che scrivere assume la stessa ambiguità di una solitudine in cui non si è più se stessi.E questo è proprio il massimo della beffa. Ho la malinconia del fallimento, anche ora in questo momento ma continuerò a cercare: invidio la sicurezza di alcuni di voi, la fede incrollabile. Per me raccontare e raccontarmi è un sentimento delicato. A volte ho paura di sciuparlo.

Ho scritto molte poesie, alcune a distanza di anni sono restate tali altre sono morte in un abito che non competeva loro. Con tutto quello che ho lasciato negli anni in rete su spazi diversi fra loro potrei vivere di rendita per molto tempo. Perchè no? Copiare e incollare QUI il materiale mio di altri mondi e altri tempi: compiacermene stoltamente e facilmente, dare un ritocchino qua ed uno là, dirmi non male, non male finchè l’eco dei miei passi si perderebbe nello spazio vuoto della mia esistenza. SIPARI resta una poesia. Ha superato il MIO tempo ed è ritornata seriamente al suo posto. Sipari è mia, lei è svanita trentanni fa.

Di mattina ti guardo anche se

da tempo non sei più
qui.
Mi muovo fra le pieghe di quel che
eravamo: il viso serio, le labbra ferme,
gli occhi abbassati.
Devo essere uno spettacolo curioso
per chi guarda libero dalla mia malattia
e incomprensibile.
Io Attraverso le scene della nostra vita
e c’è sempre qualcosa fuori posto;
metto gli oggetti del cuore
in modo diverso,
dispongo la curiosità d’esistere
in altra direzione.
Ma c’è sempre qualcosa fuori posto
uno spigolo, un grosso armadio,
una traccia,
un camuffamento mal riuscito,
un’urgenza crudele,
intromissioni tra un sipario e l’altro.
L’ultima scena è sempre vuota.

Ho esagerato, lo faccio spesso ma dentro quella vertigine che mi prende si nasconde l’abisso: da qualche giorno cammino costeggiando un luogo strano e pericoloso, credo di averlo sfiorato altre volte in questi ultimi anni ma adesso ho deciso di visitarlo con morbosa attenzione. Mi fa paura ma mi intriga ancora di più. Sono certo che mi appartiene così come mi appartiene il senso di vuoto cosmico che aleggia sulla mia testa da sempre. In questo redderationem ci sono molte componenti, il blog con le sue vite in vetrina non ha meno peso dei miei pensieri in solitudine. E’ una sinfonia di voci finalmente indistinta e paritaria. E’ il suono che per un attimo breve si è fatto possedere dalla mia mente dopo avermi attraversato per anni. E’ la mia fine ed il mio inizio ciclico. Siamo finiti tutti e facciamo finta di niente: alcuni di noi continuano a rassettare il proprio universo, io tra loro, a cullare con gli occhi il segno del proprio peso sull’esistenza. Ma è tempo perso perchè ci aspetta il tempo nuovo, le nuove stagioni della nostra maturità assoluta che prenderà il posto di questa finta giovinezza disordinata e ci inchioderà al sapore perfetto di quello che siamo stati.

Ho finalmente guardato dal ciglio del mio territorio ed ho scoperto che è senza confini e che è mio solo per uno scherzo ludico: è nostro! Di tutti e di nessuno. I totem del nostro pensiero politico, sociale, culturale, i piccoli grandi segni delle nostre consuetudini giornaliere, i nostri amatissimi tic e le parole, infine, le nostre note personali e inconfondibili….confuse anch’esse. Nell’abisso che si è aperto davanti ai miei occhi bisogna avere il coraggio di guardare. E’ rotolato tutto lì e si sta riciclando nel segno di uno sguardo segreto che prima o poi ci verrà regalato una tantum: faremo finta di non riconoscerlo, è necessario per continuare a vivere, per raccontare e raccontarci le medesime vecchie e dolcissime storie davanti al mare e alla terra …saremo sotto lo stesso cielo in attesa di segni nuovi e nuovi ricordi.

Il marasma grezzo e spinoso di questi anni negati alla verità e dedicato invece alle bugie fanta commerciali di spread, ideologie, insulti e strategie mondiali, crollerà su se stesso. Si rivelerà per ciò che veramente è: una fantastica e ridicola presa in giro. Saremo già morti o risuscitati, non importa, saremo davanti all’abisso che ci governa da sempre e con esso finalmente ci confronteremo. Saranno l’amore, la poesia, l’aria e l’acqua di cui siamo fatti a sostenerci davanti al tribunale dei nostri giorni perenni, e sarà bellissimo e giusto riconoscerci nel segno antico e profondo della nostra vera essenza. Continuerò a scrivere, non faccio nessuna fatica: incredibilmente sono tornato ai miei anni giovanili, quelli del flusso inarrestabile e sfrontato, continuerò a scrivere anche riscrivendo, continuerò a scrivere rileggendo poichè la lettura è scrittura, continuerò a fare ciò che voglio come voglio e quando voglio. Nessuno di noi ha limiti, dovremmo una volta per tutte accettare la fantasia e i voli di tutti, solo i nostri pre-giudizi hanno creato questo insopportabile mondo virtuale più scemo e bigotto di quello reale. Incredibilmente stiamo mettendo malamente in pratica l’antico motto latino – Est modus in rebus- con modi prefabbricati e taroccati che delle cose non sanno nulla. La moderazione è lo specchio della nostra assoluta mancanza di cultura e della inciviltà spacciata con spocchia per libertà d’espressione. Nell’abisso che sto guardando sotto di me ci sono anche tutti questi inaccettabili orpelli di cui la blogosfera è piena, la riedizione stucchevole di un mondo falso e pettegolo pieno di invidie e senza un briciolo di vera gioia. Io quando leggo certi blog mi illumino e godo non provo altro che piacere, non penso subito dopo a inficiarne l’armonia, penso invece a seguirne le tracce. Mi capita di tanto in tanto di ricevere delle delusioni ma adesso ho imparato finalmente a sorvolare: apro le ali e guardo le cose, anche le mie, da una prospettiva diversa. E tutto diventa più chiaro e più giusto: la libertà va propagata, amata e protetta, quella intellettuale dello scrivere ne è la grande madre. Chi scrive su un blog, di qualsiasi argomento scriva e con qualunque attitudine lo faccia deve innanzitutto diffondere libertà , questa è la mia fede. Scrivo di essa, mi appartiene. L’etere ci comprende tutti, anche quando di noi non resterà più nemmeno un brandello di post smozzicato.

Più di sette anni fa sono entrato in rete sullo stimolo di una blogger: disse che questo mondo era perfetto per me. Ho riempito miliardi di pagine da allora e decine di blog. Ho un solo UNICO PROBLEMA: le relazioni virtuali e quindi i commenti e quel che ne segue. Non è cosa da poco e spesso mi sono trovato a mal partito a causa della piega presa dagli interventi sui post. Non sono mai riuscito a risolvere questo problema ed esso si ripresenta puntualmente ad ogni tentativo di riprendere i contatti col web. Ritengo che nessun blog possa definirsi tale senza un normale interloquio con l’esterno: in mancanza di esso lo spazio così gestito muore in breve tempo. Resta solo un monumento essiccato al proprio narcisismo, un asteroide vuoto e solitario. Però è anche vero che pubblicare tutti i commenti e ad essi rispondere può essere letale. Questo spazio è la copia quasi uguale di altri simili su Blogspot, o su Word press

Come quello è un’antologia di articoli pubblicati dal sottoscritto in rete in questi anni; la decisione di costruirne uno simile qui è legata alla palese difficoltà di comunicare e commentare tra le due piattaforme. Ho deciso di ripubblicare la notevole mole di post in mio possesso e di LIBERARE I COMMENTI: le risposte saranno conseguenti agli interventi e non credo che saranno numerose: esiste una originale tendenza in rete, quella di commentare fuori dall’argomento proposto. E’ una delle cose che non sopporto in rete. Buona lettura, Enzo Rasi

La notte era speciale

Stanotte mi sei passata accanto.

Trascendi ogni mio controllo, mi dicevo,

posandoti le labbra sui lobi ancora umidi di pioggia.

Portare piano i capelli dietro le orecchie,

far scorrere il tuo fiato sul mio collo,

la violenza di quello che non dici;

tutta la notte ad aspettare

un saluto

a pensare che è tardi ora per pensare

per pensarti

per amarti persino.

Stanotte mi sei passata accanto.

Pioveva. E tu eri lì.

La pazienza è la virtù specifica del pescatore, l’impazienza quella degli altri. Si getta la lenza da uno scoglio, in un punto dove solo il pescatore conosce bene il fondo. E si aspetta e l’attesa può durare anche molto tempo. Mentre passano le ore e le stagioni diventa naturale riflettere e ricordare; l’analisi può essere illuminante e definitiva in questi casi, comunque un punto di riferimento. Le decisioni sono sempre secondarie anche se prevedibili: spesso ho atteso fin oltre l’ultimo minuto accettabile, per affetto o paura del nuovo ignoto che mi attendeva. Quando il grosso pesce arriva è sempre una sorpresa, un insulto alle proprie capacità di preveggenza: lo aspetti sempre qualche minuto dopo… La stanza segreta è qui e adesso, è una storia iniziata molto tempo fa. E’ l’attimo in cui arrivi a quella comprensione che ti sfugge da sempre. E’ un legame profondo, irrinunciabile, uno scrivere e pensare da lontano con una vicinanza intellettuale rara. La stanza è un simulacro dell’illusione di poter condividere ma è anche la definitiva sconfitta di un sogno leggero e invidiabile. Era risaputo, era scontato che l’apertura della porta avrebbe portato con sé una sospensione infinita di questo spazio. La preda si libererà dall’amo con uno strattone e libererà finalmente anche me: un segno di affetto profondo. Io non ho rimpianti, stare qui mi è piaciuto davvero , condividere anche i disaccordi o le reprimende ancora di più. Ma vi sono cose che non è possibile raccontare, forse solo intuire. Non chiudo, resto qui così con tutti i miei orpelli in bell’ordine, commenti compresi, in una tensione infinita che è il solo segno di una vita diversa perché al fondo di tutto non sono un ladro ma solo un sognatore. Come tanti.

Poi scrissi scendendo a patti con tutte le illusioni… 

Fosse per me sarei ancora con fogli di carta e una penna in mano: nessuna tastiera e nessuno schermo se non il riflesso dei miei occhiali. Starei ancora in attesa di un’idea masticando pensieri un rigo dopo l’altro, con pigrizia, immaginando la vita come non è quasi mai e guardandola con lieta cupidigia quando ti passa accanto e ti lascia attonito davanti a tanta bellezza. Fosse per me sarei rimasto in questa città a metà strada fra l’Africa e L’Europa a domandarmi da che parte stare in un gioco sottile mai risolto. In fondo non mi dispiace camminare tra chiese barocche e cupole arabe, uno come me difficilmente troverà un posto fisso dove stare e digerire tutti i compromessi necessari per dire “ Qui mi va bene”.

Pasqua a Casa Professa in un delirio di volute, marmi a mosaico e finestre a vetri colorati: i santi e gli angeli mi guardano immobili con fredda cortesia, certi dubbi passati sono stati mal digeriti. Però mi domando: ma come si può vivere senza un dubbio, una contrapposizione, un’ombra? Come fai ad amare il sole se non dopo un corridoio oscuro?

– Buongiorno…scusi, ma lei non è il figlio del professore?

L’uomo che mi ha fermato con garbo è anziano, magro come una canna, adesso mi sta di fronte tenendosi il bordo del cappello per non farlo volare via. Ci scrutiamo quel tanto che basta, poi gli tendo la mano:

– Cavaliere, è una vera sorpresa…si sono io, sono Enzo- ci sono due incontri contemporanei, due piani di ascolto e dialogo- Lei qui? Ma non abita in via Dante? -Si ancora lì, sempre nello stesso palazzo…è che ogni tanto mi piace camminare.

Non gli dirò le fesserie di rito, abbiamo poco tempo per sprecarlo in frasi fatte.

– Cavaliere una volta mi dava del tu… Ride con gli occhi, ammicca e guarda in alto.

– Sì, li ho tutti bianchi anch’io. E’ per questo che mi onora del lei, per farmi intendere che adesso faccio parte del circolo riservato?

Ci stringiamo la mano con tranquilla energia promettendoci una decina di cose che certamente non faremo; d’altronde le poche che contano ce le siamo dette coi gesti e gli sguardi. Quelli sono molto più seri e sinceri, questi qua sono solo gli ambasciatori formali, gli indispensabili anfitrioni di un incontro. In Sicilia è quasi sempre così. I cannoli sono squisiti e freschissimi: li passo in rassegna nella pasticceria affollata e penso che questo posto sarebbe un buon palcoscenico per la commedia che si recita a soggetto tutti i giorni. Quando esco dal negozio i profumi mi inseguono per un buon tratto, fino al viale, quasi volessero impedirmi di pensare. Fosse per me avrei chiuso i contatti con la mia testa da molto tempo e avrei dato l’esclusiva ai sentimenti e alle emozioni.

Ma il professore mi ha fatto studiare, d’accordo con mia madre, ed è per questo che non riesco a godermi un cannolo in modo acritico, una persona solo per ciò che è, una donna solo per come si muove, me stesso senza orpelli né parole. Sempre questa minchia di metafisica tra i piedi ! Anna deve aver chiacchierato spesso ed io devo avergli pure risposto, solo che adesso la risposta deve essere stata sbagliata.

– Non mi hai ascoltato, vero? Ma dove te ne vai? Sempre il solito: tu in giro per i fatti tuoi e io qui ad aspettarti come una scema. Ride, per fortuna, oggi me la sono cavata. Poi si vedrà. Viale della Libertà è attraversato da una brezza leggera, gli alberi sono ancora spogli. Fosse per me sarei rimasto qui a far finta di aspettare la conclusione di un amore: sarei invecchiato con alcuni fogli di carta e una penna in mano .Avrei scritto lì sopra la gioia leggera e vanesia che mi dà essere vivo da queste parti.

Quella sera del 1972, in quel novembre pieno di freddo e di smog, io feci la mia scelta, il fatto segnò per me la vera fine di un’epoca e di un sogno, mi diede il senso reale della sconfitta e della necessità di superarla, mi fece crescere e invecchiare…non fu granchè positivo ma fu. Una parte di me non voleva credere alla realtà di un ragazzo che non riusciva a stare con eleganza dentro certi schemi, e si affannava a dire e a scrivere in modo non supino e scontato. Di tutto questo non basta averne il sentore, non è bastato mai; è necessario che passi abbastanza tempo per definirti sciocco e inevitabilmente invecchiato, un’accoppiata comune e terribile. Il mio intervento in assemblea fu breve e feroce, cadde in un silenzio via via più teso e ostile: anche gli occhi di Ornella si conformarono al clima presente in aula. E, man mano che i minuti scorrevano io ero sempre più lontano da quell’esperienza e da quella città.

Da lì in poi i giorni se ne andarono in fretta come un trasloco non più procrastinabile. Ridiscendere la penisola con un obiettivo diverso da quello del turista di lungo corso fu la nuova affascinante avventura che mi si parava davanti: un nuovo mondo e altre possibilità esistenziali, soprattutto l’occasione di non ripetere gli errori già fatti e non ripercorrere sentieri senza sbocco. Un’altra grande illusione con cui nutrire la mente: vi sono dentro tuttora. Non esistono vere novità oltre il limite temporale dell’adolescenza, esistono soltanto versioni rivedute e corrette di affermazioni sbilenche che non riescono più a trovare un senso e lo cercano convulsamente…sino allo sfinimento. Il sud e i suoi magici cieli erano già dentro di me, lo erano dalla mia infanzia, ho continuato in fondo la ricerca che mi competeva e l’ho fatto in un’isola. Il mare ha cullato i miei sogni di ragazzo, li ha fatti crescere e mi ha insegnato a guardarli con feroce tenerezza. L’uomo che scrive stasera a margine di un ennesimo nuovo anno non è così diverso dal bambino che uscì secoli fa da una scuola milanese, ha soltanto meno illusioni. Un’altra cosa importante ho imparato ritornando alle mie autentiche radici: ho imparato a guardare il mio tempo da prospettive diverse e a sentire il mio spirito come una persona vera. E’ qui che ho compreso cosa significhi la relatività delle cose. Ad essa ho demandato, purificandoli, i miei atteggiamenti meno seri. La politica, le ideologie, le passioni, le vittorie e le sconfitte, tutto quell’insieme di cose con cui pretendiamo di riempire i nostri giorni, prima allineate in ordine sparso sistemate poi sugli scaffali di una misura diversa e più antica, cambiano colore e importanza. Dovreste vederle mentre mentre pian piano scoloriscono fuori dalle feste di una nobiltà accessoria e vengono ridimensionate davanti al tribunale di un’aristocrazia che è culturale e mentale assieme. Il sud che vivo io è questo signori: quello che viene disprezzato e annichilito ogni giorno per un partito preso che guarda ad altri più miseri obiettivi. In questo sud si scrive e si pensa ad un mondo e ad un’Italia diversa, quella che avendo perso l’ultima occasione svanirà del tutto durante le celebrazioni del suo 150 mo anniversario. Ma il sud, la mia terra è ancora libertà perché guarda il mare e il mare è spazio, apertura e immaginazione: oltre un certo limite finisce il binario delle conversazioni precostruite ed inizia il tempo di una conoscenza diversa che usa gli schemi ma non si fa usare da essi. Mi viene facile e scontato dire che non sono stato compreso, è quasi ridicolo, ma questo mezzo di comunicazione, lo ripeto, si sta autodistruggendo per un fatto semplicissimo, lasciate che sia un siciliano a dirlo, per mancanza di cultura tout court, per aver preferito la semplice e veloce strada delle ricette prefabbricate e delle minchiate ad uso e consumo delle ideologie ( del sesso o della politica non ha importanza) delle piccole mediocri beghe tra blogger al confronto vero tra teste ed esperienze. Sinceramente mi pare incredibile che debba essere un siciliano del secolo scorso, cresciuto a educazione, misura e giacca e cravatta a ridicolizzare l’incredibile e volgare “galateo da rete” che di fatto si è impossessato della maggior parte dei blog.

A margine

Sto qui sul confine tra lettura e comprensione

privata.

Non è detto che la visione dal margine sia

meno profonda.

Da dove viene la musica sottile che hai lasciato

sull’uscio della tua scrittura?

L’immagine , la stanza

la tenda,

la vita

non sono lì per caso.

Non traduci

non traduco

i margini son fatti per

sfiorarsi,

gli alfabeti sono andati altrove

qui solo emozioni.

Ciao domenica, perchè ti nascondi sempre dietro il sabato? Quando la finirai di prendermi in giro? Ci penso a volte che è tutto inutile e lo faccio ugualmente. Ci credo, sono talmente stupido da crederci nonostante tutto, così m’imbarco in questo rimasuglio di settimana, lo infarcisco di molte cose, una meglio dell’altra, sono appeso ad una musica che ho ascoltato da qualche parte. Dove non so, ma suona eh, suona in modo meraviglioso, diventa il mio pifferaio magico. Dovrei scrivere un post enorme altrimenti dove la metto la mia vita? Ho capito, ho capito, lascio un po’ di cose in giro, rimasugli di me, frammenti che spiegano e poi ti lasciano a mezzo, non dovrebbe essere così ma così è. Non sono più da nessuna parte; questa domenica che domani mi lascerà innamorato deluso si ripresenterà prima o poi.

– Non mi dai un bacio?

– Ti amo

– Io no

– Non importa, non importa mai. Accidenti, perchè non importa mai?

– Mi hai. Mi hai avuta. Non mi avrai mai più. Nessuno mi avrà mai più

– E’ la cosa più bella che tu mi abbia mai detto

– Scrivila allora.

SCRITTA

Almeno due volte a settimana decido di chiudere. Non perchè non abbia argomenti ma perchè ne ho troppi. Avessi tempo leggerei almeno duecento blog al giorno e poi non avrei il tempo di commentare. La sensazione del tempo che scorre mi dà ogni giorno più fastidio, così per rabbia periodicamente mando tutto “definitivamente” a quel paese. Oggi ho chiuso il blog alle 14 e 30. Chiuso, finito! Dovevo rileggermi la Storia dell’Italia moderna del Candeloro, almeno i volumi riguardanti l’epoca risorgimentale… perchè io quando lo schifo odierno supera il livello di guardia vado sempre a cercare la falla da dove è entrato. Così all’inizio del pomeriggio verso le 15 ho passato in rivista i dorsi posati in libreria e, golosamente, ho iniziato a sfogliare il III e poi il IV volume… ma c’era anche lì vicino “Il Risorgimento” di Gramsci. Di quanto tempo avrò bisogno mi chiedevo mentre Ferdinando II, Cavour, D’Azeglio, Re Vittorio e via via Mameli, Garibaldi, Mazzini, Cattaneo sciamavano fuori. CHIUDO IL BLOG, chiudo gli occhi su questa Italia di Napolitano e Berlusconi, di Alfano e Bersani…di Grillo. Che cosa scrivo a fare belle gioie, cosa mi passa per la testa. Chiudere stop, e aprire i libri che poi non avrò più tempo.

Alle 15 e 52 ho acceso il computer e sono andato su questo blog: c’erano alcuni commenti, alcune domande, qualche sorriso, ma quando lo rileggo il Candeloro? Domenica me ne vado a mare a Punta secca (quella di Montalbano) ma c’è già un caldo assassino, la mia donna tenterà il bagno io rischierò l’insolazione e il Risorgimento resterà oltre lo stretto o all’ombra del salotto buono di casa. Portare le anziane pagine al sole del canale di Sicilia non mi sembra il caso: passa il carretto della frutta, c’è la granita al bar e gli eucalipti mossi dal primo leggero scirocco mi faranno pensare di riavere tredici anni e i pantaloni corti e il cuore allegro come un cardiddu. Mi immaginerò di essere come Martino il mio bisnonno che corse dietro ai Mille sgambettando per le vie di Castelvetrano e gridando Viva Viva Garubardo… ma devo chiudere gli occhi su questa Italia, su questa Sicilia non posso perchè mi incuriosisce troppo.

Ciao vah, non chiudo.

Ci sarebbero ancora un milione di cose: da fare e da scrivere. Un milione di vite da vivere dentro di noi e fuori. Ho sempre scritto come se non avessi più tempo e niente da perdere, assolutamente libero da vincoli economici e formali, la mia vita posata sul tavolo di un obitorio bianco e silenzioso ed io che la guardo con ferma rassegnazione in attesa di un’altra dimensione e un altro modo. Ho bruciato così alcune stagioni e molti blog, molte pagine e altrettanti incontri. Però sono sempre ritornato a recuperare le mie spoglie cosciente che gli altri non avrebbero saputo che farsene ed esse sarebbero rimaste in un angolo ad ammuffire tristi e senz’anima, la mia. Bisogna crederci, senza la coscienza di una superiore utilità e di una più alta dignità, senza la consapevolezza che esiste un BLOG più vasto e severo nel quale ogni goccia di pensiero ha da sempre la sua giusta collocazione non ha alcun senso battere sui tasti o tenere una penna in mano. Stamane è giorno di pulizia e ricordi, di sentenze e analisi di vecchie e nuove cose, possiamo cominciare a chiederci cosa ne sarà di noi….e di tutte queste parole lasciate qui.

Sarà per la luce che cambia, sarà che il telefono ti rompe solo le scatole, sarà che non basta più la musica, la tv. Sarà che nella mia stanza ci sono troppe eco, troppi silenzi . Sarà per tante cose che forse vorrei staccarmi di dosso, o che vorrei appiccicate sulla pelle, come cera per arrotondare gli spigoli. Per ammorbidire lo sguardo. Sarà per tutte queste cose assieme ma io scrivo per avere la sensazione d’esser vivo, faccio così da quando ero un ragazzino: scrivo per chiarirmi le idee…e amare di più. Ci sono due cose che mi aprono la mente, una penna e il mare, la prima è nella mia mano adesso, l’altro credo di averlo ficcato da sempre nella parte più profonda di me. Scrivere è per me un affrancarmi dall’ ignoranza non una liberazione ( anche se ho scritto spesso il contrario), anzi…Spesso la rivelazione dell’acqua che mi scorre dentro dà spazio ad interrogativi angosciosi; e tuttavia scrivere mi riesce naturale…quasi come lo stare solo sulla cattedra durante i temi d’italiano ai tempi della scuola:

“ Lei si metta qui che tanto lo sappiamo bene che ha una penna prolifica e generosa” diceva così ogni volta la prof. Negri con la sua faccia di culo cartonato e grinzoso. “Le do nove, d’altronde non si è mai visto un voto più alto in questo liceo…ammesso sia tutta farina del suo sacco”.

Di ogni dono o capacità imparai allora a considerare anche le controindicazioni: comunicare bene, meglio di altri e essere condannato a una solitudine quasi perfetta. Mi domando se anche i miei amici , e compagni di allora, dopo, nel divenire della loro vita, siano mai stati soli su una cattedra a guardare gli altri sguazzare felici nella loro normalità. E’ questo il motivo che sempre più spesso dissangua la mia volontà di esserci: cosa faccio, cosa chiarisco, cosa cambio o miglioro? Scrivo, sì scrivo, scrivo e basta: sono ciò che scrivo, solo quello. Non ho altre pretese, fini secondari, libri da pubblicare, donne da conquistare. In fondo sono ancora nell’aula della seconda B, seduto alla cattedra che sbircio gli altri mentre io ho già finito. Quando il senso di vuoto e d’inutilità diventa insopportabile, quando giro a vuoto come in queste ultime settimane, allora decido di andare al mare, anche se il mare è sempre lì tutto l’anno. Ma adesso che l’autunno è arrivato appare diverso, come se volesse scuotermi da questa ruggine che infetta lo scorrere del tempo e mi immobilizza ed io mi sento toccato, affascinato dalla sua libertà e dalla sua sfacciata indecenza, ho quasi una sensazione di rabbia e d’invidia. Vorrei seguirlo, cambiare natura e invece resto lì, in bilico, sospeso e perduto da quel fluire senza direzioni e la mia inquietudine si addensa.

Aggrapparmi all’orizzonte che si staglia lontano e netto diventa indispensabile; il suo fascino è nel suo equilibrio, mi dico, è in quel suo essere in armonia con lo stare e l’andare, nel saper vivere entrambi. Io sono venuto qui per raccogliere quest’illusione tanto simile alla mia, un filo steso fra l’immobilità del cielo e il muoversi senza meta del mare Lo so bene quel che cerco in questa terrazza del bar sulla spiaggia: voglio il suo segreto, il segreto racchiuso dentro l’orizzonte…perché se avessi la sua esattezza saprei da dove cominciare. 

La vita è fatta di tante piccole finzioni, piccoli inganni. La vita è un gioco d’illusionismo. Un gioco d’ombre che si stagliano gigantesche su uno sconfinato muro bianco. Capita che tu non te ne accorga ma intanto qualcuno ha cambiato l’angolazione delle luci. Cambia la regia. Il trucco si svela. La verità si confonde. La scenografia resta sempre immensa, tu scopri di essere quello che sei, un minuscolo attore che balbetta la sua parte. Forse la vita è questo, mi dico. È rimanere nei ruoli, rimanerne prigionieri e imbrogliare le stagioni con una infinita primavera. E io che scrivo ancora su un blog, a che serve un blog? E’ un diario, un palcoscenico? A che serve? A volte serve a capire, ma solo a volte.

E’ quando la luce vacilla

e va via che arrivano gli altri colori.

Tornano a grumi i ricordi

come collane delle altre vite

che io ho finto di dimenticare.

Si riflettono in questa,

danzano sui miei capelli,

mi trascinano, timido, in un ballo

pubblico sotto gli occhi di spettatori

diversamente interessati.

A volte rovescio il capo all’indietro

e mi concedo.

Allora è bellissimo,

i cieli, le strade, le stagioni,

i visi e le parole, mi sfondano

il cuore

senza farmi male.

Allora io sono vero, senza luci di scena

falsi eroismi, concrete paure.

Sono quel che mia madre ama e teme io sia:

un lucido errore che riconosce se stesso.

Aspetto che gli astri terminino

il loro ciclo, domattina non potrò dire di aver sognato

non riesco mai a dividere esattamente

i sogni dalla realtà,

l’oggi da ieri,

i miei occhi stanchi dai miei piedi

di bambino.

E’ di sera che il quadro si compone

ed io che sono malato

alzo il viso verso l’eco delle mie ombre

in direzione del mio respiro lontano.

L’estate di 46 anni fa di questi tempi era pronta a partire ed io stavo per mettere le mani sui miei 17 anni. Gran cosa! Il suo fiato caldo lo sento ancora: ha ingaggiato con me una gara sul tempo, un gioco che non da nessun premio ma ti brucia dentro e che devi per forza restituire fuori. E’ una mano tesa fra le generazioni ad affermare che la bellezza e la poesia salveranno questo mondo. Crederci o meno è una possibilità come tante altre, la forza dell’amore e della vita continueranno per la loro strada e avremo tutti l’occasione di piangere, un giorno, per la felicità di esserci, di averci creduto o di doverci ricredere. Le estati sono tutte emozioni rapprese che si sciolgono sotto il sole e scivolano insinuandosi sotto la nostra pelle, sembrano diverse ma in realtà assumono semplicemente la forma della nostra vita in quel momento. L’estate è sempre l’identica rivelazione che sale sul palcoscenico con presentatori diversi, la sua apparizione suscita reazioni varie che vanno dagli applausi scroscianti all ’incredulità silenziosa, ma la sua bellezza è sempre maestosa, a me lascia ogni volta incantato, senza fiato. Nei suoi paesaggi aperti, nei suoi colori decisi e in quel senso di prospettive eterne e ripetute che ci fanno ritornare sempre all’idea che tutto è possibile, che è solo questione di tempo e i cieli si apriranno per lasciarci vedere l’azzurro e le mille strade che lo attraversano. Abbiamo di nuovo diciottanni e nessuno potrà cambiare le cose, è come il primo amore, se ne andrà ma cambierà la nostra vita per sempre. Ogni estate diventiamo maggiorenni ed è una sensazione indimenticabile, sgusciamo fra i nostri errori e le nostre vittorie, ce le rimiriamo e facciamo finta di credere che sia per sempre, condividerle con gli altri è una fede. La mia estate a guardarla da questo blog sembra perfetta e unica, punto di riferimento epocale e sociale; persino la musica suona in modo speciale. E’ quella di Bob Dylan, è la poesia della vita che ci conduce e ci salverà dalle altre stagioni e dalle mille morti che ci attendono ai lati del sentiero. Ma è un trucco, le note sono sempre le stesse ed io vesto ogni volta un abito perfettamente conservato e mi ci pavoneggio dentro. Nessuno di noi può dimenticare l’estate in cui siamo diventati grandi e ci siamo chiesti qual’era la nostra direzione e dove ci avrebbe condotto il profumo di quella ragazza incontrata la sera prima; nessuno può dimenticare che la musica era ESATTAMENTE quella che avevamo dentro, crescere è stato solo un momento, la rincorsa per tornare ogni volta al punto di ripartenza. Così sciamiamo via incoscientemente ma in fondo lo sappiamo che niente e nessuno potrà fermare la forza dell’amore e la bellezza della scoperta: The time they are a-changin’.

Non riuscirò mai a trasmettervi il brivido dolce e fermo della mia prima lettura di Svevo, il sogno un po’perverso e liquido del primo Dannunzio, la pienezza ferma e riflessiva di alcune novelle pirandelliane…la mia Adriana Braggi che scopre l’eternità sulle soglie di una morte annunciata, il desiderio di vita che si accompagna alla fine del mio Pavese del 1967. Nella penombra la luce si dispone in modo teatrale, regala un’apparenza diversa in base ad un gioco che, nuovo ogni volta, esalta o annulla quello che mi sembrava fondamentale un attimo prima. La mia letteratura vive un’ipnosi eterna che io ho in parte regalato all’amore e alla passione: non torna mai indietro dai suoi viaggi senza portare con sè una nuova morte, un nuovo disagio e una nuova vita; fuori da queste stanze l’ordine e l’armonia con cui fisiologiche si dispongono le righe si trasformerebbero nel più bieco teatrino della poesia di tendenza e del mellifluo d’alta classe. Qui dentro sono un lampo accecante, un brivido e la consapevolezza crudele e fiera di esserci e aver vissuto; qui i miei amori sono confluiti nell’unico amore che mi farà compagnia quando la luce si spegnerà, le mie idee non avranno il tanfo dell’ideologia ma il sorriso sereno dell’aver capito. Al di qua del blog che voi leggete c’è un mondo che lascia di sè soltanto un riflesso lontanissimo di me e di voi; solo la musica che siede in un angolo dell stanza quando si alza maestosa può regalare almeno un’idea di quanto è accaduto qua dentro.

Ma molti di voi non l’ascoltano e non sapranno mai dove è andato a riposare per sempre il pensiero di me che scrivo. Nessuno riuscirà a immiserire queste pagine e il loro autore, non perchè egli meriti più degli altri ma solo perchè custodisce la propria piccola parte di luce che altri hanno buttato via. Se scrivo vi amo, se vi rispondo cambio le note in cacofonia, se vi leggo cresciamo, se accetto il confronto ci sviliamo tutti. –

IN FONDO E’ QUESTA LA SPIEGAZIONE DI MOLTI MIEI ATTEGGIAMENTI IN RETE. NON CREDO CHE AVERNE SCRITTO COSì SIA SERVITO A MITIGARNE GLI EFFETTI.

Mio padre c’è stato in modo imponente, nel bene e nel male era uno di quei vecchi siciliani che ti attraversano da parte con lo sguardo, un uomo che ti imponeva delle scelte anche nel linguaggio e mi ha costretto a combattere per le mie scelte diverse dalle sue… la lontananza che spacciamo per reciproca conoscenza! Ci sono due post che da soli sarebbero esaustivi per il senso della mia vita e della mia scrittura. Uno è questo. Mio padre non lo avrebbe disdegnato perchè è breve e asciutto, avremmo poi litigato come sempre su tutto il resto, su questa sciocca esibizione del privato e sulla blogosfera in generale. Non ho più nessuno con cui litigare così. Ci sono sedie che restano vuote in modo definito e una parte di noi con esse.

Però in certe mattine silenziose e assenti come questa, quando apro il mio blog mi sento pulito; non devo dire a nessuno da dove vengo e dove mi dirigo. Quello che ho scritto mi sta davanti ed io lo guardo con grande serenità. Svaniscono le discussioni, le incomprensioni, gli asti, resto io solo e pulito, senza alcuna altra specificazione.

Enzo, così com’è.

Ti ricordi di me, Pieralvise? Io non dimentico quella mattina di maggio quando mi accompagnasti dentro il conservatorio G. Verdi di Milano. Avrei dovuto farti da guida per i tuoi occhi spenti…che sciocchezza, tu vedevi meglio di me ed eri nel tuo regno. Gli spazi erano grandi e severi, riflettevano il senso di un mondo a parte, come se, varcata la soglia, la città fosse sparita, rimasta indietro e sempre più lontana. Sale, corridoi, grandi porte e un sentore di legno diffuso ovunque; da punti indefiniti giungeva il suono di voci o di strumenti musicali. Io rivedevo i libri in braille di un’ora prima sulla tua scrivania, cercavo di capire come facessi a vedere il mondo attraverso le dita e la pelle…La musica, quella non era un mistero per me, era una lingua immediata, la traduzione istantanea di un’emozione. Perfetta e per sempre: ma tu camminavi tranquillo volgendo lo sguardo che ti mancava attorno e mi dicevi cose che non avrei mai immaginato.

Poi ti sedesti al piano e abbiamo parlato a lungo senza aprir bocca. Eri pieno di luce, il viso rivolto verso l’alto mentre le mani lunghissime e bianche sfioravano la tastiera. Sorridevi e la musica… Dio mio, la musica ci attraversò per sempre, bella come non l’ho mai più udita. Ma una volta può riempire un’intera esistenza. Una volta chiude parentesi che sospirano una fine dignitosa, completa il sogno in un attimo breve. E scompare lasciandoti solo la scia della nostra eternità.

Voi vedete, scrivo d’amore, di Sud, di vita di emozioni: sono un sognatore Voilà. Tutto il web è pieno di amore, poesia, fotografia ma anche di ideologia con una spruzzata di pepe politico certo. L’Italia, la Patria, l’Europa e poi appresso la globalizzazione, la crisi i sogni interrotti. A volte lo sgomento. Voi leggete scrivo di cose a volte che, come dire, proprio non interessano a nessuno: sono vecchio e ragiono come se il tempo, tutto questo tempo, non fosse passato. Scrivo con in bocca il sapore amaro dell’inutilità perchè di certe cose di certi drammi odierni le radici affondano lontane nel passato. Nessuno vuole leggere del passato, che ce ne frega del passato. Dobbiamo guardare al futuro e non possiamo perdere tempo ad analizzare i minuetti di un secolo fa. Siamo seri miei cari blogger, la situazione è perfettamente delineata siamo in rotta di collisione col fondo del barile, il sud ha finito di rompere i maroni e l’informatica forse non ci salverà. Meglio scrivere di esistenza, amore, indecisione, libertà. sesso talvolta. Meglio!

Voi leggete che abitate in una Repubblica ( mah ) e che prima c’era il Fascismo (sì) e una monarchia (certo) poi la Liberazione, il Boom, gli anni di piombo e siamo qui. Qui messi male però. Ogni volta che sento puzza di bruciato voglio vedere dov’è l’incendio e come si è sviluppato voi forse no, forse…Non potrai mai capire il paese in cui sei nato se non ne conosci la storia, quella vera però e magari lontana. Che dite? Vi interessa leggere dell’inizio, dei mille di Garibaldi vi interessa anche se abitate lontano da Quarto e magari siete cittadini di qualche operosa città del nord o del centro- Non ve ne frega una beneamata? Strano perchè dovrebbe, perchè abitate in una Repubblica ( Mah) che ha dei confini ( sì) e anche una Costituzione ( ma va?) e che abitate in un condominio sorto nel maggio del 1860 ( il cantiere però , le case le hanno tirate su dopo). Questo condominio fa acqua ( è il caso di dirlo) da tutte le parti! Daccordo, parliamo d’amore. Non dire, non raccontare, in un contesto di ignavia culturale e scarso interesse per la lettura fa sì che il fatto non sussista, e la storia cambi! Un fatto storico non raccontato non è meno grave di uno travisato, nel secondo caso almeno esiste un punto di riferimento sul quale approfondire e discutere opzioni diverse. Nel primo c’è solo un vuoto da riempire che spesso resta tale. Cosa non si è detto della spedizione dei Mille del 1860? Sembrerebbe nulla. Esiste una storiografia (che sarebbe meglio definire “agiografia di comodo”) immensa su questo fatto che segna l’inizio del processo unitario italiano; una storiografia piena di aneddoti e atti di eroismo, di luoghi e di date, una marcia trionfale da Quarto a Teano. Eppure c’è un’altra storia, nascosta, talmente obsoleta da non esistere quasi più: se un fatto non viene raccontato esso muore e a distanza di decenni non resuscita in modo attivo, tuttalpiù vegeta come un moribondo tra le righe di esperti che sono di fatto fuori dal mondo. Nell’ambito di queste storie sepolte e di personaggi a metà la figura di Ippolito Nievo ha una sua precisa importanza. Durante i pochi giorni di navigazione da Quarto alla Sicilia fu  deciso di affidare a Nievo un compito fondamentale, quello di vice intendente della spedizione. Ciò significava avere un compito di alta responsabilità nella gestione finanziaria e amministrativa dei Mille e del futuro Esercito Meridionale: in soldoni Ippolito Nievo diventò il contabile della spedizione.

Quando l’ondata delle camicie rosse attraversò lo stretto e iniziò a risalire la penisola Nievo rimase a Palermo: non sarebbe la prima volta che un continentale avendo una discreta disponibilità finanziaria decida di restare tra il mare e i gelsomini del sud. Ma il vecchio incarico avuto e i documenti che ne attestavano ogni particolare erano materiale che scottava; l’anno dopo la spedizione, a unità ormai conclamata sotto la corona dei Savoia, le dicerie, le illazioni e soprattutto i sospetti su alcune vicende contemporanee alla spedizione, erano diventati una marea montante. Su tali questioni tra l’altro si giocava una vecchia e mai risolta disputa tra le due fazioni opposte dei garibaldini patrioti ante litteram e i sostenitori delle pratiche mediatrici di Cavour. Non ultime c’erano anche le rimostranze sempre più evidenti di molte alte cariche militari del defunto esercito borbonico le quali continuavano a reclamare il soldo pattuito per la loro, chiamiamola, collaborazione! Un situazione difficilmente digeribile: in una delle prime sedute del neonato regio Parlamento unitario svoltosi a Palazzo Carignano a Torino, una buona parte di tali spinose controversie erano già venute fuori. Garibaldi con i suoi in tenuta quasi da combattimento era entrato in aula e nel suo intervento aveva manifestato la delusione per molte iniziative che avevano preceduto la spedizione e l’avevano poi seguita. Sul tavolo c’era una soluzione da trovare per i combattenti in camicia rossa e per quelli numerosissimi appartenenti ai quadri dell’ ex esercito borbonico. La rivalità antica tra il Conte e l’Eroe dei due mondi venne fuori in modo palese con insulti e recriminazioni poco velate: la sistemazione delle carriere del nuovo esercito unitario non era cosa da poco e sarebbe costata molto. Come vedete fin dai primordi una certa atmosfera da condominio allargato con feroci dispute “locali” e senza alcuna visione generale dei problemi era presente fin sul nascere dei parlamenti italiani. La domanda più grave e più importante però venne qualche tempo dopo quando alcuni deputati (molti di loro meridionali) si chiesero facendo quattro conti    che fine avesse fatto l’immenso patrimonio del Regno delle due Sicilie, dove e come fosse stato depositato e quanto di esso utilizzato nell’ambito della nuova gestione di un nuovo paese unito. Il fatto poi che girassero sempre più frequentemente le voci di “strani accordi” con le alte cariche militari borboniche, voci che tendevano a sminuire il valore dell’impresa dei Mille e ridurla a una semplice passeggiata sotto l’occhio vigile di una regia e di attori perfettamente istruiti, tutte queste cose assieme fecero sì che si chiedesse ufficialmente di vedere i conti e i documenti.

Gli uni e gli altri riconducevano fatalmente al signor Nievo Ippolito beatamente domiciliato a Palermo: la richiesta ufficiale non poteva in nessun modo essere disattesa. Nievo probabilmente pensò anche che si trattasse di un buon sistema per chiarire e tacitare finalmente i dubbi e le maldicenze che gravavano sempre più minacciose sull’operato dei Mille e di Garibaldi. Seguendo tale indirizzo si mise all’opera e redasse un lungo e articolato rendiconto di quei mesi cruciali, probabilmente non si rese conto che all’interno dei documenti che lui custodiva ve ne erano molti a carattere che oggi definiremmo “riservato” se non top secret. Non vi riflettè il Nievo ma ben lo sapeva il console amburghese Hannequin che in Sicilia curava anche gli interessi della corona britannica. Fu costui a sconsigliare a più riprese Nievo ad intraprendere il viaggio. Le mie a questo punto sono solo opinioni, ben supportate però e dicono con chiarezza di alcuni fatti incontrovertibili.

– L’esercito e la marina Borbonica era forte di migliaia di uomini e mezzi in più rispetto alla “banda “ di Giuseppe Garibaldi. Anche senza quasi combattere per le camicie rosse non c’era alcuna e sottolineo alcuna possibilità di vittoria.

– L’Inghilterra aveva da tempo grandi interessi economici, commerciali e strategici in Sicilia: era già padrona di Malta ma la Sicilia come fulcro di commerci e controllo del potere nell’area mediterranea era ben altra cosa. Dai primi dell’800 a Palermo, Trapani e Catania una nutrita pattuglia di imprenditori e affaristi anglosassoni avevano stabilito attività commerciali a d ampio raggio e si erano con esse arricchiti.

– Lo sbarco a Marsala dei due battelli che trasportavano i mille di fatto avvenne sotto la protezione di una nave da guerra di sua maestà britannica; fu inglese il primo commerciante a dare il benvenuto a Garibaldi e ai suoi.

– La battaglia di Calatafimi ( quella dell’epica frase – Nino qui si fa l’Italia o si muore) fu una farsa: nel momento culminante quando per ovvi motivi di strategia e territorio i mille stavano per soccombere, il comandante delle truppe borboniche fece suonare la ritirata!

– La presa di Palermo seguì in pratica la stessa via: circa ventimila soldati borbonici si attestarono nella fortezza del Castello a mare lasciando la città in mano ai Garibaldini. Il generale comandante la guarnigione chiese lumi( ?!) a Napoli, dopo un paio di giorni, con la mediazione della marina inglese che stazionava alla fonda davanti al porto di Palermo, i Borboni firmarono una tregua a bordo di un battello da guerra britannico. In pratica abbandonarono il campo con l’unica richiesta (accettata) dell’onore delle armi! Migliaia di soldati di un esercito regolare sfilarono davanti alle baionette dei mille che non credevano ai loro occhi mentre i quadri militari borbonici tesi e altrettanto increduli si chiedevano perché.

La mia opinione è che nella impresa dei mille di eroico e di militare vi sia stato ben poco: l’esercito borbonico nelle sue figure di comando tradì per denaro la sua bandiera. Il denaro era Piemontese e inglese. Di tutto questo vi erano tracce chiare nei documenti che Ippolito Nievo doveva portare in continente. Era questo il motivo dei consigli criptici del console Hannequin, egli sapeva e conosceva anche quale sarebbe stato il destino del patriota italiano incaricato di far luce su questa vicenda.

Nievo si imbarcò la sera del 4 marzo del 1861 sul vapore Ercole con rotta per Napoli, circa 10 ore di navigazione. Naturalmente non arrivò mai a destinazione, il piroscafo si inabissò senza alcun superstite all’entrata del golfo napoletano. Tutti morti e il carico dei documenti in fondo al Tirreno per sempre! Dentro la cassa sigillata che Nievo doveva portare a Torino c’erano le prove documentate della pesante ingerenza del governo di Londra nella caduta del Regno delle due Sicilie. Vi era scritto come l’intendente aveva gestito un patrimonio in piastre d’oro turche fornite dagli inglesi con i quali erano stati pagati molti alti ufficiali del Re di Napoli; vi era scritto anche a quanto ammontava il tesoro in lingotti d’oro conservato nei forzieri del Banco reale di Palermo e del quale non vi era più traccia. Vi erano probabilmente scritti i nomi dei collaboratori, mediatori, politici e maneggini che avevano permesso il miracolo con cui mille uomini conquistarono il regno più vasto e ricco della penisola e lo regalarono ad una delle più piccole e micragnose monarchie d’Europa. Questo fu l’inizio della nostra Italia Unita, quello che non compare in nessun libro di scuola ( ci mancherebbe) e di cui nessuno ha mai fatto cenno nei soliti discorsi ufficiali del tricolore che sventola sul Quirinale. Questa è solo la prima parte ma se il buon giorno si vede dal mattino…Decine di fatti e di personaggi, una Italia e un Meridione del tutto diversi dalla facciata di comodo, una quantità di punti oscuri da decifrare……

ma io scrivo d’amore e di vita, di musica e della mia generazione che fu proiettata in un futuro che non era questo, credemmo più o meno in un destino nuovo e in mondo nuovo. I localismi da cui provenivamo non avevano credito in quegli anni, sembrarono morti e sepolti: usammo la nostra giovinezza credendo che glissare sull’evidenza fosse farci un piacere. Poi in alcuni di noi si è fatta strada una musica diversa, più antica, ha messo in secondo piano il rock ‘ roll e si è fatta viva di nuovo la taranta. Continuerò a scrivere d’amore.

Andiamo con ordine, col mio ritmo evidentemente. Il primo incontro con la musica riguarda l’infanzia e il teatro alla Scala: il primo pensiero che in qualche modo costeggiava l’amore fu dedicato ad un giovane primo violino dell’orchestra che suonava il secondo per violino e orchestra di Brahms. Il sentiero è stato molto lungo ed io continuo a percorrerlo: vorrei sinceramente saper fare musica, mi sono accontentato di trasmetterla in radio ma lei è sempre lì intorno ed è per questo che i brani li abbino. Spesso scrivo un post perché prima ho sentito una musica e ho deciso che era “la musica”. E’ un fatto molto più personale delle righe del post, è una decisione intima e le parole le vanno appresso. Tutti quelli della mia generazione sono diventati dei macigni, i migliori delle pietre rotolanti e come tali destinati a schiantarsi giù in fondo; rotolando abbiamo attraversato quasi tutto l’attraversabile e di fatto ci siamo allontanati da ogni cosa. Lo dico e la cosa finisce lì perché non ho niente da insegnare e francamente non mi pongo più il problema della consistenza del mio macigno ruvido. Cosa ho fatto negli ultimi 50 anni? Ho ascoltato Dylan per esempio “non hai mai capito che non era una cosa positiva non hai mai lasciato che altre persone si prendessero i calci destinati a te. Eri abituata ad andare a spasso sul cavallo cromato con il tuo diplomatico che portava sulla sua spalla un gatto siamese. Non è difficile scoprire che lui non è dove ha detto che sarebbe stato dopo che ha ottenuto da te tutto ciò che poteva rubarti “. Ma anche i Rolling e i Genesis e poi Faber e i Led Zeppelin. C’erano gli Who e Jimi e i Jefferson Airplane e tutti nostri cantautori. Mi illudo che cantino per me, che mi dicano

-Ehi stronzo non ti sei stancato di battere su una tastiera? Hai provato a raccontarci, a raccontarti?-

Non ne sono sicuro, forse, tra una fuga e l’altra ma senza alcuna autoanalisi ormai, non qui e non adesso. Voi vedete spiragli? Io vedo spazi immensi e spesso vuoti di idee e di musica. Mi accendo una sigaretta e non mi domando più dove ho posato il mio fardello. È probabilmente a causa di ciò che sono insopportabile ma in fondo basta rispedirlo al mittente con la tassa a suo carico. Tu dici che tutto sta dentro l’ultima frase? Azz, sono nudo, il tempo si è contratto e poi dilatato e mi ha fregato: c’era una marea di roba lì dentro e adesso si è sparpagliata ovunque e dice a tutti quello che veramente sei: un clochard di lusso, uno di quelli cui si diceva – il tuo fondo schiena è stata una parte molto apprezzata nei suoi tempi migliori, non è vero? Le persone ti hanno chiamata, dicendo “Attenzione bambola, stai per arrivare al tramonto-

Sì è vero le musiche le abbino, mi piace ma in fondo non cambia poi nulla e la solitudine resta com’è, scritta o cantata non perde l’abito che le è proprio. Lei sta lì entra e esce da questo spazio o da altri: mi possiede. Certe volte penso che era già accanto a me quella sera di febbraio quando mi sedetti in sala e le luci del grande teatro pian piano di abbassarono per lasciare spazio all’orchestra. Iniziò da lì l’incantamento sottile e perpetuo che ha segnato la mia vita, un piccolo segno o una nota piccola, esitante ma già definita—————————– UNA LINEA SOTTILISSIMA E TENACE——————————— che divide come un bisturi la mia vita: di qua e di la ma anche sotto e sopra. E’ un gioco maledetto perchè non ha un senso compiuto ( non adesso) non ha tempi definiti o prevedibili. Scambia le posizioni, inocula il presente nel passato e ne fa cosa nuova. Le scuse, i giudizi, le poesie, le parole, i segni, le lacrime, i sorrisi i miei amici e i miei sogni, le mie terribili irritazioni e la mia quieta malinconia di sempre, la linea attraversa tutto e se ne frega di me è sempre un passo davanti a me. So esattamente dove andrà a colpire, il mio corpo si sta preparando, non bisogna far altro che vivere.

Scrivo post da anni, li scrivo ad personam: anzi li scrivo essenzialmente per due persone. Una sei tu che mi stai leggendo. Non ti conosco perchè non ho mai conosciuto realmente nessuno dei blogger con cui ho contatti, sicuramente ho letto molte cose tue e l’ho fatto con un’attenzione che tu non puoi nemmeno immaginare. Eppure non ti ho mai concretamente stretto una mano o guardato in viso: non ho mai visto le tue mani, le tue gambe, la tua bocca, come cammini e ti siedi, il colore dei tuoi capelli …o il profumo del tuo sesso. Non ti conosco però quando inizio a battere sulla tastiera so che ci sei tu davanti allo schermo e che tra un po’ leggerai; spesso parto da considerazioni immediate, magari lette poche ore prima sul tuo blog, o su un commento ad un tuo post, a volte resto assorto mentre ci penso, annuso nell’aria il sapore di quello che sei dietro le parole e penso che tu farai lo stesso con me. Scrivo per te ma dopo qualche riga tu diventi un altro blogger e poi un altro ancora…un turbinio di voci e di visi e di nick e parole. Non m’importa, scanso gli ostacoli e punto diritto su di te, ti porto me stesso, il suono della mia voce che mai sentirai e il colore vero dei miei occhi che ti guardano la nuca mentre mi leggi.

Perchè l’altra persona per cui scrivo sono IO. Andiamo sempre in coppia io e te, anche quando vuoi restare solo e mi sbatti un click in faccia, anche quando fai finta di non capire… anche quando commenti da anonimo e mi viene da ridere, siamo tutti anonimi qui! Il fatto che io scriva per te non ti autorizza ad escludere gli altri, non ti da il permesso di requisire il mio amore tremendo per questo mezzo e la scrittura che lo esprime. Dovrebbe invece farti capire quanto sei sciocco, insulso e piccino quando fai dei miei pensieri un giocattolo privato. C’è sempre della musica mentre scrivo, io lo chiamo un vizio in chiave di sol, e c’è sempre una luce che mi guida, la tua, la tua, la tua , la tua e la tua….. So di essere un privato che si spoglia in pubblico, so che la nudità intellettuale è la più ambita e la più difficile da sostenere. Ma non fa niente: io scrivo lo stesso. E tu commenti, a volte in chiaro a volte in scuro. Poi mi arriva ad ondate il senso preciso di tutti i sussurri degli altri te che leggono e non si paleseranno mai e questa è la cosa più emozionante di tutte, questo mi consola, è la vera ragione per cui scrivo anche a me stesso. Ciao, ti voglio bene, non importa se sarò ricambiato. Scrivo post da molti anni, risiedo qui tra queste lettere ed ho un contratto d’affitto secolare, potrei sentirmi tranquillo, stabile e invece mi sento come se fossi già andato via. Nessuna donna può aiutarmi a rimanere, nessun corpo può risucchiarmi dentro di sè e riscaldarmi. Sono un estroflessione che si ulcera contro le pareti della vita. Però non voglio andarmene così, senza prima aver detto che mi manco da morire, le parole non sono forse musica? Vorrei fermarmi e raccogliere le ombre delle cose che ho lasciato in giro nel web in tutti questi anni: vorrei trovare lì il senso vero della vitalità, di un progetto che facesse a meno della mia cultura, dei miei drammi, dei miei addii, che facesse a meno dei ricordi se non riveduti e corretti….ma non posso fare a meno di me. Sono un “tutto compreso” e sono anche in buona compagnia. Le verità carezzate alla fine escono fuori e cominciano a rotolare per l’etere: ne ho raccolte alcune morbidissime e profumate, scivolavano mescolate ad altre meno attraenti. Ho scelto di portarmi a casa queste ultime: sono amanti meravigliose. La spinta che era forte un tempo, il desiderio di comunicare su questo mezzo e mettersi in contatto con tutti si sta ormai esaurendo. Non è una scusa di comodo, anzi si tratta di un disagio fortissimo. Io ci credevo, culturalmente tutta la mia generazione ingenuamente ci ha creduto: comunicare significava rispettare e rispettare era l’anticamera di capire. Non è più così ed oso dire che non è mai stato così sui blog. I motivi sono molteplici ma la cultura civile in senso stretto e quell’altra in senso lato ne sono i cardini: mi è rimasto questo spazio per raccontare a me stesso e a qualcuno di voi vecchie storie piene di incantesimi e magie, lontani profumi di stagioni irripetibili ma vere.

Oltre un certo limite la vita acquista un sapore diverso e più ampio, si ridefiniscono i contorni del senso di vivere e della gioia che è insita in esso, anche le parole sono diverse e suonano un’armonia che è giusto incontrare lungo il proprio percorso. Adesso che l’estate pian piano fiorisce e la sua essenza permane sempre più forte come l’impressione di una parola inespressa, adesso che il tempo seguirà percorsi più lenti, adesso è l’ora di sedersi a guardare il nuovo giro del sole.

Scrivere di Agrigento, scrivere nel suo caos non mi sta facendo particolarmente bene; sento che sto scrivendo di me ed avrei voluto descrivermi diverso, meno disastrato, sta facendo riemergere dentro la mia memoria figure ed atteggiamenti di un’altra mia vita. Tornano a delinearsi volti così lontani da declinare un’altra appartenenza, ma io mi sforzo, se pazzia deve essere che sia almeno lucida.

La signorina Matraxia mi amò, in un tempo lontano ed io amai il suo essere schiva e proibita; mi ripetevo, di tanto in tanto, più il suo cognome che il suo nome, quel suono così “greco”e deciso. Giulia Matraxia, mi accorsi di amare più il tuo muoverti altero che il sapore della tua bocca, e quindi ti lasciai. La settimana prima della nostra “fine”, guardandoci negli occhi, parlammo di tutto il resto che era come parlare di noi: ricordo bene la sensazione di galleggiamento instabile che tuttavia pareva piacere ad entrambi. Eri molto colta Giulia, fra le tue frequentazioni anche i personaggi importanti e le loro fisime; il libro che avevi fra le mani era di Pirandello, i quaderni di Serafino Gubbio operatore, non si trattava certo di un’opera erotica né tantomeno sentimentale; giocavamo Giulia, scherzavamo con fuoco nell’intento di bruciarci. “Nessuno se n’accorge, o mostra di accorgersene, forse per il bisogno che è in tutti di trarre momentaneamente un respiro di sollievo dicendo che, ad ogni modo, il forte è passato. Dobbiamo, vogliamo rassettare un po’, alla meglio, noi stessi e anche tutte le cose che ci stanno attorno, investite dal turbine della pazzia; perché rimasto non solo in tutti noi, ma pur nella stanza, negli oggetti stessi della stanza, quasi un attonimento di stupore, un’incertezza strana nell’apparenza delle cose, come un’aria di alienazione, sospesa e diffusa…” PIRANDELLO- Quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Tornare oggi ad Agrigento è una scelta voluta, la volontà di dare un senso ai miei anni perduti, un tentativo di colmare l’inquietudine che serpeggia ovunque. C’è un luogo, nascosto nella parte più alta della città dove si apriva una porta che non guardava il mare: Pirandello la chiamava Bar-er-rijah (porta dei venti) che poi è diventata in dialetto Bibbirria, il luogo era ed è rimasto la parte più povera e nascosta della città, sorvegliato dal palazzo arcivescovile, dalla cattedrale e da un Seminario così cupo da sembrare più una prigione che un luogo di studi. Guardarla ora mi lascia solo un senso di vuoto, persino Giulia appare lontanissima e sbiadita; meglio volgere lo sguardo alla costa vicina e al mare, stampato sullo sfondo come una pennellata di celeste rettilineo. E quindi dico io adesso godiamoci questo presente e il futuro che ne verrà, qualcosa si dovrà pur fare, qualcosa si dovrà pur scrivere e su molte cose dovremmo almeno riflettere. Al Caos non intendo tornare: troppi ricordi e troppo pungenti, non servirebbe, rivedere il pino scheletrito accanto all’urna murata che contiene le ceneri dello scrittore mi farebbe sentire già finito. Ritengo di essere stato abbastanza fortunato: la signorina Matraxia mi disse addio con un sorriso (fu l’unica) e mia madre ha ancora la forza di ridere dei miei tentennamenti. Mi lascerò alle spalle Agrigento, attraverserò la valle, i templi color miele e ,raggiunta la costa, andrò verso occidente e verso il sole che stasera mi racconta storie che possono avere ancora un futuro, anche qui, anche in quest’isola, anche per me.

Però in certe mattine silenziose e assenti come questa, quando apro il mio blog … Enzo, così com’è… 

Quando tutto finì ci vollero molti mesi di silenzio colmo e severo: l’idea antica sempre tenuta a bada mai lasciata libera di riprodursi, cominciò a fare capolino. Non ottenne il risultato che avrebbe cambiato la sua vita trent’anni prima: la senescenza intellettuale ha decorso e prognosi diverse da quella corporale. Il tempo si era preso tutto il comodo per fare e disfare: il panorama finale era beffardamente identico a quello iniziale. Ho sempre odiato l’immutabile, mi uccide pensare che comunque ogni cosa abbia già un destino perfettamente stabilito; forse per questo quell’idea antica l’ho sempre trattata come un paria del mio repertorio mentale. Le cose che ho scritto in quarant’anni sono il tentativo di dare cittadinanza all’imprevedibile, spazio al nuovo e al rivissuto con piacere. Ma quando tutto finì io, non so come, ero rimasto vivo a contemplare il paesaggio della mia vita, senza avere stavolta alcuna scusante e alcun intermediario, era così, semplicemente così, una serie di gesti e emozioni intrecciati alle mie stagioni; avrei potuto invertirne i passi, camuffarne i tratti, sobillare gli assassini prezzolati delle altre vite. Avrei potuto ma il cielo era troppo chiaro ed io troppo serio. Ho qui il mio cerchio chiuso: lo decifrate chiaramente? Mi sono portato appresso la mia gentilezza antica, i miei disegni con le mani e tutte le parole che, senza di me, avrebbero avuto un’altra voce e un altro destino. Vi ho odiato con tutte le mie forze perchè segretamente vi ho amato più della mia stessa vita: adesso che finalmente tutto è finito posso stringervi la mano uno per uno. L’idea antica prevedeva questo ed io non lo avevo capito.

‘ Sta storia pi’ diri a verità, s’avissi a cuntari tutta in sicilianucomu tanti autri, ma fussi cosa longa e difficili pichiddica ‘un canusciunu u dialettu: piccatu, avissi ancora u ciavuru di mari e rosmarinu, di ventu e sabbia. Cuntintativi.” 

C’è chi dice che esiste un limite a tutto, una sorta di misura che alla fine ci contiene e, forse, ci protegge; io riparto dal sud, io torno al sud, una latitudine infinitamente più meridionale di quella giornalmente raccontata dai media. Ricomincio da un’idea, sempre la stessa, da una sensazione complessa che abbraccia molte altre emozioni: per comprenderla è necessario amare il silenzio e la musica che vi si nasconde dentro, da quelle note sarà poi più semplice leggere l’intera partitura. Portopalo e appena più a nord del Capo delle correnti, un’area che si trova tutta sotto la latitudine di Tunisi in Africa, Prendete una cartina geografica e guardate la zona più meridionale della Sicilia a sud di Di Siracusa… Portopalo è fuori da tutto e svanirà un istante dopo aver letto queste righe. Non c’è ragione perché vada diversamente, il mare, il vento… il sale sono cittadini ovunque, viaggiano ovunque. Il pantano Morchella, qualche chilometro prima del paese, non è altro che un pezzo di mare entrato nella terra, separato dalla costa da una stretta striscia di sabbia e rocce. L’acqua salata entra perché la terra e più bassa rispetto al livello del mare, una specie di Olanda sotto il sole africano; i salinari fanno passare il mare da una saja, un canale scavato a colpi di vanga, fino a alle vasche del pantano e aspettano. Sarà il sole far evaporare l’acqua quando il sale comincia ad addensarsi lo passano in un’altra vasca per concentrarlo di più e così via fino a quando il sale quagghia e loro lo raccolgono con le pale, neri e bruciati dal sole mentre bestemmiano e sembrano pazzi. Perché il sole li cuoce e il sale gli fa bruciare le carni. Questo è il motivo per cui nessuno vuol fare più il salinaro: i giovani sono altrove da tempo e i vecchi piuttosto che invecchiare nel sale preferiscono ‘ntrizzaricufini, intrecciare ceste con le foglie delle palme nane che crescono rigogliose da queste parti. Ce ne sono anche sull’isola di Capo Passero che è là, in faccia alla tonnara; una volta c’era una strada che passava il mare e si poteva arrivare senza barca.

I ruderi del forte che si trova sull’isola sono quelli della fortificazione fatta costruire dall’imperatore Carlo V per difendersi dalle scorrerie del pirata turco Mohamed Dragut: di lui è rimasto un nome deformato dal tempo e dalle leggende come queste rovine sull’isola, Mammatraju, il castigatore, l’uomo nero che le madri evocano per tenere a bada i ragazzini troppo turbolenti. Il forte fu distrutto dal turco e adesso c’è solo vento e gabbiani, però è bello starsene là sopra e pensare all’Africa, alla Grecia, a tutti i luoghi nascosti in quella striscia piccola piccola dove il mare e cielo si ‘ncucchianu. Tutti qua pensano di partire ma non succede mai, si diventa una cosa sola col blu del cielo e del mare, una tinta unica che tiene tutti chiusi al suo interno. La strada lungo la costa che conduce al piccolo borgo marinaro un tempo era punteggiata da case di pescatori dai colori delicati: azzurro, rosa, giallo paglierino e bianco: quando in Sicilia vivevano insieme cattolici, musulmani, greco ortodossi ed ebrei, questi colori servivano per indicare la religione di ogni famiglia, ma non contava quale Dio pregavi, serviva solo la tua abilità a tirare il pesce dal mare, a fare fruttare la terra o anche solo ad aggiustare le reti o fare ceste con le foglie della palma. Dentro il paese non c’è nulla, in un giorno come questo di fine inverno non troveresti niente da ricordare guardandoti attorno, Portopalo non è un luogo turistico eppure possiede il più originale segnavento per campanile che io abbia mai visto: un pesce spada di latta. È una storia antica, terminata nel 1965, una storia di tonni e tonnare legata a una forma di pesca ormai estinta in tutta la Sicilia. Quando ancora si faceva la mattanza gli occhi di tutti stavano puntati sul segnavento, e quando il pesce spada si metteva sul grecale, allora voleva dire che era ora di parari la camera della morte perché i tonni entravano nella tonnara. Era uno spettacolo e tutto il paese aveva che fare da marzo ad agosto: preparare le reti, sistemare le barche e i magazzini, salare i pesci. Poi i tonni non vennero più: si disse che la colpa era dell’inquinamento marino, si disse poi che la responsabilità l’avevano i grossi pescherecci che calavano i consi in mare aperto e decimavano i branchi prima che arrivassero sotto costa. Il segnavento gira ancora, si accorda al vento, racconta storie che nessuno ha più voglia di ascoltare. Le vedo ancora benissimo volteggiare verso la battigia col suo eterno andirivieni, gli occhi persi nel cielo: le rivedo perfettamente mentre aspetto che il sole tramonti all’isola delle correnti.

Si apre il sipario: c’è un gran cannistru di rosi e di ciuri, la notti s’apri e lu jornu si chiuri. Una alla volta spuntano tutte le stelle e il faro si accende e, se ti metti a cavallo della luce passi il mare e arrivi in Africa. Io che campo all’acqua e al vento ci credo che un jornu giudica all’avutri e l’ultimo giudica a tutti, perché semo tutti ‘nsunnati, campiamo con la testa nell’aria e se casca il cielo non ce ne accorgiamo. Ma forse questo vogliono quelli che comandano, che dormiamo un sogno che duri tutta la vita; si scantanu che sennò…altri Vespri e altre rivoluzioni. E’ destino campari come auceddi e morriri comu passarieddi, senza che nessuno se ni adduna.

A cosa diavolo serve un posto come questo? Sono stanco di girare in tondo e controllare, adeguare per trovare comprensione (intelligere), smorzare per ammorbidire gli spigoli, presentarmi col cappello in mano e il freno tirato per scrivere sempre un po’ meno di quanto io sappia fare.

Sono nato alla pagina scritta una sera d’estate di 43 anni fa davanti al mare delle saline fra Nubia e Salina Grande e la verità è che i ragazzi certe cose le sanno dire…le dimenticano dopo; col tempo fanno di tutto per dimenticarle. Era un tramonto vero, di quelli che i pittori arrossano di arancio e qualche sbuffo rosa e viola, di quelli che i poeti usano per arrampicarsi sull’Olimpo. Noi eravamo lì, seduti sul muretto, dando le spalle al campetto dove giocavano a tendersi le prime ombre. Il mare ha avuto un ultimo fremito di colori, poi si è spento in un altro blu, che non era ancora quello della sera.

– E’ bello stare qui- lei ha detto ed io ho riso, perché i ragazzi certe cose non le sanno dire, ma lei quella volta aveva detto proprio così. Io ero felice abbastanza quanto basta. A casa la sera ero infuocato, febbricitante, e lo scrissi ed era tagliente e improvviso come il bacio che lei mi aveva dato. Nascemmo alla vita nel rosso porpora di un giorno che muore, ci addormentammo dentro il blu della sera che incedeva sicura di sé. Cominciò con due piccole bugie:

– E’ qui che abiti allora? – Sì solo d’estate però.

Mentimmo per timidezza o perchè golosi del tempo che la menzogna ci regalava? Mi guardavi senza guardarmi

– Che fai adesso – Arrivo fino alla torre…vieni anche tu.

E mi sembrò una proposta di un’audacia sconsiderata; la osservai sfrontatamente per darmi un tono e vedere l’effetto della mia proposta. Mi costò una fatica immane.

– Sei il figlio dei milanesi? – Sì, ma i miei sono siciliani.

E mi incamminai, senza contare i passi, senza considerare i suoi…mi persi assieme a lei e ci regalammo un silenzio ininterrotto fino al muretto di pietra.

– Che studi?- per non chiedere l’età – Entro al Ginnasio l’anno prossimo – Io sono al terzo anno- le dissi mentendo per avere tempo, più tempo per la mia virilità confusa.

– Hai un accento strano, parlano tutti così da te? Non fece nessun accenno alla mia bugia, vi passò sopra semplicemente come una cosa inutile da mettere da parte, ma sorrise. Mi rivelò il gioco delle futilità dette solo per gioco. Le parole: una stessa nota in chiave diversa. Non fu una menzogna e nemmeno una parziale verità. Fu un richiamo, solo una voce davanti al mare.

– Ti chiami Enzo, ho sentito ieri tua madre che ti chiamava. – Hai fatto attenzione. Perché?

– Nuotavi bene ed eri solo. Non hai amici qui?

Lo presi per un buon inizio e pensai che il suo muoversi, il suo sedersi, il tono della sua voce fosse un bisbiglio che potevo avvertire soltanto io. Passammo un gran tempo di noi a raccontarci bugie per coprire la verità dei sensi; il giorno cadde quando le sfiorai le ginocchia, la mia vita cambiò quando le toccai i seni di ragazza. Mentire per non morire, per prolungare all’infinito la prima volta dell’amore, e tenersela per sé.

Un bacio ansioso prima, lunghissimo dopo.

– Me ne dai un altro?”- – Sì, è stato bello.

– Quanti ne hai dati finora?

Non le dissi che era il primo. Non le dissi più nulla e mi feci portare via dal sogno. La notte, tardi, mi leccai la ferita calda di quelle labbra e sciolsi il tempo delle parole su una pagina: la prima. Di sera penso ogni tanto alla rincorsa affannosa e febbricitante di questa condivisione. Suona con un’ eco serena sulla nudità di questa solitudine; se me ne libero resto, oggi come ieri, nudo e vero.

Con il mare sono troppo esigente Questo è un concetto che leggendo le mie cose dovete tenere costantemente presente Io sono stato abituato male e le esperienze di bambino prima e ragazzo poi mi hanno educato il palato in maniera esagerata. Per capirci, la mia arroganza e il mio esagerato snobismo, quello di cui sono accusato un giorno sì e l’altro pure, nei riguardi dell’argomento MARE sono veramente evidenti. Io non mi accontento, non posso. Da bambino ho fatto bagni per lunghissime e interminabili estati sotto l’acropoli di antiche città greche (Selinunte) o su spiagge di 6 chilometri sul canale di Sicilia alle foci del Belice avendo come compagnia 3 o 4 persone in tutto ( fatte salve qualche pecora e un paio di cani). Adolescente quando la forza del fisico giovane mi faceva sentire onnipotente ho imparato il rispetto per la magia suprema degli abissi nella acque cristalline delle Egadi. Ho vibrato di una musica che solo il contatto col mare “vero” può regalare. Vorrei portarvi dentro i miei occhi e mostrarvi i fondali di Levanzo o Marettimo, la ghiaia bianca perfettamente visibile e nitida 30 metri sotto la superficie di cala Bianca o il branco di ricciole da 40 chili l’una che solcano maestose il blu delle acque di Linosa, il senso di gioia e di pulizia primordiale che un bagno alla spiaggia dei conigli di Lampedusa restituisce a chi vi si immerge. No, non posso più accontentarmi: ho visto il sole annegare in uno sciame di oro e le stelle diventare l’unica luce sul velluto della notte ed era Filicudi 30 anni fa, era il sogno, la vita e il richiamo del mare anche di notte aspettando il regalo di un nuovo giorno. Ho tremato di eccitazione a 15 anni uscendo al sole impietoso del Tirreno dopo aver attraversato la prima galleria dello Zingaro quando la riserva naturale non c’era ancora e per 12 chilometri le calette caraibiche, con un’acqua così trasparente da sembrare inesistente, risuonavano soltanto dei sussurri di tre ragazzi… Non riesco ad accontentarmi: guardavo scendere il corpo sensuale della mia ragazza di allora, la vedevo filare sicura verso i 20 metri in apnea nelle acque di Capo Murro di Porco a Siracusa e mi dicevo: è una dea ed io scenderò laggiù con lei per baciarla. I giorni e le notti erano allora il palcoscenico di una giovinezza eterna il cui alito fu così forte da sorreggermi ancora oggi, da permettermi di scriverne così ancora con le lacrime agli occhi. E’ al mare che ho conosciuto che devo la mia vita, al suo scintillio dorato lungo la spiaggia di Vendicari, alla sua eco nel solitario e ventoso arco di sabbia di Capo isola delle Correnti che devo il mio senso del tempo che mal si adatta ai ritmi sciocchi di quest’altra vita. Quel mare, il mare della mia terra non somiglia in nulla ai succedanei che vedo dappertutto attorno a me: stona in modo terribile con ciò che il mare ( anche quello siciliano) è diventato. Non riesco sulle spiagge con migliaia di ombrelloni in fila a leggere la metafisica della terra che abito e, senza di essa, io sono nulla, non esisto. E non scrivo.

Quindi non voglio accontentarmi e mi incammino da solo lungo i 300 e passa chilometri di costa che guardano L’Africa sull’altra sponda: a metà strada circa c’è il bagliore accecante di Balata dei Turchi e, attorno, solo la miseria più antica e silenziosa. Se è questa che volete conoscere, questa quella con cui volete parlare per scoprirne gli immensi tesori, fermatevi dunque. Immergetevi dove l’azzurro si mescola col candore immacolato della roccia e lasciate che sia il mare a raccontarvi, meglio di me, la storia infinita del nostro trascorrere quaggiù.

Non so dove comincia il mare e dove iniziano le donne e l’amore, non so nemmeno se esistono confini così netti. Uno dei ricordi più forti di quella stagione della mia vita era il senso di unitarietà. Una meraviglia! La vita, il sesso, il mare, certe sere a parlar di niente sotto le stelle…le stelle, un oceano di stelle come le puoi vedere solo in luoghi poco abitati e con pochissima luce artificiale. RICCIOLE è questo, io ero lì dentro, non chiudo mai la porta all’universo spero sempre di potervi rientrare ogni volta che scappo da questa dimensione di vita. Per lungo tempo mi sono posto lo stesso dilemma perchè sentivo che dentro di me scorreva acqua salata; chi ha praticato sport subacquei lo sa bene, conosce quel senso di magia azzurra che non è altro che il richiamo della vita antecedente. Linosa, quella Linosa sono stati per me un regalo grande, scriverne è un voler in qualche modo diffondere il regalo. Il branco di ricciole che dopo un giro spariscono nel blu profondo l’ho fisso dentro gli occhi.. e sono passati decenni!

Linosa, è una delle isole Pelagie (5,43 km2, circa 420 ab.) 20 miglia a NE di Lampedusa. Quasi equidistante dalla costa siciliana e da quella africana (79 miglia ca.)

Agosto 1986- Bene, sto bene ma non lo trovo. Ho tirato fuori dal borsone tutto il suo contenuto ma non c’è: e questo è veramente incredibile perché stamattina alle 10 c’era…pronto all’uso. Angela, deve essere stata lei a prenderlo per dispetto, si sarà rotta definitivamente le scatole delle mie “pescate” quotidiane, mattina e pomeriggio, la sera no, ci mancherebbe che abbia un ruolo inferiore a quello di una cernia.

– Eh? Che ne dici? Sai cos’è? Uno scorfano di quasi 800 grammi, guarda che meraviglia. L’ho beccato in un anfratto di roccia a meno di 5 metri, era perfettamente mimetizzato ma non mi ha fregato, sono…

– Devo cucinarlo? – lo guarda con indifferenza – oppure lo fai essiccare e lo esponi in bacheca?

Mi fa incazzare da morire e lo sa, un po’ però ha ragione: la porto in un posto dove la temperatura media è 37 gradi e la profondità media entro i 50 metri da riva è 10 metri, lei nuota maluccio e non distingue un sarago da una spigola

– Angelina, dai, in fondo t’ho lasciata sola meno di 2 ore; eri lì bella tranquilla a prendere il sole…secondo me non te ne sei manco accorta che mi ero buttato un po’ in acqua.

– Enzo smettila! Ma che cosa hai nella testa? Mi pianti su uno scoglio a carbonizzarmi per ore e poi pensi che io stia qui in adorazione davanti a questi poveri pesci morti, intenta ad ascoltare la storia della loro ex vita! Sei uno stronzo e del tuo scorfano non mi frega niente!

E’ bellissima. Il seno le si muove per il respiro acceso, mi avvicino e lei mi pianta in faccia gli occhi neri e pieni di brace. Che devo dirvi, il profumo della crema solare mista a quella della pelle ha ucciso qualsiasi intenzione di dialogo e ha dato il via ad altre intenzioni; me la porto vicino, sono un pezzo d’acciaio. Lo scorfano è caduto a terra. Anche adesso che ci sto pensando mi sento eccitato: guardo l’ora, le 17, bene, il mare ha una specie di fremito leggero e l’odore della salsedine mi fa sentire vivo. Bene, sto bene ma il mio arbalete da 1 metro e 80 a fiocina singola con elastici in caucciù da 150 mm è sparito. Al suo posto mi è rimasto un ridicolo ministenad aria compressa da tana (quello dello scorfano, per intenderci). Va bene, poi ne parliamo, adesso calma e piano d’immersione: ho si e no 1 ora e mezzo di tempo perché stasera passeggiata al chiaro di luna e…replica dell’intermezzo delle ore 13, un fuciletto da Pierino e il lupo e i fondali più stupidi di Linosa davanti. Però 40 metri a sinistra dopo la punta c’è un gruppo di grossi massi poggiati sul fondo a circa 15 metri: l’altro ieri mentre sguazzavo con Angela ho dato un’occhiata con la maschera dalla superficie e qualche ombra scura l’ho vista muoversi. Cerniotti di 1 o 2 chili probabilmente o, forse, ombrine; ma qui è un paradiso, una specie d’acquario con libera entrata, mal che vada prima di uscire sparo al primo polipo che vedo. L’acqua mi abbraccia allegra come sempre ed io galleggio a malapena perché mi sono zavorrato negativo per scendere più in fretta. Mi guardo attorno: la linea dell’orizzonte davanti e l’orlo nero della costa dietro. Respiro a fondo è tutto a posto: mare fammi entrare e concedimi i tuoi favori…testa sott’acqua.

Pinneggio piano verso la punta mentre scandisco il tempo col mio respiro attraverso il boccaglio. Un piccolo branco di salpe fugge spaventato al mio passaggio, cambiano colore a seconda della luce che colpisce il loro corpo, prima argentee poi diventano evidenti le righe verdi longitudinali…ma sono gà lontane. Provo a scendere qualche metro ed è tutto un fuggi fuggi generale di pesciolini colorati, solo i tordi s’infrattano fra le alghe sperando di non esser visti ma i tordi sono i pesci più stupidi del mondo e hanno una carne scipita e molliccia. Ecco i grossi massi, l’acqua è di cristallo, come se non ci fosse niente fra me e questo mondo incantato: sto bene, in acqua sono sempre stato bene fin da bambino, all’acqua ho raccontato i miei segreti e lei mi ha risposto con trasporto e suadente magia. Un’amante perfetta. Pinneggio piano, non voglio far rumore: non si vede niente, niente di interessante…ma non significa che ci sia il vuoto. A Linosa, figuriamoci.

Respiro profondamente, varie volte, mi rimpinzo i polmoni d’aria. Non penso a nulla. Capriola e comincio a scendere. 4 metri, compenso. Non si vede niente, fondali vuoti. 7 metri, ora i 2 massi sono bene in vista. Compenso 12 metri, compenso. Sono più profondi di quanto immaginassi e abitati però. Ben abitati, uno due, tre cerniotti passeggiano placidi accanto alla base del primo masso. Non devo perdere tempo e concentrazione, un paio di spinte e sono a meno 15, la temperatura adesso comincia a farsi sentire nonostante la muta. C’è un cerniotto separato dagli altri, piccolo, non più di 3 chili e completamente scemo perché adesso si è messo a candela e mi guarda curioso mentre filo veloce verso di lui. Fanno così se non hanno mai visto un uomo in acqua, credo che fra un paio di secondi non vedrà mai più niente. 18 metri, tolgo la sicura e muovo lentamente il braccio, non posso sbagliare, non a questa profondità.

Vengono fuori dal nulla, dal blu profondo, inaspettate come il senso dell’universo dentro la luna una sera d’estate. Non le ho sentite: un branco di enormi ricciole, pelagici d’alto mare, un centinaio di siluri d’argento con una riga gialla sulla parte alta del dorso. Sono bellezza e forza allo stato puro, un punto esclamativo ficcato dentro il mio cervello. Io sono lì, una virgola sospesa a mezz’acqua con una stupida appendice in mano, vergognoso come un ladro. Mi girano attorno coi grandi occhi lucenti ma non mi guardano; sento l’acqua che spostano, sono esemplari che superano i 30 chili. Un giro, due giri, un colpo di coda sincrono e…non ci sono più. E’ il diaframma che batte in alto a riportarmi a me stesso: da quanto sono sotto? Meglio non chiederselo è tempo perso e io non posso perderne più: sgancio i pesi dalla cintura e volo verso la superficie come un razzo, in apnea si può e arrivo all’aria in un orgasmo di ossigeno. Mi calmo lentamente e già è quasi sera: Angelina ha ragione non mi accorgo del tempo quando sono laggiù. Stasera le dirò che l’amo e ci sarà una luna che poi scomparirà per lasciare spazio a un oceano di stelle; il profumo del timo e del ginepro si fonderà con la sua pelle di donna e sarà bella e misteriosa come il mare scuro che ci circonda ovunque. Non faremo all’amore perché sarò troppo emozionato ma lei se ne accorgerà da un piccolo tremore mentre la bacio; mi spingerà il viso verso l’alto e mi chiederà… e io glielo dirò che ho incontrato il mare e finalmente lei tutta presa mi dirà: racconta.

Ma a me chi diavolo lo fa fare? Mi attirano sempre quelli diversi da me, leggo quelli con attenzione, me li studio, ci penso e cerco. Cosa? Cerco il motivo o le storie che ci sono dietro , quello che li possa rendere comprensibili insomma. Funziona? Col c..o che funziona! Sul web va diversamente, steccati belle gioie, sguardi sdegnosi e ritirate strategiche, minchia! Ho cominciato in modo borghese da figlio di borghesi. Ma era gente colta, fatto gravissimo, ed erano siciliani fatto ancora più grave perchè i siciliani sono curiosi e sospettosi e quando dici loro di adeguarsi e zitto fanno quasi sempre il contrario.

Ho continuato a sinistra a Milano, dentro il movimento ed era il 68 pieno con annessi e connessi, scontri di piazza assemblee e e teoria a gogo. E’ passato molto tempo e alcune cose, certe analisi sono uscite dalla moda del momento e dell’età anagrafica e si sono mostrate più concrete e molto meno romantiche. Per dirla senza giri di parole: io dei fascisti veri ne ho sentito parlare e ne ho letto ma quelli veri li ho incontrati a sinistra, anche nel movimento. Spero di essere stato chiaro.

L’arroganza più o meno sottile dei discorsi, il travisamento dei fatti e della storia, la criminalizzazione piena di sussiego di chi ha un’opinione diversa, lo stracciamento continuato delle vesti io a sinistra l’ho conosciuto da quando ero un ragazzo. Non è in nulla diverso dalla situazione che si vive a destra o a Nord. Detto ciò se ne ho voglia e tempo le prossime volte parliamo di due argomenti “intoccabili”: Costituzione e Resistenza. Se non si scatena prima l’apocalisse.

Se fossi uno storico di livello, uno come Villari, ad esempio, oggi, affacciato da questa balconata, direi che essa e tutto quel che vi sta attorno, sono l’esempio perfetto dell’arretratezza e del distacco dall’altro mondo, dall’altra Italia, quella unita all’Europa. Se non avessi letto fin da ragazzo, se i miei non fossero stati quelli che sono ed io non avessi camminato su e giù per le strade di questa penisola vagheggerei facilmente facili scappatoie culturali per lasciare la mano. Se non mi fossi perso dentro certi tramonti e certi profumi e li avessi considerati solo parte di un bel viaggio esotico, oggi guardando il lungomare e la nave che sta per entrare in porto direi a me stesso: peccato tanta bellezza in tanto disordine. Ma parlare di Palermo, della mia città, del mio intimo è un’altra cosa, è un impresa non risolvibile in battute di forte impegno critico o di inesauribile affetto sconsiderato.

Queste sono le mura delle “cattive” cioè delle prigioniere del proprio stato di vedove e inavvicinabili signore del tempo che fu. Chissà come venne interpretato il nome in questi ultimi 3 secoli dalla gente che non masticava nemmeno l’abc della lingua latina? Importa poco, le Cattive continuarono per lungo tempo ad osservare, golose, la passaggiata sfarzosa di chi poteva uscire allo scoperto senza dar scandalo…salvo poi fare le medesime cose in modo più riservato dentro gli immensi saloni dei palazzi nobiliari.Palazzo Butera fa da sfondo e osserva severo la storia che è transitata da qui. Io provo a fare lo stesso e guardo tenendo poggiate le mani sul granito muschioso che delimita i bastioni. La storia prima vociante e adesso silenzio, la storia immota e quella che diede l’impressione di una gran corsa: tutta la storia insieme che preme su questo lungomare e nessuno vuole più ascoltare. Passarono le truppe garibaldine con le camicie piene di parole alte e romantiche, Patria, Unità, Italia…progresso. Prima di loro vicerè e imperatori, Normanni e Saraceni e altre parole, altre divise sotto lo stesso cielo e davanti allo stesso mare. Il Gattopardo incontrò qui la sua ultima signora, quella vagheggiata da sempre, e i suoi simili riempirono di luci e di lussi i saloni di questo palazzo e dei palazzi vicini: carrozze e sete fruscianti, baciamano e valzer a due passi dalla miseria più degradata.Ma io sono un uomo del secolo scorso, per qualche strana condizione non ripetibile vivo davanti a quest’epoca che crede di poter essere quella definitiva…è giusto così perchè la speranza rinnovabile è l’unica cosa certa per ogni nuova generazione. Sapeste quanti lo hanno pensato: dignitari piemontesi e ragazze del bel mondo fin de siecle, vescovi cardinali e politici della Dc anni 50. Nessuno di essi “cattivo” ognuno dimentico del giorno in cui, 9 maggio del 43, questa città spari sotto 420 fortezze volanti della USA AIR FORCE.

Ah gli americani come sanno risolvere alla radice ogni problema: nessuno sa con certezza quanti furono quel giorno i morti , tredici… quindicimila, le bombe della Pensylvania come viatico alla scomparsa di un mondo inutile e fuori mercato. Qua davanti sono passate le camicie nere di Mussolini e i picciotti di Totò Reina, i compagni di Peppino Impastato e le auto blu di Raffaele Lombardo. La mia città che fra poco sarà di nuovo sotto quel blu cobalto delle sere d’estate che non hanno nulla di umano, Palermo punteggiata da campanili, guglie moresche e ville liberty. La mia città che digerisce tutto e non si può comprare a nessun prezzo,la mia maledetta lezione di storia, di principi e comparse, di gloria e fine di tutto. Palermo di Elvira Sellerio e di Totò Cuffaro, Palermo fuori dall’Europa e dalla Padania, Palermo che ricorda i diciotto anni dalla morte di Giovanni Falcone e l’Italia, lo Stato Italiano che icredibilmente sopravvive ad una strage che nessun paese civile avrebbe sopportato. “Senza vedere la Sicilia, non ci si può fare un’idea dell’Italia. E’ in Sicilia che si trova la chiave di tutto” ( W. GOETHE). Un paradosso uno dei tanti, un ‘idea di nazione che passa dagli antipodi di Milano e Torino oppure la fine di quel sogno ( o menzogna) unitario che scavalcò lo stretto per tornare da dove era venuto. Non so perchè ma non mi riesce mai di parlare di Palermo: sono un siciliano del secolo scorso e come tutti i siciliani, sono al tempo stesso dentro e fuori gli eventi, sempre in preda ad astratti furori e amori infiniti, inquilino della Storia, pronto ad esserne sfrattato. U’ sapiti com’è no?

MODENA 20 GENNAIO 1980

Faccio la guardia a quelli che, infreddoliti, entrano in sala per fare in fretta colazione: escono dalla nebbia esterna per infilarsi dentro questa fatta di sigarette e cappuccini caldi. Controllo la mensa, non esiste cosa più stupida al mondo, non esiste attualmente uomo più stupido di me. Il freddo ha cristallizzato per sbaglio questo mondo di brina e case di pianura, ne avevo un ricordo ancora vivo ma ero andato lontano, a sud, alle mie radici; questo gelo mi impone coscienze diverse, sogni diversi, vite diverse. Controllo da ufficiale la mensa di questa caserma prima che tra un quarto d’ora suoni l’adunata e si alzi la bandiera, il mio spirito vola bassissimo. Non ci sono colori, non c’è un futuro visibile dentro questo inverno, nulla che rompa l’assedio dell’indifferenza di vivere. Io in fondo non sono nulla e mi confonderò tra poco nella nebbia uscendo sul selciato esterno. – Un caffè tenente? – Annuisco, lui sorride lo prepara e me lo porge sul bancone.

Prendo la tazzina e mi giro guardando la mattina che automaticamente si apre davanti a me. Joan esce dagli altoparlanti come una magia, come un sogno insperato: io non capisco come ma è lei in una vecchia ballata di Bob Dylan, passa un tempo infinito che si scioglie nello sguardo complice del ragazzo del bar – Lo sapevo che le sarebbe piaciuto tenente, l’ho capito da molte cose in questi giorni.

SALINA

“Se vogliamo che tutto rimanga com’e’, bisogna che tutto cambi!”.

Era scritto così e son trascorsi 50 anni ma la mia città sembra senza memoria: le strade, i palazzi e la vita che vi scorre dentro, tutto apparentemente slegato da un passato ogni giorno più lontano. Misconosciuto.

Palermo vuole dimenticare, brucia le sue stagioni e lascia che i frammenti della sua storia millenaria restino

sparsi in giro tra i vicoli, le piazze, il mare il cielo e le chiese: li raccolga chi vuole e ne faccia ricordo se vuole, storia se può, ma non per gli abitanti. Essi non sanno o fanno perfettamente finta di non sapere, trascendono e corrono via come chi troppo ha avuto e naturalmente tutto spreca. Sono arrivato qui nel pomeriggio silenzioso di questa giornata di festa con la testa e gli occhi pieni di immagini di uno stato, una repubblica cui vorrei essere più affezionato ma non sono sicuro di riuscire a rappresentare il distacco, il vuoto in cui risuonano i miei passi in questa piazza Croce dei Vespri di fianco al convento di S. Anna.

Vi sono molti luoghi in quest’isola che respirano l’aria di eventi letterari; luoghi che altrove sarebbero “abbelliti” e rispettati come fulcro di un’esperienza artistica e umana fuori dal comune. Penso a certe strade di Siracusa per Elio Vittorini o di Modica per Salvatore quasimodo, a certi cieli sopra Marzameni o Catania per Vitaliano Brancati, a certi orizzonti dinanzi alla valle dei templi di Agrigento per Luigi Pirandello. Qui davanti alla facciata di palazzo Ganci è normale pensare alla sintassi esemplare di un libro che è stato un caso letterario famoso: la fama e il successo planetario postumi, la stessa logica culturale sociale dell’intera città, Palermo non si cura di sè nemmeno nei suoi rappresentanti istituzionali, la capitale non ha memoria pare che non ami e lascia che il tempo la divori. Nel novembre del 1958 usciva postumo “Il Gattopardo” e agli inizi degli anni 60 Luchino Visconti ne traeva un’interpretazione cinematografica che resterà un “cult” del cinema mondiale. Non c’è gloria visibile in quest’angolo del centro storico di Palermo: il palazzo come il libro e, per certi versi il film, è ricoperto da un oblio lento e inesorabile. Lo stesso che percepiva come ineluttabile il principe Salina durante il ballo a palazzo Ponteleone. Qui fu girata la scena memorabile del ballo col valzer inedito di Verdi, gli stucchi, gli specchi e l’immensa sala pavimentata con ceramiche di Caltagirone.

E’ tutto come allora, dentro il palazzo: la principessa Carine Vanni Mantegna può ancora spalancare la porta su una sala piena solo di echi lontani perché, è curioso, ma la lettura e la visione di questi luoghi ha un senso compiuto solo attraverso una comprensione storico sociale attenta di ciò che fu ed è. Evidentemente lo snobismo altero dei gattopardi siciliani riesce ancora a isolare in un perfetto riserbo i visi e le idee, l’aria e lo spirito della loro indolente sicilianità. Nessuna parola renderà mai il senso del bello e dell’inutile che trasuda da questi ambienti. Burt Lancaster, il principe Salina, se ne era impregnato per mesi, ospite di quell’alta società palermitana che fece poi da comparsa nel film per evitare di perder tempo, come volle Visconti, a insegnare il perfetto baciamano agli attori. E tutto insieme il palazzo, i suoi arazzi e i suoi splendori stanno qui in un’atmosfera rarefatta che io non riesco in nessun modo a far combaciare col resto di questa giornata. C’è un’asincronia culturale profonda tra il mio sud che si affaccia su piazza dei Vespri e l’Italia di piazza Montecitorio e quella ancora della Milano di Belusconi e Salvini. Ma probabilmente sono io ad essere fuori tempo e fuori luogo: a chi può importare del 1860, di Garibaldi e di palazzo Ganci?

Sto lì, fermo a farmi divorare dai miei pensieri, in fondo sono tornato in questi luoghi per tale motivo. Una turista mi chiede con la piantina in mano: “piazza S. Anna?” E’ francese dall’accento; “ Sì madame è questa, se cerca la galleria d’arte moderna è proprio lì alle sue spalle” La signora annuisce ma, un po’ interdetta, guarda il palazzo… “ E’ palazzo Ganci…Visconti, il Gattopardo…ricorda?” Sì, sta ricordando, ha una strana luce negli occhi, chiama il marito,“ Paul, Paul, vien, ici, ici”. La saluto: buona permanenza a Palermo madame. Qui tutto cambia perché nulla cambi veramente.

La musica che fa da colonna sonora a questo blog mi rappresenta compiutamente: le altre, tutte le altre, sono soltanto variazioni sul tema, fughe in avanti o di lato facilitate dalla mia antica passione per le note. Sono nato all’ascolto (anche di me stesso) con il sinfonismo (non solo quello) europeo degli ultimi 3 secoli ma mi sono fisiologicamente fatto circuire dal rock degli anni 70-80, quelli della mia età verde. Infine la mia strada mi riporta a Beethoven e alla decisione assoluta e magnifica del Requiem di Mozart: il mio senso è lì ed io non posso sfuggirvi. Non è di alcuna utilità fingere una positività che non mi appartiene da tempo immemorabile o addirittura scriverne: non si deve mai scrivere prostituendosi alla necessità sociale del momento. Così mi rendo conto ogni giorno di più di quanto sia “naturale” e triste questa mia reiterata abitudine sintattica e concettuale, quanto sia limitante ma ineludibile il mio modo di scrivere…o riscrivere. Le pagine sono moltissime e variamente addobbate ma il blog è UNICO!

Ancora vi dirò che non riesco più a leggere la blogosfera con la serenità necessaria, fondamentalmente ne provo spesso fastidio; in certi casi carezzo in segreto le pagine dei miei amici di sempre e non riesco a capire il senso dei loro contatti in rete; mi sembra contradditorio, forzato, una concessione alla umana necessità di piacere e di farsi blandire ogni tanto.In questa incomprensione si trova tutta la mia distanza incolmabile fra il desiderio palese di continuare in modo nuovo e decente e la obiettiva incapacità di farlo il blogger. A mio parere abbiamo già detto tutto, quelli come me possono al massimo ripetersi, passando dal ridicolo all’agiografico o dallo storico appassionato all’incisivo sintetico (vedi twitter); in pratica abbiamo fregato le nuove leve della blogosfera e l’unica cosa che possiamo fare è sparire per dar loro l’illusione che ci sia veramente aria nuova in giro. Omologazione non Richiesta sta continuando la sua strada pacatamente…oddio talvolta il deficiente di turno riesce a darle una piacevole scossa di gossip virtuale, riesce persino a farmi incazzare come ai vecchi tempi. Ma dura poco, Mozart riprende tutto il suo spazio e io lo ascolto in silenzio scrivendo righe che nessuno di voi leggerà mai.

Di tutto il materiale che negli anni avete trovato in rete sto ricavando alcuni blog con relativa dote di immagini ma posso sistemarli solo in “privato”: ciò significa che li leggerete ( ma poi mi domando veramente a chi può interessare farlo) solo quando saranno finiti, in pratica saranno blog completi dall’inizio alla fine e la dinamica progressiva in fieri di cui tanto andiamo orgogliosi sarà andata a quel paese! Non voglio essere distratto dal chiacchericcio un po’ vacuo che ci fa interpreti di questo ambiente virtuale: il resto per ora è solo un mio vezzo ludico privato che diverrà pubblico tra qualche tempo. IL CARTACEO sto provando a farlo diventare realtà :il copyright dei miei testi è adesso così evidente per tale motivo, siete avvisati dunque. In ogni caso il mio modo di essere nella sostanza non può cambiare, non a questa età e non con stimoli ordinari: il blog scritto da me riflette perfettamente e in toto me stesso. Altrimenti scompare che è poi il giusto destino del virtuale in senso lato: l’ho detto tempo fa, il virtuale non ci sopravviverà, il cartaceo in qualche caso sì, della memoria siamo gli unici custodi personali ed essa va dove solo noi possiamo coglierne il vero frutto. Quello non potrà mai diventare un post.

Vi voglio bene almeno quanto non vi sopporti: la storia della mia vita è tutta lì.

“La mia infelicità vera è iniziata nel momento in cui ho iniziato a mediare ogni moto “di pancia” attraverso la ragione” – cit NICOLETTA RANALDO. 

La natura vera e profonda, il nostro istinto “privato”, quello che ci fa uno diverso dall’altro, guida comunque la nostra vita. E’ vero quello che afferma Nico, ad un certo punto del nostro cammino, per la prima volta, iniziamo a mediare: ci sostituiamo al pilota automatico che ci ha portato fino a quel giorno. Non ci fidiamo? Vogliamo altro? Abbiamo bisogno di socialità condivise e misurate? Ognuno ha i suoi motivi e quel punto può riproporsi altre volte lungo il cammino. Io credo che, nonostante i nostri sforzi, andare contro natura, inguainare l’istinto e credere di pilotarlo dove e come vogliamo noi sia solo una menzogna. La nostra vita pian piano comincia a stridere, a imballarsi e a singhiozzare…alla fine è uno schifo che non riconosciamo più come nostro. Questa maledetta ragione e, appresso ad essa, l’autoanalisi e le elucubrazioni conseguenti mi hanno personalmente ridotto ad un fantasma senza colore, un essere che grida a bocca aperta e annega rifiutandosi di nuotare. Da un certo punto in poi non c’è ritorno, almeno non c’è alternativa esistenziale: devi accontentarti, se ce la fai, di scappatoie filosofiche, ectoplasmi del tuo pensiero in forma di deja-vu che fanno più male del presente. Io ho trascorso la mia vita litigando continuamente col mio pilota automatico. Ho anche preso una licenza di volo e l’ho sbandierata come viatico per una rotta sicura e felice mentre il pilota automatico si faceva beffe di me… adesso mi guarda con un ghigno a braccia conserte. L’aereo vola in apparente calma, niente e nessuno sembra poter interferire sul viaggio, ma se guardo fuori dai finestrini di questo Blog il paesaggio è quello di rovine a perdita d’occhio. Anche volendo riaffidare il comando alla parte più libera e selvaggia di me potrei al massimo trovare una piccola radura tra i sassi, atterrarci, accendere un fuoco e guardarmi attorno per scoprire da dove arriverà la fine.

Oltre un certo limite la vita acquista un sapore diverso e più ampio, si ridefiniscono i contorni del senso di vivere e della gioia che è insita in esso, anche le parole sono diverse e suonano un’armonia che è giusto incontrare lungo il proprio percorso. Adesso che l’estate pian piano sfiorisce e la sua essenza permane sempre più forte come l’impressione di una parola inespressa, adesso che il tempo seguirà percorsi più lenti, adesso è l’ora di sedersi a guardare il nuovo giro del sole.All’inizio non la cerchi, non la vuoi e te la senti lo stesso sulle spalle: sta lì, sale e scende, ogni tanto ci discuti anche. Quando il modo cambia non te ne accorgi quasi mai perchè è un gesto subdolo e lento, possono trascorrere anni e tu ci sei dentro, parli con te stesso e credi di farlo con altri ma giri in tondo. E ti abitui a considerare il rumore di fondo della vita che ti scorre accanto come un’articolata discussione; invece è solitudine e si è impossessata di te. Gli spazi che cerco hanno un timbro inconfondibile: mi attraversano e ricompongono le mie fibre ad un nuovo avvenire. Sono i latifondi dell’anima. Il cielo è grigio stasera, forse pioverà, forse l’acqua si porterà via tutta la terra accumulata dalle nostre impotenze. E’ stasera che Enzo si prende la testa fra le mani e vorrebbe riprendere a fumare. Stasera che i giochi si sono invertiti e la solitudine si vende a prezzi di realizzo. Scrivo per capire e sono un egoista, ogni tanto incontro uno scoglio più ruvido di me, altre volte una baia piena di vento e me la giro tutta. Lascio il gatto sul divano e il cuore spazzato via dagli anni sbagliati, buona musica sapete, un evergreen di quelli che tutti abbiamo amato. Suonerà ancora a lungo: certe volte la verità è un sorriso quieto che ci ostiniamo a cercare lontano ed invece è lì accanto a noi, è il primo bacio che abbiamo dato quello che non si scorda mai e non ti tradisce come invece ti prendono in giro le parole e i discorsi intelligenti fatti solo per altri fini.

Imparai da bambino a centellinare

la magia che una ragazza

sparge attorno a sé.

Scivolare tra le pieghe di un suo

sguardo,

assaporare poi, nel ricordo

di un’ora dopo, la trasparenza di una

mano,

il particolare timbro di un

silenzio,

gli altri mondi soltanto accennati

in un volgere del

capo.

Ti osservo ancora a quel modo

e tu giochi a far finta di non

saperlo.

Imparai da ragazzo a rincorrere la

diaspora di pensieri che una donna

porta con sé.

Ed è così che non ho mai scordato

il primo stupore

di te.

Un po’ di quella magia ancora

s’insinua tra noi come

una carezza di seta al termine

di questo giorno.

Sta scendendo la sera e arrivano a frotte i pensieri più diversi, si legano l’uno all’altro e ti portano sempre più lontano: i confini si fanno sfumati, le categorie meno dense e i profumi prendono il posto delle elucubrazioni più ciniche e impersonali. Desiderio di seno, di pelle, di labbra: cerco di penetrarti con le parole e ti bevo con la mente. Sono trascorsi pochi istanti ma non posso più tornare indietro, è una tensione inarrestabile verso un orgasmo liberatorio; te ne sei accorta e ti sei riconosciuta , mi agganci con i tuoi occhi verdi, quasi febbricitanti, e non mi lasci più. Forse pensavi che tutto questo non fosse possibile, pensavo anch’io la stessa cosa prima di conoscerti. Ascoltami, ora, in un attimo, sta morendo il vecchio ragazzo che sapeva molte cose. Al suo posto sta nascendo un uomo nuovo, ignorante di tutto, ma curioso d’ogni cosa. Parlami, signorina, avvelenami un po’ alla volta: sta scomparendo tutto, gli oggetti e le persone intorno a noi. Saremo soli io e te fra poco, assolutamente soli. Quel che non sapevo è che la solitudine di noi mi avrebbe accompagnato per sempre.

Sembra che rileggere e correggere ciò che si è scritto sia una nuova scrittura: reimpostare ex novo questo blog mi ha fatto agitare tutti i neuroni, analizzare tutte le rughe del mio viso, cadere le residue inibizioni che possedevo. In realtà ho sempre vissuto male lo sdoppiamento mentale tra le mie due anime (e non mi venite a dire che si capisce che sono dei Gemelli): quella lirica, lontana dal mondo in cui sono nato, balcone privilegiato su quell’altra in cui, invece, mi agito e mi incazzo, fatta di uomini e donne, di azioni e di strade che passano sotto i balconi delle idee e se ne fregano di sporcarsi e mischiarsi pur di riuscire a diventare vita.  Ho scritto molte poesie, alcune a distanza di anni sono restate tali altre sono morte in un abito che non competeva loro. Con tutto quello che ho lasciato negli anni in rete su spazi diversi fra loro potrei vivere di rendita per molto tempo. Perchè no? Copiare e incollare QUI il materiale mio di altri mondi e altri tempi: compiacermene stoltamente e facilmente, dare un ritocchino qua ed uno là, dirmi non male, non male finchè l’eco dei miei passi si perderebbe nello spazio vuoto della mia esistenza.

Spero che leggiate e possiate capire. Spero che sorridiate aprendovi alla verità che ci sovrasta: non potrei mai dirvi le stesse cose mescolate al chiasso che normalmente la vita fa. Bisogna dar spazio alle parole. A quelle grosse e a quelle piccole. Anche questa notte ho sognato ed era un sogno a tratti confuso, dentro c’eravamo proprio tutti: anche quelli che non visito mai. Però non c’erano gli equivoci e le prese di posizione assurde con cui, scendendo nella blogosfera, conviviamo tutti. O meglio, tutte queste cose stavano appiccicate ad una piccola parte del soffitto sopra di noi. Più in là si apriva un cielo grandissimo CHE CI ABBRACCIAVA TUTTI E RIDEVA DI NOI. A me, che guardavo il mondo, qualcuno che non ricordo diceva “Fai bene a non prenderti troppo sul serio”. Sono seriamente attratto da tutto questo universo che abbiamo costruito ( o ci hanno costruito? ) Si è levata una grande risata ma non era sarcasmo era consapevolezza e non era di qualcuno in particolare. Era anonima, era l’emozione di vivere perchè quella di credere è già passata. Ma tornerà.

L’amore che si presenta alle spalle

di notte è un assassino silenzioso.

Scivolo tra le sue braccia

per sfuggire al mio destino.

Dibattersi, negare

cambiare il suo disegno con una poesia

bilanciare con i miei frammenti

il suo sorriso finale è l’ultima sciocchezza

di quest’uomo.

Stanotte non finirà così

Per molto tempo ancora

tralascerò quella virgola che fa da confine

tra la vita e i giorni vuoti.

E voltandomi ti bacerò come tu non hai mai provato

Mi ucciderai certo ma non sarà invano

ti accoglierò da solo

stanotte.

Come sempre sono stato

e ti guiderò la mano

e per un lunghissimo attimo

capirai.

Dopo sarà troppo tardi

Troppo facile

troppo rapido e lontano

Devo essere sincero “stanotte” piace anche a me: l’ho scritta di getto come se fosse già presente dentro la mia mente e non aspettasse altro che uscire. Era notte alta e dovevo liberare il cuore da un peso decennale e crudele, non serviva altro che scrivere e farlo con dedizione sincera. Dopo, un minuto solo dopo è trascorso un intervallo infinito: esso ha annullato qualunque malinconia, qualunque ridicolo pietismo.io sono asciutto dentro quelle righe, non c’è nient’altro che la coscienza lucida di sè. Nessun rimpianto, la vita soltanto e l’amore o l’idea di esso, il profumo che chiunque lo abbia provato non dimenticherà perchè è una necessità senza do ut des, senza formalismi, senza età…solo io e quell’idea viva e terribile.

A SE il Principe Tomasi di Lampedusa, presso “Il Gattopardo” 

Scrivo a te per primo perchè sei stato il primo e un inizio è sempre indelebile. Stavi sul secondo ripiano della libreria, un po’ nascosto, probabilmente invisibile per lo sfarzo e il “volume” degli altri vicini. Ricordo bene la copertina verde con le incisione dorate dei “canti” di D’Annunzio e le edizioni in carta patinata dei classici di Leopardi, Pirandello, Svevo… fu scorrendo le dita sui loro dorsi sporgenti che ti vidi la prima volta. Un amore non nasce mai per caso, ci vuole l’atmosfera di un giorno d’estate silenzioso e raccolto, la visita a casa del Barone Pottino la sera precedente e l’aver ascoltato, con finta indifferenza, i discorsi che fluivano tra un caffè e un gelato alla mandorla; serve il talamo su cui consumare un rapporto che preme alla porta della tua vita mentale. Ti ho letto che ero troppo giovane e tu ti approfittasti di me. Celando il tuo vasto orizzonte dentro un’edizione economica della Feltrinelli, con quel disegno raffazzonato del Gattopardo sulla copertina mi ingannasti ed io annegai in una lettura sensuale e totale. Fosti il primo libro che carezzai lungamente e portai con me, nascostamente, nei luoghi che normalmente frequentavo, in una tasca o nel borsello. Mi facevi compagnia ed era una sensazione sconosciuta fino ad allora: pagine come un interlocutore, come un’amante da ritrovare e scoprire ogni volta. Mi accompagnasti nel mondo della lettura adulta, quella fatta di continui addii e ritrovamenti, di certezze eterne nascoste dentro l’animo. Una grande lezione di sintassi non solo letteraria; la sensazione del “capolavoro” l’ebbi subito senza riuscire però ad esprimerla in alcun modo. E fu probabilmente questo stimolo continuo ed inespresso a farmi fornicare con caparbietà fra le pieghe della tua pelle di carta; ti ho amato dal primo momento, ti ho desiderato sempre, non ho ancora finito di leggerti. Temo che la conclusione della lettura possa in qualche strano modo coincidere con “quell’altra” conclusione che nell’ottavo capitolo si erge sublime e definitiva come solo un grande amore può fare. Ti abbraccio fino al nostro prossimo incontro.

Non è vero che mi faccio capire e, allo stesso modo, ciò che scrivo non mi rappresenta quanto io vorrei. Queste pagine comunque sono il confine più vicino ai territori del mio spirito, da lì in poi devi inventarti pioniere. Tutta la mia vita, quella che conta, l’ho trascorsa in un confronto impietoso tra i miei sogni, i miei impulsi e il mondo che m’era toccato di vivere; dopo i 16 anni sono saltato su così tanti campi minati che oggi dovrei essere solo uno storpio, un povero corpo mutilato da ferite non più ricomponibili.

La libertà, la democrazia, l’amore e la rappresentanza, la società e perfino la storia, tutto questo enorme e composito fardello di idee non sono mai entrate dentro di me in modo naturale e piano: ogni anelito è stato sempre filtrato dalla cultura della mia generazione e dalla musica che ne era la più diretta emanazione. E ciò non l’ho mai compiutamente digerito! C’è una luce particolare oggi sullo jonio, un filtro di perla per ammorbidire gli spigoli dei miei umori confusi. Anche ora la musica di uno degli artisti che ho amato di più mi porterà fuori dalle secche di questa sera infinita, sarà il dito che ti indicherà la mia luna, ti dirà le parole che io non so pronunciare e avrò la speranza che l’amore in assoluto ricomponga il dissidio di sempre e che scriverlo non sia stato inutile. De Andrè ha già iniziato a raccontare del chimico che conosceva la legge che permetteva agli elementi di convivere senza scoppiare e ancora una volta chinerò la testa per ringraziarlo d’avermi fatto guardare oltre.

Un nuovo capitolo e ritorno in cammino, molte cose mi sembrano secondarie, forse inutili. Non incidono, non cambiano, fra un po’ di tempo saranno posate su qualche scaffale della mia vita ed io, passandoci davanti, le guarderò e le rigirerò fra le mani come testimonianze di deja vu pieni di polvere.

C’è poi un sentiero segreto che porta ad un’altura, una specie di poggio elevato e solitario: arrivato là mi fermo a guardare e mi commuovo, sì questa è la sensazione evidente. Tutto quello spazio immenso davanti a me mi fa sentire piccolo ma ricco. Per quei cieli passano sereni i volti e i cuori di quello che ho amato di più nella mia vita. Sono tutti lì, non se ne sono mai andati, mi rappresentano ed io con loro sono ancora vivo. Non ho più la forza di correre incontro a loro, sarà il pudore, un certo innato scetticismo che lotta ogni giorno con il senso romantico e idealista della mia vita, ma preferisco osservarli da qui. Mi sembra di sciuparli di meno i miei sogni, di coglierne il profumo vero, quello che nessuno potrà mai descrivere o inficiare. C’è uno spazio aperto e, al di là di esso, altri territori che un giorno di molto tempo fa osservai da vicino: imparai che si trapassa da una stagione all’altra e che questo guscio che ho, cui sono così affezionato, dovrò lasciarlo per un altro e un altro ancora. Il bello è che per una inspiegabile magia ci scordiamo di essere esistiti in un certo modo appena entriamo in confidenza con la nuova situazione e quindi tutto ci appare vergine e misterioso. Ora no, ora sono ficcato dentro quest’abito da Enzo con i suoi pensieri e i suoi amori perduti, ora sono dentro questo blog che tra qualche istante sarà corroso dalla benevolenza, dalla curiosità o dal livore incoercibile di qualche passante.

TereZa mi è sempre piaciuta, fin dal primo contatto e oltre le inevitabili e rare divergenze. L’ultima volta che la lessi aveva scritto un testo su ciò che resta di una stagione di blog e blogger , ha scritto dei superstiti e della uggia di restare tali. Poi un equivoco ha cancellato le nostre strade, un equivoco voluto da lei ed evitabile, una mancanza di fede e stima. Non l’ho perdonata.

Per tornare a scrivere è necessario, almeno per me, credere che il nuovo abbia un senso non solo per chi legge ma anche per chi scrive: io l’ho perso forse definitivamente e sopravvivo su questo e altri blog rieditando me stesso. Sono diventato insopportabile? A volte credo di sì , sento il peso di un trascinamento incomprensibile e lacerante. Ma esiste anche la coscienza di non aver detto abbastanza, non nel modo giusto, di non aver voluto per una malintesa forma di educazione virtuale attaccare una certa fauna che vive all’ombra della blogosfera. Non si tratta di un fatto meramente culturale bensì di una dimensione educativa che sfugge al controllo della cultura in senso stretto: è l’incapacità di ascoltare, la volgarità di sentirsi, senza merito alcuno, di varie spanne superiori all’altro. Lo dissi tempo fa, non legge più nessuno nemmeno chi con enorme sussiego afferma sul suo blog di essere una bibliofila. C’è una forma di cecità ideologica che impedisce la reale apertura sulle prospettive di scambio e condivisione che sembravano connaturate al mezzo blog; è esattamente questo che, personalmente, mi ha ucciso, il contatto continuo con persone cui è possibile solo concedere un falso apprezzamento stando ben attenti a non commettere nemmeno il più piccolo errore di battitura, a non mostrare mai le radici del proprio pensiero e della propria vita. I blog come diari virtuali ingessati dalla prepotenza altrui, la necessità assoluta di restare dentro i binari che altri hanno posato per far correre le nostre parole. Di cosa dovrei scrivere oggi? Certamente di politica o di libertà di stampa. Di storia, di poesia… quale? Di una storia raccontata da sempre ad uso e consumo di una parte, di una poesia che invece di volare sopra si perde nei vicoli di una sintassi scontata? Di quale politica? Quella che ha perso tutti i punti di riferimento e perpetua se stessa nei modi e nei tempi di sempre? Quella che non usa il compromesso lecito ma sfrutta il potere di esserci nel modo più bieco? La libertà di stampa ad uso e consumo di una parte pronta, al momento opportuno, a rinnegare il ciclostile da cui è nata e negare, negare fino alla nausea tutto, parole, fatti, storia…persone? Pubblico il già scritto io, quello che scrissi quando ancora ci credevo; lo faccio perché mi piace vederlo sulle pagine di questo monitor, amo accarezzarlo nella speranza che una nuova musica o una nuova immagine si poggino finalmente sull’idea intima che solo io possiedo di ciò che ho composto. Non voglio aver più l’assillo di doverlo spiegare o difendere dalla barbarie di molti, ho chiuso alla possibilità di un “normale commento” ; la scrittura sta lì, per tutti anche per chi sente e vede solo ciò che è conforme alla sua natura. Non credo più ai commenti, chi ha dire qualcosa deve anche possedere la forza di dirmelo in privato senza l’ausilio della piazza e dei suoi sgherri da quattro soldi. Quello che sogno è di poter tornare ad amare il sogno.

La condanna a morte venne eseguita a questa stessa ora di ventanni fa. Era scontata e fu eseguita, devo dirlo, nell’iniziale indifferenza di tutti perchè tutti sapevano, le istituzioni sapevano e nessuno fece nulla. I cento chili di esplosivo con cui fu imbottita una 126 parcheggiata davanti alla casa della madre fecero il loro dovere: brandelli di pelle e di arti furono sparsi in un ampio raggio di via D’Amelio e il palazzo fu seriamente danneggiato. L’AGENDA ROSSA sparì immediatamente, la possibilità di indagare seriamente era stata già compromessa l’anno prima quando Falcone andò a Roma. Oggi molti chiedono la verità, alcuni la pretendono, io la conosco, arrogantemente la conosco ed essa mi mortifica ogni giorno come cittadino e come siciliano. Borsellino come Falcone è stato assassinato perchè era un uomo onesto serio, preparato e non propenso a patteggiamenti con la mafia. Quindi pericolosissimo per cosa nostra e per tutto l’apparato statale che sottobanco con essa faceva affari redditizi. In Sicilia la gestione economica dell’amministrazione pubblica fa muovere denaro in termini enormi e da sempre la mafia entra in questa gestione e può farlo solo col tacito assenso del ministro o del pezzo grosso. Gli altri, i vassalli più o meno piccoli possono lavorare a tessere la tela di soldi e tangenti. Non è mai direttamente il presidente, il capo del governo o i suoi diretti, e più esposti mediaticamente, collaboratori a fare la telefonata a ricevere il boss…a mettere la firma: sono i sottoposti e il danno avanza ugualmente! Ma pensare che le alte cariche istituzionali e politiche a Palermo come a Roma non fossero coscienti di una bomba, un detonatore e una serie di stragi è solo una barzelletta stronza ed io oggi non voglia di ridere. CIAO PAOLO.

PICCOLA POSTILLA . Vi invito a leggere “Le ultime parole di Falcone e Borsellino” edito da chiarelettere, un libro di cui ho parlato recentemente; non amo i magistrati presenzialisti e politicizzati, quindi non amo Ingroia e Scarpinato ma la disanima del fenomeno mafioso è espressa in questo libro con una feroce lucidità da renderlo imperdibile! Le parole pronunciate dai due magistrati uccisi oggi a distanza di ventanni sono un atto d’accusa tremendo contro questa Nazione e i suoi rappresentanti locali e nazionali.

Esistono molte storie, in genere scegliamo quella che ci fa più comodo in quel momento. Gli anni tra il 43 e il 46 sono stati la base ideologica su cui costruire la Repubblica, la stessa logica su cui si costrui l’unità d’Italia. Non erano sincere entrambe. Può una giornata di festa importante essere sbiadita? Sì è possibile. Leggo i giornali, guardo la Tv e penso. Penso molto ma in modo confuso e incongruo, praticamente inutile. Penso ad altro per non pensare ai casi miei in modo ossessivo, non mi serve e non mi aiuta.

Da bambino c’erano solo i partigiani e la resistenza, c’era solo questa fetta di pianura con le sue città. Il mio mondo finiva al Mugello. Da ragazzo c’erano sempre i partigiani ( un po’ imbiancati) ma si era aggiunta la lotta di classe e i movimenti studenteschi. Ricordo quando scoprii con sorpresa che c’erano ancora i fascisti, o almeno i presunti tali. La resistenza ERA, era dovunque dalle mie parti, come si faceva a ipotizzare che potesse essere diversamente altrove? Leggevo dei drappelli nazi che entravano, prendevano e fucilavano tutti, donne vecchi e bambini compresi e mi montava il sangue alla testa. Ero pronto a prender su il fucile per combattere contro i porci che occupavano l’Italia. Ero prontissimo.

Il 23 aprile del 1976 scoprii l’altra faccia della medaglia, capii quel giorno chi portava veramente i regali a Natale e lo capii male e mi feci male. I compagni sono fascisti e niente scandali per favore, lasciatemi scrivere che ne ho piene le palle da quel giorno. con i compagni non discuti, appoggi. Le opinioni diverse sono revisionismo e la storia serve solo ai fini della vittoria finale. Enzo ci hai rotto i coglioni con queste domande! Enzo che cazzo te ne frega di Reggio Emilia! l’8 settembre a fianco degli alleati e non dire cazzate. I morti solo da una parte, dall’altra maiali schifosi – Me lo ricordo bene il signor Pasini e i suoi amici. ” Sentite io voglio solo capire, non c’ero ed ho solo i racconti e i libri di storia per capire. ”

” Ragazzo c’è poco da capire! Abbiamo combattutto per liberare l’Italia dai fascisti, siamo morti e fucilati donne e uomini. Alla fine li abbiamo appesi e abbiamo vinto. SE NECESSARIO LO RIFAREMMO DI NUOVO. Vai a chiarirti le idee davanti ad un monumento ai caduti e se parli ancora di guerra civile sono cazzi tuoi, capito stronzetto?” 

E’ stato un incubo terribile, si erano cambiati, trasfigurati, avevano gli occhi iniettati di sangue, e mi avrebbero pestato, cazzo se mi avrebbero pestato. Spingevo sui pedali della bici come un disperato. Io sono sempre stato un alieno ovunque, mi insospettisco se vedo troppa gente sullo stesso carro. In genere giro da solo. Adesso sono passati degli anni e so per certo che le cose non stanno nè come dice la Celebrazione nè come dicono i Camerati e la verità NON STA NEMMENO IN MEZZO. Non commentatemi chiedendomi dove sta, che ne so io? Voi che avete molte risposte lo sapete, che avete quei bei blog pieni di ideali sicuri e che i buoni di qua i cattivi di là. Ho visto blog col segno sul muro come ai tempi del Fuhrer: questo è un blog comunista, questo è di destra. con quelli non ci parlo, con gli altri non c’è dialogo. Io sono laico, io no, io sono stronzo voi invece no. E da stronzo oggi che sono solo e non c’è una donna che potrebbe darmi misura dico che

– L’Italia fu sconfitta nel 1945. Lo dimostrano le condizioni imposte dai vincitori, i debiti di guerra, la perdita di terre italiane.

– Non potrà mai unire la celebrazione di una sconfitta che ha visto alcuni italiani combattere contro altri italiani, ambedue al seguito di eserciti stranieri.

– Gli italiani di concreto fecero ben poco. Senza le Forze AngloAmericane non vi sarebbe stata alcuna “resistenza” (che infatti cominciò solo all’indomani dell’8 settembre) e il “contributo” alla vittoria Alleata fu totalmente privo di consistenza.

Gli ideali sono una cosa la realtà un’altra. Siamo sempre stati dei furboni che tentano di ingigantire i propri meriti. Si vive e si muore e c’è sempre una parte “sbagliata” e la guerra civile c’è stata cazzo signor Pasini. E il 25 aprile non unifica- Purtroppo.

Ancora una volta mi chiedo dove sta il segreto, dove si nasconde la logica imperiosa ma sottile che dirige le nostre vite: lontane e separate all’apparenza, distanti nei modi e nei tempi, segretamente intrecciate nei moti dell’anima e del cuore. Quante parole ho pronunciato in questi ultimi anni, quanti sogni interrotti hanno ripreso forma, quanti dolori nuovi si sono aggiunti a quelli antichi? E’ terribilmente vero, madre, che non esiste una perfetta felicità, che nel piacere di ritrovarti assumo ogni giorno la mia dose di dolore. Confronti e paragoni sono micidiali, per entrambi; soffriamo ciascuno a suo modo e terminiano ogni volta le nostre corse sul medesimo patibolo. Questo ci rende più vicini? Francamente non lo so, ma è proprio questa la forza travolgente del sentimento che mi lega a te, la capacità di mettere in discussione tutto, di aprire prospettive nuove e diverse… di non dare mai nulla per scontato o dovuto

So bene che non ci si arresta subito, me lo hai insegnato nel tempo: qualche anno scivola via per inerzia, qualche altro per distrazione. Resta la sorpresa, l’inconfessabile abitudine di considerarsi sempre altro. Sarebbe stato diverso se i nostri giorni avessimo diviso assieme sino allo sfinimento che pare prima o poi tutti ammala? Se quel pomeriggio non mi avessi detto: ”Enzo, vieni di là a vestirti.” E a me che ti guardavo incuriosito non avessi spiegato che era il tuo compleanno e che era quindi normale farmi un regalo. Certo non ti chiesi, allora,il significato di quell’apparente contraddizione, non te lo chiesi mai. Uscimmo assieme nella sera nebbiosa di Milano ma ero io a tenerti per mano e avevo solo undici anni. Eri bellissima, tranquilla ed elegante: guardavo le tue gambe e il passo da donna contrapposto al mio da bambino, volavi leggera mentre io respiravo rapido. Il foyer della Scala ci accolse caldo e luccicante mentre io stavo ancora racimolando i miei pensieri sparsi per strada. “ Voglio presentarti una persona speciale, credo che adesso tu sia pronto” – Poi con una leggera spinta mi invitasti a entrare nella sala; ti guardavo un po’ complice e un po’smarrito. Sorridevi. Nel brusio dei velluti rossi delle poltrone guardavo il grande sipario che chiudeva la mia visuale sul mondo e tu m’invitasti con lo sguardo a non far dondolare le gambe che non coincidevano col pavimento: “Composto, Enzo, stai fermo e composto. Preparati ad ascoltare e capire”. Non è vero che i maschi s’innamorano della madre e la cercano poi per tutta la vita nelle altre donne; dopo venti minuti io ero perdutamente innamorato della giovane pianista che tirava fuori dallo strumento l’anima e la spiegazione delle cose…alla fine del concerto compresi che non avrei mai rinunciato alla musica come amante. Chissà se tu avevi previsto anche questa piega della serata: mamma diventai da allora il libertino malinconico che sono oggi, è il regno che tu hai scelto per me e io non posso fare altro che accettarne l’incoronazione, sovrano dell’inutilità concreta, principe di un alito di vento e di un sorriso.


Esco di casa presto al mattino. Libero, sono libero, metto in moto e parto: percorso diverso stavolta. Scendo in studio dall’alto, così ad un certo punto si apre tutto il panorama del golfo. Apro il finestrino, l’aria è bellissima: libero sono libero mi ripeto. Ah… me lo voglio godere questo senso di vento e di cielo. Guardo più in là, verso sud. La costa si perde in un orizzonte sfumato ma io socchiudo gli occhi e lo vedo perfettamente cosa c’è più in là: vedo l’altra città, antica, e il suo porto e poi, più giù le lunghe spiagge che portano sino alle soglie dell’eden. Volendo domani posso tirare dritto e posso arrivarci: libero sono libero. Potrei anche fare tutto il giro di quest’isola, fermarmi dove capita per mangiare qualcosa in assoluto silenzio guardando il mare d’autunno e i suoi colori pastello. Montalbano sarebbe d’accordo. Perchè questa sensazione di leggera follia che un tempo contagiò Battisti non resta sempre con me? Dove se ne va quando mi tradisce con altre spiagge, altri amanti? Non sono libero! So che esiste la libertà ma ci gioco pericolosamente; la palpeggio e lei ride compiaciuta, carnale…poi scappa perchè il prezzo del suo amore è troppo alto. Per ora. Domani scappiamo insieme e, chissà, forse non torniamo più. Ci stabiliamo in uno di quei paesotti placidi sul mare, quelli carezzati dai gabbiani, dove non accade mai nulla e un Pc serve solo a commiserare il resto dell’umanità sciocca che non vede e non capisce. Lì persino Giulia e le altre avrebbero un senso diverso. Montalbano sarebbe d’accordo. Mi accendo una sigaretta, si è acceso il giorno.

Accadono cose strane Sara: nascondere i marchi che la vita o il caso ha impresso sul nostro corpo, celare i nostri sentimenti, mandare in soffitta ( intesa come iperuranio) i nostri sogni e vivere la nostra vita che non è più nostra per evitare che i nuovi cannibali ci divorino. Fuori di noi ma dentro di noi, profondissima, si scrive di un’altra esistenza e di un’altra verità. Quella dove potrei chiamarti con un nome diverso.

Sara il nulla ci assedia

Intimorisce i contorni del ricordo

Contesta il silenzio che solo potrebbe

conservarci.

Ma volte l’assoluto ha un peso

scrissi.

E tu eri già lì

da sempre assieme all’inspiegabile

malinconia cui il vivere così

ci condanna.

Sull’orlo di un diverso destino

era il segno di uno sguardo

che adesso qui si assiepa assieme

alle parole indistinte.

Cercarti non giova.

Sorprendermi restituisce il giusto peso

alle stelle e ai pensieri ogni giorno più

distanti.

Ho trascorso una vita a scrivere anche molto prima di incontrarti e tu non mi hai mai letto. Ci siamo avviluppati per un certo numero di anni in una relazione vissuta, gesticolata, agitata dai nostri umori, urlata a muso duro talvolta. Ma mai scritta Se ti avessi scritto e tu mi avessi letto avremmo capito prima e meglio, ci saremmo amati sul serio e non ci saremmo sfiniti nell’impotenza di non sapersi parlare. Quando mi fermo e il tempo è meno crudele con me oppure riesco a licenziarlo meglio, tu arrivi sempre e io mi chiedo da dove spunta questa necessità di te cui non vorrei dare significati tali da farti fuggire lontano in modo definitivo. C’è troppo sapore della tua pelle e dei tuoi capelli nella mia testa, troppo suono della tua voce e troppa inguaribile nostalgia dello sguardo che avevi quel pomeriggio lontano. C’è troppa letteratura vera per questo ho deciso di scriverti. Ora sei abbastanza lontana per leggermi senza il fastidio di dovermi poi dire, so per certo che mi leggerai stavolta; non per capire ciò che non serve più capire ormai. Mi leggerai per amarmi senza condizioni e senza un tempo definito, senza il fastidioso imperativo di pensarmi diverso, mi leggerai per come eravamo. E sorriderai, certamente penserai che in molte cose non sono cambiato e che le mie sospensioni esistenziali finiranno per corrodermi del tutto: che importa? Nella lettera non c’è alcuna richiesta solo una constatazione amichevole di incidente amoroso in una stagione che fu comunque nostra, non c’è altro che la traccia inconfondibile di un desiderio espresso, realizzato e poi perduto.In quello che ti scrivo c’è solo quiete, i furori sono un vecchio amatissimo film che forse potremmo rivedere assieme ridendone con le mani allacciate. Non ti scrivo per raccontarti della scrittura, lo faccio per dirti che ti ho amato e sei rimasta tra le righe. Conserva la lettera, Enzo.

Quando avrò l’età di Camilleri farò lo scrittore e mi pubblicherà Sellerio di Palermo, avrò un mare di quattrini che non spenderò in sigarette ( ho smesso da anni) ma in Computer e libri e macchine fotografiche e cellulari pazzeschi. Poi arriverà il gran momento e di tutte queste minchiate non mi importerà più nulla e l’unica cosa che ricorderò, l’unica di cui mi importerà sarà un viso e le parole che vi scrissi sopra quando non ero uno scrittore ma solo Enzo. Il fatto è che io non riesco più a relazionarmi con gli altri blogger, uso un termine eufemistico ( ma per un riccio come me è tanto ), spesso il contatto diventa fonte di sofferenza , di un senso di incomunicabilità che cresce ad ogni frase in più o in meno, potrei citarvi almeno 3 o 4 episodi di questo tipo in rete su altri blog da me visitati nell’ultimo mese. Sono diventato ancora più selettivo e collerico, analitico e insofferente di prima, se lasciassi aperte le porte in modo “normale” ai commenti sono sicuro che mi ritroverei in un fiat nella medesima situazione dell’anno scorso: un casino dopo l’altro. Amici miei non sono mai stato capace di annuire se non sono convinto e questa blogosfera sta peggiorando a vista d’occhio: non cerco la solidarietà pelosa e non la regalo a nessuno. Non credo alla consecutio logica di certi discorsi di tipo politico o ideologico, quelli per cui se dici che non vuoi l’immigrazione clandestina( è solo un esempio ) significa che sei razzista o viceversa, ed è questa invece la regola sui blog come su gli altri media…infatti non si discute di nulla, si grida e basta. Ditemi di cosa dovrei discutere sul web? E soprattutto con quali garanzie per la mia incolumità fisica e intellettuale? Con quale privacy e rispetto delle altrui opinioni? Tutti voi sapete perfettamente che se vai due volte di seguito su un sito web sei SEGNALATO!. Sai altrettanto bene che uscire fuori dal coro a destra o a sinistra su un blog “caratterizzato” ti espone a gogne incredibili e contestazioni velenose; per uno come me abituato a dire le cose in faccia questo è un contesto invivibile, io non sono capace di glissare, anzi non me ne frega nulla. Conclusione del discorso, la mia è prima di tutto una scelta esistenziale più che editoriale: l’unica che mi permette di restare sul web finora. Considerate se volete questo blog uno spazio di lettura, penso di poterlo senza eccessivo orgoglio considerare tale, il dialogo venga moderato purtroppo al di là del nostro comune livello intellettuale senza spettatori assettati di “sangue”.

A che serve un blog signori? Ognuno scrive quel che sa e può, Io scrivevo per commuovere nel senso latino del termine; cercavo di farlo perchè ero a mia volta smosso nell’animo, scriverne mi liberava, mi libera. Questo era il blog per me. Questo è quel che resta di me, forse di noi, una commozione. Stimolato da un quid in più nella scrittura che incontro divento attentissimo e ruvido, analitico oltre misura e scomodo: spesso trovo indoli più scomode della mia e amen. La levità come l’ombrosità, la luce e lo scuro non sono difetti in sè, dipende da altre circostanze farle diventare una cosa piuttosto che un altra. Io rispetto tutto quanto è rispettabile anche se diverso da me, ho trascorso una vita a contatto con “le differenze” da me, il web ne è solo l’ultimo esempio; c’è chi ritiene la rete inadatta UN CERTO TIPO DI LUNGAGGINI io no, non obbligatoriamente, non vedo dove sia il problema, ognuno scrive come può e come sa e c’è spazio per tutti. Personalmente non amo il tipo di web- chat che inizia a diventare sempre più presente… Io riesco a concentrarmi e dilatarmi, voi forse no.

Certe volte stiamo qui a scrivere quattro sciocchezze, poi arriva uno con la macchina fotografica, fa click e dice in un attimo cento cose più di noi. Certe volte, altre meno e siamo noi in un rigo a raccontare meglio il mondo. Io, che sono un pigro, ho preso una manciata di foto DELL’AGENZIA REUTEURS e adesso ce le sfogliamo.

Ricominciamo e non è un bel vedere, un tipo su un aereo diretto a Detroit stava per farsi saltare le palle (sue) assieme alle vite di altre 200 persone. L’11 settembre non è poi così lontano , Ground zero fuma ancora ma noi dimentichiamo in fretta, come faremmo a sopravvivere mentalmente sennò? Abbiamo subito molto ma guai a dirlo, scherziamo? Siamo gli occidentali, la razza più merdosa del pianeta, abbiamo oppresso adesso paghiamo dazio! Mah… è così? Faccio un po’ puzza è vero ma non è che gli altri siano dei concentrati di Dior. Secondo me ci hanno raccontato delle bugie e il terrorismo è bello vivo ed è soprattutto islamico. Accidenti l’ho detto! E ora? Politicamente scorretto, sono finito…addio miei scarsi lettori. ( Però è così, sono sempre loro, Allah ackbar, non ho ancora visto un parroco con le palle circondate da esplosivo, un buddista kamikaze o un ebreo da autobomba).

Vabbè, lo so che ci sono molti distinguo, che c’è il contesto, la reazione, la disperazione ma io dico che cosa serve raccontarci di un’umanità finta, minimizzare, scantonare? Il giorno in cui, da bravi atei, mentre siamo in volo verso la nostra amante segreta con la scusa di un viaggio di lavoro, ci trovassimo di fianco al terrorista di turno, prima di saltare in aria che facciamo? Gli facciamo vedere il nostro abbonamento a MICROMEGA? Una larga fetta di mondo è povera e malata, lo è al di là delle nostre più nere immaginazioni fomentate dal commercialista; dalle mie parti le strade sono piene dei discendenti di quelli che nell’823 DC sbarcarono a Mazara, vendono cazzate ai semafori, spacciano per conto dei mafiosi di qui, sfruttano un bel po’ di puttane ma anche lavorano onestamente, sono pescatori- contadini sfruttati, esattamente come lo erano dall’altra parte del canale. Non si integrano perché a loro non gliene frega generalmente niente, alle loro donne sì ma zitte e sottomesse, a loro interessa vivere e sopravvivere e domani fare qui il loro islam in modo per loro economicamente più adeguato. Esagero? Ma voi siete sicuri? A voi frega profondamente qualcosa?

Non capisco, scusate non vi frega niente del laicismo conquistato a fatica da noi, non vi frega niente di questo web dove scrivo io e scrivete voi, fate un casino spaventoso e firmate qualunque cazzata basta che venga da una certa parte… e non fate, non dite, non corteate per il massacro iraniano o siriano? Siete sicuri che tutto il terzo mondo entrato così come una scorreggia dentro i nostri confini sia LA soluzione? Ci stanno tutti qua dentro? Noi? Fuori dai coglioni o integrati? Anche te che mi stai leggendo giovane-impegnata- progressista- sessualmente libera-culturalmente viva e superiore? D’accordo sono uno stronzo, il mondo cambierà (lo diceva già Gianni Morandi) il discorso è molto più complesso. Complesso? Complesso!! Ma aiutarli a casa loro? Ripopolare i deserti, irrigazione e civilizzazione? Spendere là i quattrini? Il discorso è molto complesso. Nel mentre tutti dentro e chi si è visto si è visto. Belle gioie guardate che qui da me è molto più facile; in Terronia si sa siamo molto più vicini all’Africa sapete? Ci vuole poco dai, basta tornare indietro di qualche decennio, al delitto d’onore, alle donne perennemente a lutto e al padre padrone. Poi per quanto riguarda clima, abitudini in genere, alimentazione e pigrizia ci siamo già. Lo sappiamo tutti che la guerra non ha mai risolto nessun problema; sappiamo benissimo che la guerra fa male e lascia cicatrici. Non penserete che stia qui a difendere le guerre sante? Ma se non lo sono quelle occidentali non lo sono nemmeno le altre, o no? Non ci sono ferite di serie A e di serie B, non ci sono bambini o civili più importanti di altri. Questo vuol dire che anche noi schifosi occidentali, vecchi occidentali, cristiani occidentali siamo importanti, esistiamo e abbiamo la nostra cultura. Adesso venite a raccontarmi che non è così, che dobbiamo sparire e che non serviamo se non a scrivere minchiate su un blog, che siamo sorpassati, duri, cinici e egoisti, mentre dall’altra parte c’è tutto un modo fantastico pieno di colori, civiltà e giustizia. Ho capito! Abbiamo letto un altro libro io e voi, il vostro è più serio e adeguato. Se noi come civiltà scompariamo, ci vaporizziamo in uno di quei millenari vuoti di memoria storica che spesso vediamo utilizzati alla bisogna, il pianeta starà meglio? I potenti del mondo, quelli che contano e ci contano come mandrie, voltano le spalle al mondo e alla gente reale; i risultati di queste” dimenticanze” si osservano poi nelle distruzioni e nelle tragedie che contiamo lungo le nostre vite e nelle nostre strade.

Ci raccontano balle, da secoli, dai che lo sappiamo; e noi facciamo lo stesso e nello stesso modo, siamo o non siamo blogger? Siamo l’informazione, quella libera, quella contro, la punta di diamante di un modo nuovo di fare conoscenza, un sistema che passa dalle escort e dai salotti esclusivi della sinistra radical chic, attraversa i centri sociali, defeca sui libri degli storici tradizionali, e sta di guardia alta e nobile sulla scrivania di Travaglio e Di Pietro e si fa beffe di chi non si adegua. Signori, siamo impotenti davanti ad una violenza intellettuale micidiale che per ogni dove andiamo gridando di voler combattere. Io no, io sono controcorrente della controcorrente, sono a sinistra della destra della sinistra di centro. Siete voi che non capite un cazzo. Dov’è la verità, e qual è la verità oggi in Medioriente? Quanto siamo distanti da quei paesi? Quanto è distante la nostra vita sociale dalle strade di Teheran? E se per caso fossimo più vicini di quanto vogliamo ammettere al sangue sulle strade? Magari ci troviamo anche noi due leader spirituali per cui farsi scannare… tanto resta tutto in famiglia da quelle parti, qui forse no. A proposito avete visto come trattano i dissidenti in Iran? Però siamo veramente coglioni: per esempio abbiamo letto e ascoltato le parole del pazzo criminale che guida quel paese, forse dovremmo riflettere un po’ meglio sul fatto che Almadinejad sta costruendo l’atomica! L’atomica non un petardo per i botti di Capodanno!Oppure ci sono atomiche buone e cattive? Quelle col velo sono più giuste? Ma si sa che quelli come me sono dei pirloni reazionari, gli iraniani stanno costruendo solo centrali per produrre energia necessaria al progresso del Paese… uè lo sapete che lo diceva anche Adolf ai tempi dell’acqua pesante in Norvegia? E noi occidentali stronzi li vogliamo lasciare nella loro miseria! Che bastardi che siamo, non riusciamo a immaginare un islam moderno, con le case pulite, niente straccioni per le strade, ma acqua corrente e luce, cibo e medicine e bambine infibulate e scopate a dieci anni, magari dentro un bell’harem dove il maschio di turno si divide un po’, un islam coi circuiti da formula uno e la macellazione halal, con gli studi matematici e le donne coperte ( ma si che è bello), senza quella minchia di musica pagana e con tante scuole coraniche al posto della biblioteca Vaticana.

Questo è un discorso inutile. Basta discorsi inutili.

Dobbiamo essere chiari una volta per tutte: io vi leggo, il primo commento serve come d’uso per farvi sapere della mia esistenza, il secondo e gli altri a seguire sono il segno di un reale interesse altrimenti c’è solo il silenzio.. Questo refrain cronico di commentare e rispondere come un gesto compulsivo che non tiene più conto del reale valore che io considero possa avere la vostra scrittura non mi appartiene. Pretendevo, pensate un po’, di essere commentato SOLO sull’argomento proposto nel post, desideravo che venissero evitati gli accenni al mio personale intimo (anche perchè ne parlo già io nei post) ma ho capito che è un desiderio vano. Non nego il valore dell’interloquire ma le discussioni devono essere “pulite” e in rete non lo sono quasi mai. Inoltre spesso non so cosa rispondere: se il giudizio è positivo o negativo il mio imbarazzo è grande comunque. Questo blog non cambia le carte in tavola le dispone solo in modo diverso perchè a me sembra di non aver più nulla da dire. I Blogger che scrivono della blogosfera, delle sue dinamiche e dei problemi ad essa connessi sono pochissimi: io tra questi.

Quelli come me vengono in genere etichettati come guastatori cronici ed evitati con sussiego. Riflettere sul mondo in cui operiamo con spirito critico e sincero viene qualificato tout court come atteggiamento indesiderabile. Puoi leggere in rete o su un libro chilometri di pagine senza capirne realmente neanche una, la filosofia non mi pare sia diventata più assimilabile da quando è comparsa anche su Wikipedia. Non è la dimensione virtuale della cultura a far la differenza ma la curiosità intellettuale di chi ci si approccia ( qualunque sia il supporto). Per episodi più o meno lunghi l’ombra che sempre proiettate sul mio intelletto acquista una corporeità vera; mi aiuta a giocare anche con la mia esistenza qui, a scambiarla nel mio immaginario con le mie parole e con le idee che sento aleggiare in modo palese in questa dimensione virtuale. Non c’è un’altra conoscenza che io desideri di voi, è un equilibrio sottilissimo e mi bastate fatti di parole e pensieri. Ma QUI e solo qui, fuori c’è la guerra e forse Enzo è già partito lasciando dietro di sè una tenue scia di sogni interrotti.

Dipende dai punti di vista e dall’angolazione della luce sui nostri sogni. Dipende dal momento, quello esterno che è di tutti e quello interno sconosciuto persino a noi stessi. Mi sento come un elemento di un flipper: un respingente elastico, quando la sfera lucida mi arriva addosso ne ricavo energia e poi la scaglio lontano come se non volessi sapere più nulla di lei. Qualunque prospettiva finora mi ha ucciso. Ho un’arma affilata in mano e dico di saperla usare bene: dipende. La solitudine mi ha aiutato a combattere, mi ha difeso le spalle, acuito i sensi, illuminato gli angoli della mia esistenza, mi ha ingannato facendomi credere che ormai fosse in mio potere. Ieri sera l’ho afferrata per la lama. La ferita è stata terribile come certi deja vu che ti fanno esclamare: tutto questo tempo in così poco tempo?

Mescoliamo le carte e lasciamo perdere i confini, le etiche divisorie e infamanti: c’è una sola mannaia per noi, il tempo. E’ a lui che dobbiamo rivolgerci, a lui offrire i sensi delle cose che scriviamo e il modo in cui le scriviamo. Mescoliamo le carte e proviamo a divertirci per piangere dopo o forse no, piangere è solo un momento ed anche quello appartiene al tempo; a noi resta la scrittura cioè il punto fermo, inchiodato ad un’idea di un momento preciso di noi e del nostro rapporto fuori di noi. Non è poco ma dura sempre troppo poco. Ho bisogno di musica e immagini e li prendo a piene mani, scrivere non mi basta, il flusso di energia che attraversa il mio cervello è troppo grande e impetuoso: a diciottanni avrei detto che è un impulso rock oggi ti dico la stessa cosa. Un attacco di chitarra e la batteria e basso appresso, i pori della percezione che si dilatano a dismisura, cosa pensavate fosse la rivoluzione alla fine dei ’60 ? Percezione e corsa questo era, nessuno si pose allora il problema del dopo non importava a nessuno fermare la corsa e fu giusto così; la musica suona ancora ed è per tutti non ha più un’identità politica che allora era la sua matrice apparente, se è ancora vivo quell’accordo in fa significa che sotto c’era altra vita che se ne fregava del nostro bisogno di misurare e chiudere…pensate cosa dovrebbe dire di questi nostri blog. Sono stati una Fender, un basso e una batteria a governarci. Tutti.

Uscito da una sala concerto un pomeriggio incontrai per caso il ROCK, dietro l’angolo di una sonata di Schuman si era appollaiata la chitarra di Jimmy Page: impossibile spiegare la magia del pifferaio magico, lui da allora non ha mai smesso di stravolgermi, ha cullato i miei sogni vitali in quegli anni , dorme apparentemente sopito in questi lenti e finali. Ma il tempo ci guarda a volte sornione, altre impietoso, descriverlo non serve, fotografarlo è meglio.

Guardate questa foto: L’autore è Steve Mc Curry, la ragazza afghana allora fece la fortuna del National Geographic e del fotografo: la ragazza a destra è la stessa ventanni dopo! Questa invece era una dea dei miei anni giovanili: Grace Slick, leader e voce dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, un contralto naturale con una grinta e una creatività micidiali. Ha cullato i miei sogni vitali in quegli anni , dorme apparentemente sopita in questi lenti e finali.

Se scrivo oggi è perchè si è risvegliata, lo scrivo ma se guardate i suoi occhi capite meglio. Lo scritto non basta gli occhi dicono di più, al resto pensate voi e la musica che troneggia sopra questo post. La musica ci possiede, 5 righe e 4 spazi e dentro tutta la nostra esistenza; la ragazza afghana è un cadavere ormai, solo nei suoi occhi la vita urla feroce, il resto è già decadenza avanzata. Grace adesso è una palla di lardo col codino bianco, il fatto che abbia deciso (giustamente) di non fare più la rocker dopo i cinquanta l’ha in parte salvata da una fine ingiusta, Il rock è ancora dentro gli occhi tondi, azzurrissimi e maliziosi che dicono subito della quantità di eros che ha attraversato la sua pelle. E’ finito tutto? No l’idea si muove perenne, la fotografia l’ha fermata solo un attimo nel prima e dopo dando adito all’oggi, la musica basta ascoltarla e scrive il post da sola. Mescoliamo le carte, rivoluzioniamo i social, riprendiamo i vecchi vinili, e per una volta scriviamo un post vero dentro una rete nuova.

Forse ci siamo ho pensato ieri: il cartello stradale indicava Catania Km. 102, l’orologio le 11 e 05. Due settimane prima stessa zona altro mondo: era la Sicilia della primavera sempre più rara. Quella delle campagne dell’interno tutte verdi, del cielo bizzarro e cangiante, perfettamente intonato al mio umore di quei giorni. Lungo le rive del fiume Salso file di canne color grigio-verde e margherite, margherite ovunque ad occhieggiare dalle radure e dai grandi campi di grano. Una festa per gli occhi e il naso intasato dai pollini. Non mi era chiaro il motivo per il quale mi ero fermato al km. 102; andavo di fretta, autostrada vuota, autoradio accesa, testa pesante. La piccola area di sosta mi ha accolto senza sforzo. Sono sceso e mi sono guardato attorno, nessuno…il distributore era a 25 km. con il suo caffè e la sua edicola, i panini dai nomi inventati e dal prezzo “favoloso”, ma vuoi mettere la goduria di urinare in libertà all’aria aperta ? E’ stato a quel punto che senza radio, senza aria condizionata, senza acqua, senza nessuna di quelle simpatiche cose che ci coccolano ogni momento, ho pensato: ci siamo.

Giallo, tutto rigorosamente giallo a perdita d’occhio: sulla destra, controluce, Enna sospesa a 1000 metri sul suo altopiano, davanti sfumata nella caligine l’Etna, la sua immensa V capovolta a dire comando io, controllo io, siete piccoli e inutili. Per rafforzare il concetto una fumata sulla schiena lato nord a vomitare parte del fuoco interno. Ho girato il volto indietro per farmi toccare dal vento caldo del sud: gli ho detto “ sei di Agrigento cumpari, veru?” ma chiddu mancu marrispunniu. Aveva altro da fare, calcinare la terra, inchiodarla al tempo e non dargli tregua. Forse 35 gradi? Il mulo un km. più in là ne stava sentendo di più ma , in ogni caso, sull’isola è arrivata Lei, e quando arriva meglio guardarla in faccia e tentare un accordo per i 35 di oggi e i quasi 40 di domani. Ho pensato ai fatti miei e mi è piaciuto, qui non posso raccontarveli per esteso: sono i pensieri di un vecchio ragazzo che ha sperato che la sospensione temporale durasse in eterno. Perché no? Inchiodato al sole come questa terra, i pensieri racchiusi nell’angolo più fresco della testa in attesa del piacere della sera,in attesa di un’altra occasione di un altro carretto colorato.

Stanotte, a Catania, ho deciso di getto, me ne vado a mare sotto la Timpa di Acireale a guardare la luna; un vecchio mi disse una volta che… di sira a’ montagna di focu ci va’ cunta al mari tutti i pinseri di Diu. E io là sarò, attentissimo a non perdere manco una parola. Questa idea mi piace e sorrido ai latifondi che mi guardano attoniti: poggio la mano sulla portiera… e mi scotto, la lamiera è già bollente. Fine della sosta, al distributore di Sacchitello un caffè e per favore…aria condizionata.

Dalle mie parti a volte nevica, più spesso c’è un sole che spacca il cervello. Dalle mie parti chiunque è arrivato sempre via mare: anche oggi è così e capisco che per la gente di pianura può essere difficile entrare in quest’ordine di idee. Ho scritto dopo aver camminato nell’ultima porzione di Corso dei Mille a Palermo; ho scritto dopo aver attraversato per intero l’isola in cui sono nato.Volevo che questo scritto fosse diverso ma mi sono incantato davanti a un carretto pieno di frutta e verdura…era uguale ad uno che vedevo da bambino nel paese di mia madre. Ho chiesto al vecchio che fumava quanto costavano le pesche e glielo detto in italiano: mi sono sorpreso quando mi ha risposto. Da qui, da questi stessi luoghi, sono discesi i volontari di Giuseppe Garibaldi. Più penso alla spedizione dei mille, più ne leggo, più ogni cosa mi appare inverosimile; potrei invocare il destino che tutto ordina e dirige, anche a nostra insaputa, ma sinceramente non mi basta. Al fondo di ogni cosa mi resta in bocca il sapore di uno scherzo che coi giorni è diventato storia concreta, di una goliardata romantica che alla fine devo guardare col rispetto del sangue sparso per un ideale che ancora, dopo 150 anni, chiede un riconoscimento che forse non arriverà mai. Dei Mille non c’è più traccia alcuna, solo un nome su un angolo di strada polverosa e vociante; eppure essi erano qui, vicino al ponte dell’ammiraglio partirono le prime schioppettate e caddero i primi morti. Questo straccio di nazione che ci è restato fra le mani, quella dei girotondi in piazza, di Berlusconi e di Umberto Bossi, di Monti e Di Pietro quella è nata qui, è nata sulle strade di quest’isola e ha iniziato a camminare il 5 maggio del 1860 sulla costa di Marsala che è molto più vicina a Tunisi che a Torino. A leggere di quei giorni sembra tutto naturale: lo scoglio di Quarto, i volontari, le idee e le giubbe rosse…c’erano uomini che in Sicilia ci volevano scendere, erano convinti che la spedizione si poteva e si doveva fare, che fosse un’occasione unica per dare alla storia una sterzata decisiva. Io adesso sento solo il silenzio della polvere che devasta l’ossario di Pianto Romano a Calatafimi e vedo lo squallore di una bandiera tricolore lasciata a seccare al sole d’estate. Sono siciliano ma gli uomini di questo governo mi hanno offeso e, con me, hanno ingiuriato tutti quelli che hanno provato a fare gli italiani dopo aver fatto l’Italia come disse Massimo D’Azeglio.

Ho negato per quarant’anni che la frase di un illustre meridionale avesse un qualche significato storico o sociale: “ Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…” Lo scrisse De Roberto nel romanzo i Vicerè, mettendola in bocca a un notabile siciliano nel periodo che immediatamente seguì all’annessione al Piemonte. Quella frase rimbomba feroce dentro di me, rimbalza sul mio sentirmi cittadino italiano, scivola sulla mia cultura e contraddice i miei ideali in qualcosa di più grande di una città o di una regione. Non voglio riscrivere la storia, voglio studiarla, analizzarla da varie prospettive e usarla per comprendere il mondo e la società in cui vivo. In fondo alla base di questo e di altri post c’è il desiderio di stimolare chi legge a riprendere in mano un libro o ad usare internet per capire meglio anche eventi e situazioni che si ritengono ormai ben conosciute. Io sono convinto che non sappiamo o sappiamo solo quello che ci è stato raccontato a senso unico, si chiama storiografia ufficiale e si fonda fondamentalmente su una presunzione di ignoranza e pigrizia mentale da parte della gente. Su questa base si installa poi il trend politico dominante o quello che fa più comodo al potere ufficiale. Questa è una delle storie possibili non l’unica. Il libro di Pino Aprile SUD è una FACCIA della realtà, una faccia ignorata da 150 anni. Fa comodo adagiarsi sulle confortanti notizie che giungono dalla bocca della verità ufficiale ma questa Italia ha iniziato il suo cammino unitario come Nazione poggiandosi su menzogne terribili. Il Regno delle due Sicilie era il più vasto e uno dei più ricchi delle penisola; erano gli altri in miseria. I più poveri e i più arretrati erano i ducati dell’appennino tosco emiliano, e molte regioni del Lombardo Veneto. Il regno di Sardegna navigava in acque scure, la politica estera brillante e incisiva di Cavour aveva dissanguato le casse e i Savoia erano alla frutta. Il regno più povero e arretrato dell’Italia di allora e anche il più retrivo era quello pontificio! Altro che luce divina, sangue e miseria materiale e morale! Uno schifo talmente forte da far rabbrividire gli studiosi di allora. Dobbiamo leggere, leggere e confrontare ipotesi e teorie! Dobbiamo sapere cosa fu la cosiddetta “lotta al brigantaggio” e come mai l’emigrazione iniziò DOPO l’unità… come mai questa nazione nuova e piena di buoni propositi fece letteralmente scappare milioni di poveracci che PRIMA sopravvivevano e dopo dovettero salvarsi attraversando l’oceano. Sta scendendo la sera, c’è odore di panelle e il cielo della mia città fra poco avrà quel colore impossibile blu che definisce e piega all’immaginazione anche i sogni più ribelli. Io sono siciliano…ho trascorso tutta la mia vita sperando di non essere solo quello ma è inutile, Corso dei Mille è solo il viatico di un’ emozione essiccata, perché la storia è passata da qui ma se n’è andata da molto tempo. Salutiamo.

Troppe domande, nessuna domanda. Dovrei fermarmi ma temo la gabbia del tempo e dell’inutilità: continuare nonostante tutto recita al nulla la litania del tutto pieno. Serve più di quanto non si creda! I Blog sono un vezzo e una necessità culturale, sfruttano le possibilità dell’odierna tecnologia ma non sono poi migliori di un buon carteggio o della pagina scritta di carta. Sono soltanto più immediati. A furia di essere immediati sono anche diventati più stronzi e volgari, una pletora di oscenità letterarie e mentali, lo specchio fedele di questa società da basso impero o la logica conseguenza di certe premesse sociali e culturali presenti già 60 anni fa. Bugie, volute o trovate lungo la strada, strumentalizzazioni a gogò, il tutto condito da una sana superficialità che è rimasta l’unica ancora di salvezza in un paese che altrimenti sarebbe da mettere in liquidazione da subito. Il fatto che io senta con chiarezza che ciò che scrivo si perda per strada appena lo batto sulla tastiera non è un vezzo da piacione del cavolo: io sento che è così. Arriva poco dell’universo che mi gira dentro e, in genere, solo la parte più scomoda e conflittuale. Per dirla in altro modo, arriva solo la mia componente snob, critica, quella che mi fa apparire un arrogante ante litteram arrivato non si sa come in un ambiente di gente tranquilla e “normale”. Se fosse diversamente la blogosfera, me compreso, sarebbe un eden salvifico in cui ognuno potrebbe liberarsi e migliorare. Non si può fare blog diversamente da come è nato: ci vogliono i contatti, servono interlocutori, cultura in senso lato, positività, curiosità e una buona dose di autocritica. Un blog è questo, diversamente è qualche altra cosa non facile da definire. Prendo nota della situazione e mi do da fare: avevo provato ad allargare i confini, che volete farci la mia cultura giovanile del tutti dentro e tutti possibili fratelli mi ha segnato profondamente. MA NON FUNZIONA! Così il mio blog diventa più ingestibile del suo autore: io non ho ancora trovato il linguaggio che funga da esperanto universale quindi ritorno all’italiano del novecento. Le puntate nella lingua siciliana spero che me le perdoniate come un vezzo che mi scalda il cuore…tra l’altro non me la sentite pronunciare e, senza l’audio una poesia di Buttitta per esempio perde la metà del suo fascino (meno male che il fascino è molto grande). Se dovessi prendere come premessa indispensabile la comunicabilità, la piacevolezza, l’educazione, la cultura simile, l’elasticità mentale e il sottile erotismo di certe situazioni, questo blog ne uscirebbe stravolto; quindi me ne frego e continuo così, un colpo al cerchio e uno alla botte. Voglio anche dirvi che dobbiamo essere comunque soddisfatti della “nostra blogosfera” italiana: da qualche tempo frequento altre spiagge del web. Per forza di cose sto sfogliando la blogosfera pubblicata in quelle lingue… quasi sempre penosa! I blog in lingua anglosassone sono zeppi di presunti scrittori che si autocomplimentano a vicenda e pubblicano incredibili storie fantasy o fantascientifiche, piene di guerrieri dalle armature lucenti, marziani verdi, o amanti davanti al mare pronti a recitare l’inutile refrain di una fiction. La forza e la bellezza vera di alcuni blog presenti dalle nostre parti costoro se la sognano. Esiste anche un problema di tempo ed uno, più subdolo, di stanchezza psicologica: tenere troppe porte aperte fa corrente e rischio una polmonite. Nel frattempo i commenti di insulti continuano ad arrivare come un indispensabile corollario del mio essere blogger da quando sono entrato in rete. Se e quanto sono degno di stare qua non devo dirlo io: mi diverto ancora e la mia capacità di arrabbiarmi è immutata, per un blogger mi sembrano doti indispensabili. Vengo preso sempre più spesso da un senso di lontananza e malinconia di cui qui trapela solo una parte, i post migliori li sto pubblicando nascosti tra le pieghe di alcune risposte altri ancora sono chiusi nell’archivio di una vita che ho conservato per spenderla nella mia incipiente vecchiaia.

Io da qui ci passo spesso, questo è ancora un luogo vivo. Che non abbia alcune delle cose che normalmente fanno di un blog un soggetto attraente e di tendenza sinceramente mi pare risibile. Questo blog è vivo come lo sono ancora io: vengo qui ne sfoglio le pagine, le rileggo (così eventualmente correggo gli errori di battitura o altro che qualche giudiziosa maestrina demodè mi fa notare sorvolando ovviamente sulla sostanza del discorso) …ascolto la musica. Mi piace tanto, lo trovo bello il mio blog e non mi nascondo dietro un dito. Mail- commenti ne arrivano pochissimi, lo davo per scontato, do per scontate così tante cose! Passo anni a capovolgere le prospettive, poi vengo regolarmente smentito dall’evidenza. Voi non sapete dove navigo in rete, non avete idea di quanti luoghi lontanissimi da questo io visiti, cittadelle arroccate ognuna sul proprio cocuzzolo a dominare i poveri servi della gleba là sotto; alternative le chiamano, altri stati d’ansia li chiamo io, pronti a blaterare di un mondo e di un’umanità che semplicemente non esiste. Io sono vivo, mi arrovello nell’illusione di leggere qualcosa di nuovo, cerco l’uovo di Colombo ma trovo solo uova strapazzate o in camicia, già cucinate e così non capisco più nulla. Trovo anche blog scritti benissimo i cui titolari sono, se fosse possibile, ancora più insopportabili di me, torno sulle pagine dei miei contatti storici…AGONIZZANO. Beh farò anch’io la stessa fine contrariamente alla mia voglia di vivere che cresce ogni giorno di più. Leggo le ALTRE sponde di questo web ridicolo e in gran parte starnazzante: avrei voglia di partecipare ma so bene che il grande orecchio ci ascolta e prende nota, di qualsiasi cosa, di qualsiasi opinione e stila elenchi e si prepara in tempo per il nuovo tempo. Idioti! Siamo una banda di idioti governati da una oligarchia di curiosissimi semidei intenti solo a conservare il loro Olimpo. Noi d’altro canto siamo bravissimi nell’aiutarli, i latini dicevano ” divide et impera”, così passiamo il tempo a litigare tra noi a sbatterci in faccia le nostre mal coltivate ideologie come merluzzi puzzolenti, lo facciamo tutti me compreso, lo fanno anche i guru di destra di sinistra di lato e di sotto. QUELLI DI SOPRA ci guardano e ridono. Non scrivo di politica ma la conosco bene, non scrivo di storia perchè ho la sensazione che in rete la conoscano pochissimi e che non interessi a nessuno, molto meglio raccontare ad libitum le proprie fornicazioni sessuali, domestiche, lavorative ( tranquilli signori miei manca poco e di lavorativo resterà quasi niente con buona pace di Vendola e Berlusconi e compiacimento di altri di cui non conosciamo nemmeno il nome). Io sono vivo, in alcuni post ho lasciato i VECCHI commenti perchè gratificano il mio ego, perchè erano utili alla comprensione del testo o perchè erano più belli del mio testo! Il web è pieno zeppo di presuntuosi perchè è l’umanità in toto a presumere, ad ergersi a giudice assoluto e non richiesto dell’altro, a ritenersi sopratutto portatore di una civiltà superiore che per divina origine può fare quel che vuole delle altre. Io non dico queste cose per dare come si suol dire, un colpo al cerchio e uno alla botte, constato semplicemente che l’uso di questo mezzo è continuamente rovinato dai nostri vizi e dalle nostre piccolezze. Un tempo ormai lontano pensavo di essere qualcuno: coltivai per anni il mio bagaglio per mantenere tale privilegio. E’ una minchiata! Oltrepassata una certa soglia siamo tutti meravigliosamente diseguali e sullo stesso piano come prospettive, solo la consapevolezza di ciò fa la differenza. Si può scriverne, raccontarlo, metterci impegno…sorriderne magari, sono vivo per ora, quando morirò lo capirete e capirete il resto. Dopo purtroppo. Ssa binidica.

Ci sono cose che sfuggono dalla mia capacità di comprensione: un tempo mi ci incaponivo, lottavo per analizzarle e, forse, cambiarle: ora non è più così. La stupidità, la gelosia, la noia, la cattiveria e sopratutto una gigantesca incapacità di rispetto per gli altri qui come altrove stanno facendo terra bruciata. Ma i sognatori conoscono mille strade e i loro cieli sono ampi.

 “Tramonti ad occidente” è la mia vita. I giorni infiniti, il gelsomino di sera e il profumo del mare sotto l’acropoli. E’ l’eternità di quando ero un ragazzino e il sogno che ancora non si è spento. Tramonti ad occidente è l’unica cosa che ho scritto senza inquietudine, è il mio rifugio dell’anima. 

Tornare là dove tutto era iniziato significava rincorrere le voci, sorridere con gli occhi socchiusi all’incantamento che ci aveva estraniato dal mondo e guardare nel fitto del nostro iniziale respiro. Selinunte era un’ampia falce di sabbia dorata che terminava con un basso promontorio di terra e roccia. Selinunte erano le mie estati di bambino, una magia che non si sarebbe ripetuta mai più. Di questo luogo conoscevo ogni pietra, ogni goccia del mare, persino i ciuffi di rosmarino e cardo selvatico mi erano amici. I miei compagni di scuola in Lombardia, alla fine dell’anno, si sentivano dei privilegiati perché si trasferivano sulla riviera romagnola o sulla costa ligure. Li compativo, io ad ogni estate facevo il bagno con gli antichi Dei di questa terra; mi lasciavo accarezzare dall’acqua turchese mentre i piedi giocavano con la sabbia bionda e granulosa. In questo mare avevo imparato a nuotare e, quando m’immergevo, scoprivo poi le colonne rosee dell’acropoli attraverso il filtro acqueo sui miei occhi un attimo prima di riemergere. In questi posti io, fin da bambino, sono stato spesso scambiato per uno di quei turisti del nord, gli unici snob che per decenni sono discesi sino all’anticamera dell’Africa soltanto per visitare l’area archeologica. L’affetto per i luoghi della mia infanzia addolciva la mia naturale misantropia.

Sapevo con assoluta certezza che era l’ultima volta che avrei potuto incontrarli, l’ultima occasione per sentirli nell’intimo delle mie fibre così come essi erano sempre stati per me. A volte è una questione d’odori nell’aria e capisci, in un momento, che il tuo sentimento per un luogo sta per cambiare in modo ineluttabile. Puoi disperarti o far finta di niente, ma io, seduto ad un tavolo del bar Lido Azzurro, di lì ad una settimana sarei stato un altro in un altro luogo e in un tempo diverso. Questa certezza mi dava un disagio profondo, non avevo alcun potere, alcuna voglia d’impedire la metamorfosi. Perché avrei dovuto far sopravvivere un simulacro di Selinunte, dei miei quattordici anni, del mare sotto l’acropoli? Per inorridire tra uno o due decenni dinanzi alla maschera grottesca che sarebbero diventati? Esiste un accanimento terapeutico anche per le emozioni, i sentimenti, i ricordi: è questione di scelte, io avevo deciso che questo luogo sarebbe scomparso con me e sarebbe stato per sempre solo mio.

Molti anni prima, in un tardo pomeriggio uguale a questo, avresti visto quattro persone camminare lentamente lungo la stradetta che attraversava la zona archeologica. L’ordine del drappello era sempre lo stesso: mio padre in testa, davanti a tutti di almeno una decina di metri. Poi mia madre, guardinga e speranzosa di un ritmo di marcia meno baldanzoso. Infine io e mia sorella, occupati a sciamare ovunque in ordine sparso. “Passeggiate in famiglia” erano chiamate ed erano ogni volta un’avventura diversa attraverso le rovine dei templi dorici della collina orientale, le pietre ammucchiate come pugni di sale bianco sopra un poggio che guardava il mare. Cominciai ad affrettare il passo, il sole aveva iniziato la sua discesa…mi parve di sentire la voce di mia madre… Mi fermai, come facevo allora, per raccogliere una lumaca attaccata ad uno sterpo rinsecchito. Perdevo tempo dunque e restavo indietro, allora come adesso. Immobile davanti al tempio adesso il silenzio era assoluto, con la mano cercai la fotocamera dentro la tasca del giubbotto. Sulla pelle scorreva un brivido sottile, un’emozione vera: come da bambino questo silenzio era il segno premonitore del miracolo che mi attendeva fra le rocce. Le colonne si andavano colorando di un rosa più intenso rubato al sole che, sempre più grande, era ormai quasi sopra il Baglio Bonsignore. Dovevo muovermi più in fretta. D’ora in poi il tempo avrebbe mutato nell’intimo la sua essenza. I minuti, i secondi potevano dilatarsi o coagulare gli uni sugli altri senza uno schema logico prevedibile. Quarantanni prima, per mio padre, era molto più semplice: una sera dopo l’altra l’estate lunghissima gli regalava opportunità continue di vivere senza fretta.

Dopo la sosta al tempio E, ancora pochi passi e tutta la famiglia giungeva sullo spiazzo delle rovine del tempio G: un’enorme quantità di blocchi di pietra grigia, un groviglio inestricabile e confuso di rovi, terra e resti architettonici popolati da gechi e insetti. Dell’immensa struttura restava il perimetro d’alti gradini ed un’unica alta colonna interna, levata come un dito ammonitore e misterioso. Era chiamata da sempre “lu fusu di la vecchia”. Le voci mi raggiungevano nuovamente… e, mentre salivo per un sentiero fra le pietre, mi raccontavano per l’ennesima volta di com’erano le cose prima e non fossero più. Il silenzio era sempre più assordante. Percorrevo, da solo, la vecchia strada ed ero stupito di come niente fosse cambiato: le gambe sembravano muoversi in modo autonomo. Mi fermai. Attesi un momento ma le voci erano scomparse, lontano da molto tempo, questo pellegrinaggio iniziato da solo, in solitudine doveva finire. Avanti per qualche metro: ero proprio sotto lufusu e le ombre diventavano sempre più lunghe. Altri passi veloci… finalmente “la seggia” era davanti a me! Per uno strano e insondabile caso questo pezzo d’architrave, crollando dall’empireo della sua alta funzione, rotolando e spezzandosi assieme alle migliaia di altri blocchi di pietra, era rimasta in cima al mucchio. Superba e insensibile agli insulti del tempo, capovolgendosi, si era sistemata come un divano di foggia avveniristica sopra tutti i resti della gloria ellenica. Arrampicandomi poggiai infine le spalle sullo schienale di pietra: era ancora dolcemente tiepido per il calore accumulato durante il giorno.

Ma, ora, non c’era più tempo per riflettere: lo spettacolo stava per iniziare. Il cielo terso, immacolato, da azzurro era diventato blu intenso.Io, seduto nella mia poltrona, vidi comparire la prima stella: Venere mandò un lampo di luce e cominciò a brillare come un gioiello. Il sole, largo e arancione, s’era portato sulla verticale dell’acropoli, il suo disco, diventava nella parte inferiore, di un rosso carminio, come fosse venato di sangue.Non c’era più luce, piuttosto un riflesso interno e luminoso che aveva vita propria. L’astro scese tra le colonne del piccolo tempio dell’acropoli che erano diventate tanti minuscoli aghi neri, rilevati sullo sfondo del cielo e del mare. Adesso avevano entrambi un’impossibile tinta color indaco. Mi girava la testa. Non vedevo nulla, ma sentivo tutto con precisione assoluta. Poi, all’improvviso, questo stillicidio cromatico e temporale divenne un urlo viola. Il disco solare emise un respiro tagliente di luce rossa e il tempo si fermò. Tutto immobile il cielo, la terra su cui posavo i piedi, il sole pronto ad essere inghiottito dal mare, le pietre dei templi e l’aria con il suo sottile aroma di rosmarino. Io ero lì, come il bambino di vent’anni prima e l’uomo di adesso. I miei ricordi d’infanzia legati ai pensieri da vecchio che rigiravo nella testa.Ogni cosa al suo posto, sospesa, perfetta nel suo significato più intimo, senza alcuna necessità di collocazione temporale. Probabilmente era questa l’eternità, quella parte di metafisico che ognuno di noi possiede e che spesso chiamiamo anima; il desiderio struggente che divora la nostra vita come un’amante irraggiungibile. Mi invase un benessere calmo, profondo ed io lo assaporai fino in fondo, le braccia allargate e la testa reclinata all’indietro: poter riflettere e finalmente capire come si era chiuso il cerchio della mia vita, cosa avevo fatto e cosa ero diventato. Furono le cicale a segnare la fine dell’incantesimo, a farmi scendere dal divano di pietra. Attorno al tempio camminavano tranquillamente mio padre, mia madre, mia sorella; la famiglia di nuovo unita e fu molto bello tornare ragazzino, con loro.Quella notte, seduti sul grande capitello rovesciato, abbiamo ascoltato con attenzione le molte storie, le piccole grandi avventure narrate da mio padre. Il firmamento era un enorme puntaspilli di velluto nero pieno di stelle e galassie. Fu eccitante osservare una luce mobile che attraversava lo spazio sopra di noi: un aeroplano? Forse un satellite? Più probabilmente lo sguardo divertito degli antichi Dei che osservavano il nostro formicolare quaggiù sulla terra.

Papà, sono certo che anche tu ricordi le notti in cui stavamo tutti con il viso in aria a farci accarezzare dal vento tiepido che veniva dall’Africa. Esse non sono trascorse per sempre, sono soltanto andate altrove a raccontare di noi quattro e dei nostri stupori.

Ho detto addio a molte cose negli ultimi 20 anni: scioccamente sono rimasto in attesa di un nuovo che le sostituisse. Vestito a festa, lustrato da capo a piedi, fidando nel mio intuito e nella buona volontà comune. Sto dando l’addio ad altre cose ancora, il sogno interiore dal quale erano nate lo conservo dentro di me come lo stampo intellettuale che comunque ho vissuto. Ma L’ADDIO RIMANE, inequivocabile. Sono giorni terribili, passeranno dopo aver schiantato un certo numero di vite; chi resterà potrà dimenticare (è sempre un buon sistema) o imbastire un’illusione più articolata e duratura. Per me è diverso. Sia qui che altrove perchè l’unica cosa che credevo non mi riguardasse, l’incomunicabilità, invece pascola sul mio terreno da molto tempo. Scrivere su un blog ha le sue stagioni come la vita. Vi sono momenti che nascono e crescono in modo estraneo a quello che mostri di te in pubblico: sono vite diverse e parallele, righe che non hai scritto perchè non sapevi, non immaginavi, non riflettevi. Però sono lì davanti a te e ti osservano, forse ridono di te e attendono il tuo ennesimo tracollo. Io non riesco quasi mai a capire qual è l’idea di base di molti blogger. Sono arrivato alla conclusione che spesso noi non abbiamo nessuna idea iniziale e aspettiamo di averne una nel divenire, molti di noi aspettano ancora…ma non lo ammettono. Scrivo un diario con grandi asimmetrie temporali, lo faccio con passione, con tutta la cultura e la vita che ho ricevuto, lo faccio con onestà ma non posso e non voglio snaturarmi, la mia personalità è il mio blog, senza la mia indole io non sono nulla. Non leggerò alcun classico latino stasera, nessun classico in generale. Fra qualche minuto spegnerò questo computer e farò un giro più lungo per tornare a casa, passerò dal lungomare e sarò in compagnia dei miei ricordi. Bastano e avanzano. Non ho alcuna idea sulla mia riuscita come avo custode della memoria so soltanto che certe sere vado via lontanissimo e in luogo irrangiungibile per tutti. Lì non c’è alcun bisogno di scrivere ma rifletterò sull’invecchiamento come forma d’arte. Così non garantisco nulla vorrei solo che chi legge questo blog possa almeno in parte capire da dove vengono certe mie assenze, da dove traggono la loro linfa certe malinconie crude e inutili. Quando si vuole guardare il profilo del mare della vita e si è continuamente infastiditi dal coglione di turno che si piazza davanti possono saltare i nervi. A me sono saltati. La blogosfera ha in sé anche la sua fine, il germe del suo annullamento, che io lo dica e lo ricordi non credo sia un male in assoluto. Probabilmente non è nemmeno un merito particolare ma solo un modo poco originale di invecchiare.

Attendo con una certa impazienza di inabissarmi assieme all’isola che mi ha custodito finora, è il destino che attende me e le mie imprevedibili apparizioni. Ho trascorso tutta una vita ad illudermi di far parte di un gruppo eterogeneo ma coeso; una sorta di popolo dell’aria, della terra e del mare, ognuno con le sue stimmate testimoni di infiniti ed estenuanti ricerche. Non è vero, non lo è in tutti i modi possibili: economico, politico, storico, esistenziale e culturale. L’ordine delle condizioni andrebbe visto in ordine inverso ma anch’esso è in fondo un esempio del divenire della mia vita in questa parte di mondo e di web. Dal denaro dispensatore di ipocrite sicurezze e di intollerabili ignoranze alla politica che è sempre stata un ciarpame di ignobile fattura sotto qualunque regime e presupposto sociale. Dalla storia stanca di prostituirsi in cento modi pur di essere accettata dai suoi lenoni, alla cultura infine che resta una vetta inarrivabile tanto più desiderabile quanto meno cercata con spirito fiero. La Sicilia, dove sono nato per volere fermo di mio padre ignaro solo in parte delle sue tremende responsabilità, la mia terra, è un’ipotesi segnata dal marchio di questa certezza antica: un’isola può sparire, non disegnarsi più all’orizzonte comune. Poco importa da quale volontà nasca questa magnifica tragedia, l’entità acquea, marina, già perfettamente definita da Omero, della civiltà mediterranea, si sorregge sui flutti ed è l’essenza stessa dell’instabile; per me e per tutti coloro che sono rimasti abbastanza a lungo su queste sponde vale l’eterna metafora dei naviganti, su di noi incombe il naufragio. E dirò, finalmente fuori dai denti, che è inutile nascondervi e nascondermi il possente impulso oscuro verso l’estinzione: che splendida e sensuale amante! Rincorsa nei giardini di un’adolescenza solare, posseduta a scatti nella giovinezza inquieta, e amata con tutto me stesso, sì con tutta la forza del mio intelletto, in questo scorcio di inutile maturità. Dirlo è liberarmi di un peso e dell’angoscia di vivere a metà, di respirare a piccoli sorsi: dalla Sicilia non posso sfuggire, non ci riuscirei. E’ un’impossibilità totale cui fa da contrappunto perfetto la volontà di provarci.

Vivo così, è questa l’essenza magica di quest’isola, la sua essenza esoterica primordiale. Probabilmente non vi avrei voluto nascere e mi comporto come se non volessi vivere tout court: ho distrutto decine di esistenze anteriori a questa e mi sono riproposto in altri modi; tutte forme diverse per dire la stessa cosa, non mi sopporto. Tuttavia ho amato, vi ho amato, siete tutti stati, più o meno consapevolmente, interlocutori di un disegno più vasto. Coltivavo l’idea di una comunità scelta, elitaria per necessità, aperta per educazione, solidale per esigenza umana. E non potevo farlo se non da qui, dal mio profondo e meraviglioso sud; la storia, tutte le nostre storie, mi sono passate accanto ed io le ho studiate ogni giorno, anche a vostra insaputa, le ho accudite e sorbite con il fuoco sacro della mia esperienza. Ma non è servito a nulla, non a lenire il dolore né a colmare le distanze, tutte le voci sono diventate via via dissonanti e stridenti. Questa sinfonia si suona altrove e su un altro spartito. La nazione che io conoscevo, anche nei suoi migliori rappresentanti ha dovuto, voluto convenire ad altre scelte e adesso ritmicamente riproduce il refrain del federalismo, dello scollamento e della multietnia.

E tutti i blog sono pieni di un cicaleccio continuo, di strane danze che manifestano il desiderio di essere accolti alla nuova corte da nuovi sovrani. Ed io non ho più nulla da scrivere se non la mia scostante estraneità a questi pseudoconcetti cresciuti con l’erba della bassa e annaffiati dalle acque di un possibilismo sconsiderato. Non c’è alcuna alternativa miei lontani bloggers, torneremo alle città e alle valli sospettose l’una dell’altra e coltiveremo i dialetti perché non abbiamo saputo possedere la lingua tramandataci dalla nostra storia culturale. A che serve postare, linkare, commentare se alla fine siamo tutti dentro l’identica prospettiva, quella di un reality- realtà costruito di sana pianta? A che serve pensare se il primo deficiente può usufruire della libertà virtuale per lordare l’espressione che hai amato e trasmesso? Dietro la delusione e l’agitarsi di questa sciocca apparenza a me è rimasta una quiete profonda, quella di certe sospensioni notturne adesso che la sera allungandosi regala più tempo per riconsiderarmi. Lo so che probabilmente state valutando queste parole come la quintessenza di un estetismo inutile e barocco ma non m’importa più.

Capire, capirsi, mischiarsi, amarsi…dire finalmente. E dire basta senza nessuna specificazione perché una stagione è finita e le prossime saranno di altri ma non più mie. Vedete? Non ho cancellato Omologazione Non Richiesta, la ritengo bella e mia, di una possessività che non ha mai escluso, mai insultato ma solo definito confini di dialogo ormai desueti. Essa resterà qui nell’aria ed è l’unico suo valore: raccontare a chi passa e vuole ascoltare che Enzo è stato qui, che era vivo ed era siciliano orgoglioso di esserlo. Adesso l’ultimo atto: una cosa dovuta alla libertà di comunicare, lasciare libero questo spazio nell’etere e vedere passare la vita, le voci, i sussurri, le mani…le bocche, insulti sanguinosi e volgari o lodi suadenti e confortanti: appresso ad esse nessuna risposta definitiva.

Non per arroganza bensì per una cosa che si chiama discrezione silenziosa o mortale superiorità.

Dalle mie parti funziona.

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